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Posts Tagged ‘Jaque Catelain’

La Galerie des Monstres – Jaque Catelain (1924)

novembre 23, 2012 1 commento

Jaque Catelain, che abbiamo imparato a conoscere per le sue interpretazioni sotto la direzione di Marcel l’Herbier, è qui alla sua seconda prova da regista, sebbene pur sempre sotto la direzione artistica di l’Herbier. La trama riprende il classico schema del “circus-drama” colorito da un tocco espressionista.

In un circo, il clown Riquett (Jaque Catelain) e la danzatrice Ralpha/Ofelia (Lois Moran) sono costretti a lavorare sotto le continue prepotenze del padrone Buffalo (Arthur Julian) qui sotto il nome di Yvonneck). Il malvagio padrone inoltre, invaghitosi di Ofelia, cerca continuamente di sedurla anche usando la violenza. La situazione diventa presto insostenibile e Riquett e Ofelia decidono di fuggire…

Il film presenta la solita carrellata di personaggi particolari, tipici del mondo del circo. Tra le varie comparse è da sottolineare quella di Alice Prin, alias Kiki de Montparnasse, modella francese icona degli anni ’20 e musa di tanti artisti tra cui Man Ray. Nel complesso la prova di Jaque Catelain alla regia non mi ha contio più di tanto, la vicenda si sviluppa in maniera lenta, lineare ma al contempo confusionaria. Uno dei pochi elementi interessanti è certamente costituito dai costumi e dai motivi che il pagliaccio Riquett/Catelain dipinge sul suo volto. Probabilmente ci troviamo di fronte ad una di quelle opere che meriterebbero di essere restaurate per essere apprezzate pienamente. Il film, di cui sembra ci sia stata una versione DVD con didascalie in inglese dostribuita dal sito Facetsdvd, è reperibile in un riversamento, forse da VHS, con didascalie in russo di cui potete vedere una scena nel video a fondo pagina.

Curiosità: “La Galerie des Monstres” è uno dei pochissimi film muti francesi e occidentali in generale ad aver influenzato il cinema giapponese. Secondo IMDB nel 1926 vinse il premio Kinema Junpo Award come Best Artistic Film. Probabilmente proprio i costumi hanno influenzato il suo successo nel Sol Levante.

Futurismo (L’Inhumaine) – Marcel l’Herbier (1924)

gennaio 19, 2012 2 commenti

Circolato in Italia con il nome di “Futurismo”, l’inhumaine è sicuramente un film dalla forte componente astratta, particolarità che traspare dalle riprese e dalla strana architettura degli edifici. Per questo film il regista riuscì a scritturare la nota cantante lirica Georgette Leblanc, celebre per le sue relazioni con grandi artisti dell’epoca e per la sua ecletticità. La Leblanc si cala alla perfezione nel ruolo di Claire Lescot, cantante lirica nota per la sua insensibilità di fronte ai suoi spasimanti, tanto da essere chiamata “disumana” (l’Inhumaine appunto).

Il giovane inventore Einar Norsen (Jaque Catelain), è perdutamente innamorato della cantante Claire Lescot (Georgette Leblanc), che puntualmente lo rifiuta. Esasperato dall’impossibilità di coronare il suo amore, il ragazzo tenta il suicidio. Alla vista del corpo di Einar, Claire si scioglie rivelando così il proprio amore. Solo allora il giovane compare improvvisamente rivelando di aver ordito un inganno nella speranza di far uscire allo scoperto i sentimenti della cantante. Ma Einar non è l’unico ad amare Claire. Il Maharajah del Nopur (Philippe Hériat), accecato dalla gelosia, decide di uccidere la donna per non permettere a nessun altro di averla. Per Einar inizierà una corsa contro il tempo per riportare in vita la sua amata grazie alla sua scienza…

L’Herbier si conferma il regista più vicino al mio gusto personale dando dimostrazione, ancora una volta, della sua grande ecletticità. In questa occasione veniamo sopraffatti dall’aspetto avanguardistico, condito da un interesse artistico per le sceneggiature, che ricordano da vicino quadri espressionisti ed astrattisti (in particolare la casa di Einar). Non mancano stoccate, più o meno pungenti, alla borghesia dell’epoca e ai suoi eccessi. I personaggi principali recitano perfettamente i loro ruoli, giocando molto sui movimenti del corpo e sulle espressioni. Si notano alcuni giochi di ombre molto interessanti oltre che delle scene d’antologia; in particolare mi riferisco alle sezioni in cui Einar utilizza la macchina, dove il paesaggio si deforma, attraverso una sovrapposizione di immagini o uno split screen, regalandoci il punto di vista dell’automobile stessa. La partitura originale di Darius Milhaud è purtroppo andata perduta.

Nonostante tutti questi elementi positivi, L’Inhumaine soffre l’eccessiva lentezza nello svolgimento della vicenda, probabilmente proprio per la grande cura nei dettagli che il regista dimostra di seguire. Per gli amanti del regista è sicuramente un film da vedere, mentre è poco consigliabile ad un pubblico meno esperto o appassionato. Ancora oggi l’inhumaine risulta di difficile reperibilità.

