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Posts Tagged ‘Marie Ptáková’

L’organista della Cattedrale di San Vito (Varhaník u sv. Víta) – Martin Frič (1929)

La storia di questo film prende spunto da un racconto di Vítězslav Nezval, autore molto prolifico che scrisse portando avanti un forte sentimento nazionale. Protagonista di questo racconto è la Cattedrale di San Vito con il suo organo, che scandisce i momenti della giornata della città di Praga tramite le note suonate dal suo organista. Essendo la Cattedrale uno dei simboli della capitale, fin dal principio troviamo tantissime immagini della città, specie di sera, cosa che fa rientrare questo film nel filone di quelli nazionalisti/propagandisti che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi.

L’organista della Cattedrale di San Vito (Karel Hasler) è un uomo umile che vive solo per il suo strumento. Un giorno riceve la visita di un vecchio amico (Otto Zahrádka) che è evaso dal carcere e lo prega di consegnare alla figlia soldi e una lettera prima di uccidersi. Il protagonista è disperato e a peggiorare le cose il vicino Josef Falk (Ladislav H. Struna) ha visto tutto, ha intascato la lettera e lo minaccia di accusarlo davanti alla polizia se non gli cederà il denaro. Disperato accetta il ricatto e in seguito si reca da Klára (Suzanne Marwille), la figlia dell’amico, che vive come monaca in un convento. Ricevuta la notizia della morte del padre e priva di vocazione, la ragazza fugge e va a vivere dall’organista. La presenza in casa della ragazza cambia la vita all’uomo che ora ha una nuova ragione di vita. Purtroppo la felicità non è destinata a durare: Josef un giorno entra in casa dell’organista e non ricevendo soldi mente a Klára e gli dice che il padre è stato ucciso dall’organista. La giovane fugge e trova rifugio da Ivan (Oscar Marion), un pittore profondamente innamorato di lei. L’organista perde invece tutta la sua gioia di vivere e per lo shock ha una paralisi al braccio destro che gli impedisce di suonare l’organo e lo porta al licenziamento. Il finale è però a lieto fine: Josef si pente per i suoi peccati vedendo le condizioni del suo nemico e consegna a Klára una lettera in cui il padre rivela il suicidio. L’organista ritrova l’affetto della ragazza, che si sposa con Ivan, e per miracolo la paralisi svanisce consentendogli di tornare a suonare il suo amato strumento.

Varhaník u sv. Víta rientra nel filone realista dei film cechi muti che forse preferisco di più, con atmosfere cupe e riprese a tratti sperimentali. Nonostante ci sia un lieto fine, infatti, la storia racconta il dramma di un uomo che si ritrova invischiato in una spirale discendente che sembra avere solo nella morte la sua risoluzione. Per uscire da questo empasse, è richiesto l’intervento salvifico divino, che nel momento più buio, quando cioè l’organista pensa addirittura di distruggere l’organo che tanto ama con un’ascia, ritrova l’uso del suo braccio destro che gli permetterà quindi di suonare nuovamente l’organo. Non mi è capitato spesso di vedere un film che racconta di un rapporto così stretto tra un uomo e il suo strumento musicale, per questo forse chi ha questo rapporto con la propria musica dovrebbe certamente dargli un’occhiata. La vicenda, pur con alcuni punti morti, è ben raccontata e dura appena un’ora e venti.

Josef Kajetán Tyl – Svatopluk Innemann (1926)

Josef Kajetán TylLo abbiamo visto più volte, il primo cinema ceco ruota intorno alle figure importanti che hanno contribuito a formare e tenere vivo il sentimento identitario locale all’interno dell’Impero Austro-Ungarico. Josef Kajetán Tyl è uno di questi: scrittore, attore e drammaturgo è noto probabilmente ai più per aver scritto nel 1834 i versi che sono poi diventati l’inno nazionale ceco Kde domov můj (it. dov’è la mia casa).

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
L’acqua scroscia sui prati,
le fronde frusciano sulle rocce,
nel giardino risplende il fiore di primavera,
il paradiso terrestre a prima vista.
Questa è la splendida terra,
la terra ceca, casa mia,
la terra ceca, casa mia!

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
Se incontri una terra paradisiaca,
Con anime sensibili, in fisici agili,
Di mente chiara, gloriosa e prosperosa,
E con una forza che tutto sfida,
Questa è la gloriosa razza ceca,
In mezzo ai cechi è la mia casa,
In mezzo ai cechi è la mia casa!

I versi riportati, su musica di František Škroup, facevano parte di un’operetta più ampia dal titolo Fidlovačka aneb žádný hněv a žádná rvačka (it. Fidlovačka, ovvero niente rabbia e niente lotta).

La storia di Josef Kajetán Tyl (Zdeněk Štěpánek) è piuttosto travagliata e viene raccontata in forma romanzata dal regista Svatopluk Innemann in più di due ore: nato da una famiglia povera, vista la sua precoce sensibilità per la musica e la composizione, viene inviato dalla famiglia a Praga. Nelle film l’artista raggiunge una compagnia teatrale, tra cui la futura moglie Magdalena Forchheimová (Helena Friedlová), ed inizia presto a mettere in scena delle opere nello Stavovské divadlo (il teatro degli stati di Praga). Qui presenta con successo anche la Fidlovačka e conosce anche la seconda moglie, nonché sorella della prima, Anna Forchheimová-Rajská (Zdena Kavková – anche se non divorzierà mai convivendo con entrambe). Dopo lo scoppio della rivoluzione francese Josef Kajetán Tyl, come tanti, diventa attivo politicamente e sogna di dar vita, a sua volta, ad una ribellione contro i dominatori. Su influsso dello scrittore Karel Havlíček Borovský (Jan W. Speerger) partecipa effettivamente a un colpo di stato, ma viene ferito e la repressione sedata nel sangue (storicamente finsice nel Marzo 1849). Visti i suoi sentimenti sovversivi viene esiliato ed è costretto a partire portandosi dietro compagne e prole. Inizierà qui il suo declino e morirà in povertà di una malattia ignota senza aver compiuto neanche cinquant’anni.

Il film si presenta come un biopic piuttosto moderno e, almeno nell’aspetto, realistico. Prende le mosse da un saggio Josef Ladislav Turnovský di cui ignoro l’attendibilità a livello storico nonché l’aderenza dell’adattamento. Come capitato altre volte, anche qui il film era privo di sottotitoli, anche se conoscendo in generale la storia è abbastanza facile comprenderla, anche se ovviamente si perdono le sfumature. I personaggi sono tantissimi, così come le scenografie e i costumi: dovette essere una sorta Kolossal locale, immagino che la spesa finale, infatti, non fu affatto bassa. Le scene più interessanti che ho visto durante il film riguardano l’inizio, quando un giovanissimo Josef Kajetán Tyl, in procinto di partire, immagina di guadagnare tanti soldi da sfamare la sua famiglia (sopra), e il momento della composizione dell’inno, dove il regista stacca mostrando elementi paesaggistici locali e raffigurazioni pittoriche (sotto).

Il film è piuttosto interessante, la vita dell’artista è ricca e sfaccettata e per chi ama le storie del genere poeta romantico “maledetto” sicuramente potrebbe avere un appeal. Al contempo le vicende di Josef Kajetán Tyl sono fortemente ancorate alla storia locale e la mancanza di una traduzione degli intertitoli, assieme alla durata non indifferente, potrebbero essere un ostacolo piuttosto insormontabile.