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Il muto a Parigi: dal Museo Henri Langlois al Cimitero del Père-Lachaise

settembre 16, 2012 1 commento

Ingannato da una vecchia guida di Parigi ero andato a Trocadéro alla ricerca del Museo del Cinema Henri Langlois che doveva trovarsi nel Palais de Chaillot. Il palazzo è attualmente chiuso per lavori, ma la cosa che mi aveva colpito era che nessuno degli addetti ai lavori sembrava sapere che all’interno della struttura avrebbe dovuto esserci un museo del cinema. Solo grazie a mezzi di fortuna (sono totalmente sprovvisto di smartphone e cose simili) sono riuscito a connettermi ad internet scoprendo che il museo e tutta la Cinémathèque Française erano stati spostati in rue de Bercy. Quello che non sapevo era il motivo principale dello spostamento di sede.

Nel 1997 all’interno del palazzo divampò un terribile incendio che distrusse completamente la sala proiezioni e rischiò di far scomparire per sempre le circa quarantamila bobine, equivalenti a 13mila titoli, conservate dalla Cinémathèque. Il fuoco, inoltre, rischiò di danneggiare gravemente lo stesso museo del cinema e tutti i cimeli lì conservati. Fortunatamente l’intervento tempestivo dei vigili del fuoco riuscì ad evitare il peggio: alla fine solo un 5/10% della collezione venne irrimediabilmente danneggiato, mentre un 30% subì qualche danno a causa del fuoco e dell’acqua utilizzata per spegnere l’incendio.

Nel museo sono conservati oggetti di inestimabile valore come i Seleniti (gli alieni di “le voyage dans la lune“), dei disegni originali di Méliès realizzati per alcune delle sue opere, o una riproduzione dell’androide di Metropolis commissionata allo stesso autore dell’originale, Walter Schulze-Mittendorff, nel 1970 in occasione della mostra sul cinema mondiale, che avvenne proprio a Parigi nel 1972, dal titolo “Trois quarts de siècle de cinéma mondial“. Lo scultore, basandosi sui suoi ricordi e su quanto poteva ricostruire a partire dalla pellicola, decise di realizzare un’opera fissa, usando come base un semplice manichino da vetrina, rendendola di fatto più resistente di quella originale costituita da più pezzi. Il risultato fu un androide d’argento dai tratti meno appesantiti e in generale più moderno rispetto a quello del film. L’androide originale è purtroppo andato perduto, probabilmente subito dopo la fine delle riprese di Metropolis, forse per via del rogo, appiccato realmente, che danneggiò irrimedialmente l’androide nelle ultime scene o forse semplicemente a causa dello scarso valore che all’epoca veniva attribuito agli oggetti scenici in generale.

Il Palais de Chaillot, sventrato dalle fiamme, venne chiuso e divenne subito chiaro che alla Cinématèque Française serviva una nuova collocazione. Nel 2005 venne così inaugurata una nuova struttura (opera dell’architetto Frank Gehry), situata appunto a Bercy, all’interno della quale venne edificato il nuovo museo con una rinnovata sala proiezioni, una libreria e una biblioteca/videoteca specializzata. La piccola esposizione è situata al secondo piano del palazzo e ripercorre gli inizi del cinema francese e internazionale. Gli oggetti conservati sono accompagnati da numerosi video che ripercorrono alcuni dei capolavori del cinema, dai primi film di Méliès fino a Truffaut, ma non solo. La maggior parte dei cimeli facevano parte della collezione privata di  Henri Langlois, fondatore della Cinémathèque Française, a cui va il merito di aver lottato per la conservazione di tante pellicole e tante opere legate ai film.

Insomma per gli amanti del cinema è sicuramente una bella occasione per vedere con i propri occhi pezzi di storia del cinema.

Ma Parigi mi ha saputo regalare anche altre emozioni, come quando al Cimitero del Père-Lachaise mi sono imbattuto nella tomba di Méliès che nonostante sia nascosta e poco visibile riceve ancora oggi tanti visitatori. “George Mélies – creatore dello spettacolo cinematografico“: e noi gli dobbiamo veramente tanto.

Parigi nasconde certamente tanti altri segreti legati al cinema muto, che non vedo l’ora di scoprire per poi vederli con i miei occhi la prossima volta che ci tornerò. Questa volta, più che mai, vi invito a condividere le vostre esperienze con me per conoscere, scoprire e migliorare sempre insieme grazie alla nostra passione.

Approfondimenti: per ulteriori informazioni e immagini sull’incendio del Palais de Chaillot potete consultare questo sito in francese.

Per ulteriori informazioni vi rimando al sito ufficiale della Cinémathèque Française.