La giustizia del mare (l’homme du large) – Marcel L’Herbier (1920)

agosto 20, 2011 1 commento

Oggi torniamo al cinema francese con una pellicola davvero straordinaria, forse una delle migliori di Marcel l’Herbier. Mi riferisco a l’homme du large, storia molto evocativa tratta da Un drame au bord de la mer di Honoré de Balzac. La vicenda si svolge nella mia cara Bretagna, in particolare a Batz-sur-Mer, cittadina purtroppo ora relegata al dipartimento della Loire-Atlantique, le cui riprese spaziano tra le coste del Morbihan e del Finistère. In questo racconto l’elemento bretone è costantemente presente, si va dai costumi tipici, ai balli e agli strumenti tradizionali (la bombarda e il biniou, la cornamusa locale), dalla particolare religiosità allo stretto rapporto con l’elemento primo: il mare, anzi, l’oceano. La Bretagna ha sviluppato una sua particolare forma di religione, fortemente radicata nella natura: basti ricordare che molti dei santi bretoni non sono riconosciuti ufficialmente dalla chiesa. Potete scorrere una cartina della regione e subito vi renderete conto di come la toponomastica sia spesso legata a nomi di santi o al mare: lo stesso Morbihan significa, in bretone, “piccolo mare“. Fino alla prima e seconda guerra mondiale, la Bretagna era ancora così, in tutta la sua semplicità ed “arretratezza”, con il bretone come lingua principale e le proprie tradizioni, tanto da considerarsi quasi uno stato a sè stante. Al termine dei conflitti mondiali, invece, il governo centralizzato francese ha fatto partire un processo di modernizzazione e francesizzazione, ma questo intervento tardivo giustifica il radicato sentimento nazionalista tutt’ora presente nella popolazione locale. Tutti questi elementi sono fondamentali per capire questa pellicola e i personaggi in essa rappresentati.

Il film si apre con l’immagine di un uomo, visibilmente disperato, che giura al mare e a Dio di passare il resto della vita in silenzio e meditazione. Da qui parte un lungo flashback: Nolff (Roger Karl), è un pescatore fortemente legato al suo oceano e, quando la moglie (Claire Prélia) partorisce un figlio maschio, Michel (Jaque Catelain), egli decide di consacrarlo ad esso. Il pescatore fa un patto con la sua consorte: lui educherà e crescerà Michel mentre lei, invece, farà lo stesso con la loro figlia, Djenna (Marcelle Pradot). Gli effetti non tardano a palesarsi: gli anni passanno e il figlio maschio è diventato un depravato fannullone, mentre Djenna è una lavoratrice instancabile, sempre pronta ad aiutare gli altri. Con il passare del tempo le condizioni di Michel si aggravano: in un crescendo che ricorda Greed di Von Stroheim, questi si avvicina sempre più alla sfrenatezza aumentando i propri vizi, anche per colpa della cattiva influenza del Lucignolo della situazione, Guenn la Taupe (prima interpretazione del grande Charles Boyer). Accecato dalla passione, il ragazzo arriva a non andare al capezzale della madre morente pur di stare accanto alla donna che desidera ardentemente, nel locale più malfamato della città…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Da questo momento in poi Michel perde il controllo: prima tenta di uccidere un uomo, poi, per rubare i soldi che la madre aveva lasciato in eredità a Djenna, ferisce la sorella. Il padre, esasperato, decide di rimandare la decisione al mare purificatore, e dopo essersi assicurato che non potesse fuggire, lo manda alla deriva sopra a una piccola imbarcazione, decidendo di vivere una vita in solitudine e in silenzio. Qualche tempo dopo  il mare darà il suo giudizio…

(potete riprendere la lettura da qui…)

L’homme du large è un film davvero molto interessante sotto tantissimi punti di vista. Henri Langlois, fondatore della cinématèque française, lo definì come “il primo esempio di scrittura cinematografica […] l’homme du large non è una semplice sequenza di fatti spiegati e rilegati da sottotitoli, ma una successione di immagini il cui messaggio ha la stessa forza di un’idea; […] Le didascalie non sostituiscono mai un’immagine per aggiungere frasi che sembrano essere inesprimibili. Si sovrappongono all’immagine per sottolinearne il senso…” (da L’Âge du cinéma 6, 1952;  tr. Esvan Y.) In effetti l’uso delle didascalie è molto originale: esse ritagliano le scene acui si riferiscono presentando sempre, al loro interno, elementi di esse. Grazie all’ultimo restauro operato dalla Gaumont dal 1998 al 2001, ci sono stati inoltre restituiti i colori originali, meticolosamente preparati dal regista, che servivano ad evidenziare maggiormente i contrasti tra le diverse scene e a mostrare e caratterizzare i sentimenti dei vari personaggi. La scena in cui questo gioco dei contrasti sembra avere il suo apice è quella dove si alternano le scene di sfrenatezza di Michel, caratterizzate da un rosso sporco, a quelle scure di agonia della madre. Tema portante è la redenzione, la dicotomia tra bene e male, l’attaccamento alla religiosità. L’Homme du large presenta un’altra caratteristica molto importante: un po’ come moderna Odissea, questo film presenta uno dei primi casi in cui la storia parte da un flashback per poi ricongiungersi all’inizio della vicenda e proseguire con la storia. Un film tanto ricco di eccessi non potè sfuggire alla censura, anche se gli interventi, in realtà limitati alle scene riguardanti il locale peccaminoso, dove si alternano baci lascivi e scene saffiche, vennero subito resi vani dallo stesso regista che si premurò di reinserire le parti tagliate nella pellicola originale.

L’Homme du large ebbe un vasto successo sia di pubblico che di critiche che si protrasse nell’arco degli anni. Forse è il film più espressionista del regista francese, il più carico di simboli, che si nascondono in ogni scena. Nel 2009 la Gaumont ha finalmente messo in vendita il DVD della versione restaurata, che ha permesso così di poter godere a pieno di questo capolavoro. Un film di cui si parla poco in Italia ma che merita di essere visto.