La giustizia del mare (l’homme du large) – Marcel L’Herbier (1920)

Oggi torniamo al cinema francese con una pellicola davvero straordinaria, forse una delle migliori di Marcel l’Herbier. Mi riferisco a l’homme du large, storia molto evocativa tratta da Un drame au bord de la mer di Honoré de Balzac. La vicenda si svolge nella mia cara Bretagna, in particolare a Batz-sur-Mer, cittadina purtroppo ora relegata al dipartimento della Loire-Atlantique, le cui riprese spaziano tra le coste del Morbihan e del Finistère. In questo racconto l’elemento bretone è costantemente presente, si va dai costumi tipici, ai balli e agli strumenti tradizionali (la bombarda e il biniou, la cornamusa locale), dalla particolare religiosità allo stretto rapporto con l’elemento primo: il mare, anzi, l’oceano. La Bretagna ha sviluppato una sua particolare forma di religione, fortemente radicata nella natura: basti ricordare che molti dei santi bretoni non sono riconosciuti ufficialmente dalla chiesa. Potete scorrere una cartina della regione e subito vi renderete conto di come la toponomastica sia spesso legata a nomi di santi o al mare: lo stesso Morbihan significa, in bretone, “piccolo mare“. Fino alla prima e seconda guerra mondiale, la Bretagna era ancora così, in tutta la sua semplicità ed “arretratezza”, con il bretone come lingua principale e le proprie tradizioni, tanto da considerarsi quasi uno stato a sè stante. Al termine dei conflitti mondiali, invece, il governo centralizzato francese ha fatto partire un processo di modernizzazione e francesizzazione, ma questo intervento tardivo giustifica il radicato sentimento nazionalista tutt’ora presente nella popolazione locale. Tutti questi elementi sono fondamentali per capire questa pellicola e i personaggi in essa rappresentati.

Il film si apre con l’immagine di un uomo, visibilmente disperato, che giura al mare e a Dio di passare il resto della vita in silenzio e meditazione. Da qui parte un lungo flashback: Nolff (Roger Karl), è un pescatore fortemente legato al suo oceano e, quando la moglie (Claire Prélia) partorisce un figlio maschio, Michel (Jaque Catelain), egli decide di consacrarlo ad esso. Il pescatore fa un patto con la sua consorte: lui educherà e crescerà Michel mentre lei, invece, farà lo stesso con la loro figlia, Djenna (Marcelle Pradot). Gli effetti non tardano a palesarsi: gli anni passanno e il figlio maschio è diventato un depravato fannullone, mentre Djenna è una lavoratrice instancabile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Con il passare del tempo le condizioni di Michel si aggravano: in un crescendo che ricorda Greed di Von Stroheim, questi si avvicina sempre più alla sfrenatezza aumentando i propri vizi, anche per colpa della cattiva influenza del Lucignolo della situazione, Guenn la Taupe (prima interpretazione del grande Charles Boyer). Accecato dalla passione, il ragazzo arriva a non andare al capezzale della madre morente pur di stare accanto alla donna che desidera ardentemente, nel locale più malfamato della città…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Da questo momento in poi Michel perde il controllo: prima tenta di uccidere un uomo, poi, per rubare i soldi che la madre aveva lasciato in eredità a Djenna, ferisce la sorella. Il padre, esasperato, decide di rimandare la decisione al mare purificatore, e dopo essersi assicurato che non potesse fuggire, lo manda alla deriva sopra a una piccola imbarcazione, decidendo di vivere una vita in solitudine e in silenzio. Qualche tempo dopo  il mare darà il suo giudizio…

(potete riprendere la lettura da qui…)

L’homme du large è un film davvero molto interessante sotto tantissimi punti di vista. Henri Langlois, fondatore della cinématèque française, lo definì come “il primo esempio di scrittura cinematografica […] l’homme du large non è una semplice sequenza di fatti spiegati e rilegati da sottotitoli, ma una successione di immagini il cui messaggio ha la stessa forza di un’idea; […] Le didascalie non sostituiscono mai un’immagine per aggiungere frasi che sembrano essere inesprimibili. Si sovrappongono all’immagine per sottolinearne il senso…” (da L’Âge du cinéma 6, 1952;  tr. Esvan Y.) In effetti l’uso delle didascalie è molto originale: esse ritagliano le scene acui si riferiscono presentando sempre, al loro interno, elementi di esse. Grazie all’ultimo restauro operato dalla Gaumont dal 1998 al 2001, ci sono stati inoltre restituiti i colori originali, meticolosamente preparati dal regista, che servivano ad evidenziare maggiormente i contrasti tra le diverse scene e a mostrare e caratterizzare i sentimenti dei vari personaggi. La scena in cui questo gioco dei contrasti sembra avere il suo apice è quella dove si alternano le scene di sfrenatezza di Michel, caratterizzate da un rosso sporco, a quelle scure di agonia della madre. Tema portante è la redenzione, la dicotomia tra bene e male, l’attaccamento alla religiosità. L’Homme du large presenta un’altra caratteristica molto importante: un po’ come moderna Odissea, questo film presenta uno dei primi casi in cui la storia parte da un flashback per poi ricongiungersi all’inizio della vicenda e proseguire con la storia. Un film tanto ricco di eccessi non potè sfuggire alla censura, anche se gli interventi, in realtà limitati alle scene riguardanti il locale peccaminoso, dove si alternano baci lascivi e scene saffiche, vennero subito resi vani dallo stesso regista che si premurò di reinserire le parti tagliate nella pellicola originale.

L’Homme du large ebbe un vasto successo sia di pubblico che di critiche che si protrasse nell’arco degli anni. Forse è il film più espressionista del regista francese, il più carico di simboli, che si nascondono in ogni scena. Nel 2009 la Gaumont ha finalmente messo in vendita il DVD della versione restaurata, che ha permesso così di poter godere a pieno di questo capolavoro. Un film di cui si parla poco in Italia ma che merita di essere visto.