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Posts Tagged ‘Bronislava Livia’

Batalion – Přemysl Pražský (1927)

batalion-231612432-largeBatalion potrebbe essere una canzone di Fabrizio De André, un dramma dedicato agli ultimi, una serie di storie di dolore che si intrecciano e portano inevitabilmente verso la tragedia ma senza perdere l’ironia e umanità. La storia prende le mosse da un romanzo di Josef Hais Týnecký, uscito nel 1922, e che rientra all’interno della sua produzione “sociale”. Rispetto a quanto visto fino ad ora nella filmografia muta ceca, questo film è qualcosa di completamente diverso, perché cupo, triste, eppure più realistico e comunque ambientato in uno dei posti più frequentati dai cechi: un’osteria. Qui tra alcolici di tutti i tipi le storie degli uomini si mescolano nella disillusione ma con la certezza di trovare qualcuno che possa capirli e farli sentire accettati almeno per una sera.

L’avvocato Uher (Karel Hašler) scopre che la moglie lo tradisce e tenta di ucciderla senza trovarne la forza. Decide quindi di abbandonare casa e lavoro e si rifugia nell’Osteria Batalion, un covo di miserabili la cui vita piano piano entra a far parte di quella del nostro protagonista. Vi sono l’attore fallito Mušek (Eugen Wiesner), la prostituta Tonka (Jindra Hermanová), il muratore Rokos (Vladimír Smíchovský), l’ex soldato Vondra (Karel Noll), il ladro di polli Bylina (Karel Švarc) e il povero Eda (Eman Fiala). Un giorno Tonka propone a Eda di sposarla in modo da non poter essere rimandata al suo paese in caso di arresto. Questi accetta, nonostante un male lo stia consumando e per festeggiare si reca al Batalion. Quando esce dalla locanda si ritrova al centro di una retata della polizia, che sta inseguendo un ladro, e viene ucciso. Uher decide di andare al tribunale per difendere i poveri reietti dalle angherie dei poliziotti ma perde. Diviene però il nuovo idolo del Batalion dove passa sempre più tempo distruggendo la sua vita. Un raggio di luce viene però ad illuminare nuovamente la sua vita. Olga (Nelly Kovalevská), figlia del Presidente della corte di giustizia, gli offre un lavoro come organista e lui accetta. Si convince che lei lo ami ma presto scopre che non è così, essendo per altro lei già fidanzata. Torna allora al Batalion e dopo una nottata di follie impazzisce. In preda al delirio e sul letto di morte perdona la moglie e spira. Nella scena finale, tutti gli avventori del Batalion lo piangono al funerale, dimostrando come, al contrario delle amicizie fatte nell’alta società, quelle tra i derelitti siano più sincere e durature.

La fotografia del film è veramente ben curata, in particolare mi ha colpito molto la scena iniziale, capace di trasportare lo spettatore direttamente nel racconto con il Dottor Uher che torna a casa convinto di trovare la moglie con l’amante. Qui veniamo subito in contatto con una caratteristica del film, l’alternarsi dello svolgimento come immaginato dal protagonista e ciò che succede realmente: vediamo quindi Uher uccidere moglie e amante, quando in realtà non ne ha avuto la forza e abbandona la casa per andare nella sua nuova casa, ovvero il Batalion. Questa caratteristica si ripeterà spesso nel film e troverà il suo apice nel delirio finale del protagonista, dove attraverso la sovraesposizione o l’oscillamento della telecamera lo spettatore riesce a vivere il dramma di un uomo che ha perso ormai ogni certezza e fiducia nel mondo (sotto).

I personaggi che animano il Batalion sono davvero vari e interessanti e riescono a rendere vivo l’ambiente e anche a conferire quel tocco di dolcezza e calore, tipico dell’amicizia, in un film che altrimenti sarebbe intriso di solo dolore e disperazione. Così, anche quando Uher riesce a trovare un lavoro che sembra risollevare la sua condizione, la mia speranza è sempre stata quella di vederlo tornare alla locanda, l’unico posto in cui in fondo si sente accettato e può evitare di essere colto dai dolori della vita. Questa caratteristica e cupezza è rappresentata nelle scene con riprese molto scure e con la luce al minimo indispensabile.

Una storia come questa, con questa sensibilità è secondo me molto ceca e in tanti anni di passione per il cinema muto non mi è mai capitato di vedere qualcosa di equivalente. Consiglio la visione del film a chiunque ne abbia la possibilità, considerando che è in vendita nello shop del NFA anche con sottotitoli in inglese.

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Gli Amori di Kačenka Strnadová (Lásky Kačenky Strnadové) – Svatopluk Innemann (1926)

Lásky Kačenky StrnadovéDopo Falešná kočička, continuiamo la nostra rassegna di commedie con Vlasta Burian e Zdena Kavková su soggetti di Josef Skružný e regia di Svatopluk Innemann. Tra le tre, questa è a mio avviso la meno riuscita, perché eccessivamente macchiettistica e tendenzialmente poco coerente a livello di svolgimento, tanto che parrebbe essere scritta per una proiezione ad episodi.

Kačenka Strnadová (Zdena Kavková) è una ragazza di campagna che vive alle dipendenze dello Zio (Rudolf Sůva), fattore e padrone di una locanda. La giovane è talmente pasticciona che lo zio, esasperato, decide di farle fare le ossa spedendola a Praga a trovare lavoro. Assieme a lei parte il fidanzato di una vita, Vincek Kroutil (Vlasta Burian), ragazzo forzuto e un po’ tonto. Arrivata a Praga, la ragazza inzia piano piano a cambiare e diventa sempre più responsabile nonostante si ritrovi a dover cambiare spesso lavoro. Inizia a frequentare l’Ingegnere Richard Romanovský (Jiří Sedláček) che, essendo ricco e istruito, la seduce arrivando a scalzare Vincek nel suo cuore. Ma non tutto è come sembra: Vincek, attratto dall’idea della taglia e sperando di riconquistare la sua amata Kačenka, si mette sulle tracce di una banda di ladri, il cui capo sembra introvabile. Nel finale si scoprirà che quest’ultimo altri non è che Romanovský travestito. Kačenka, quando lo scopre, lo ripudia e capisce quanto importante sia per lei l’amore di Vincek che però ha deciso di togliersi la vita dopo averle donato il premio per la cattura della banda. Nel finale, purtroppo in parte tagliato, Kačenka arriverà in tempo per sventare l’irreparabile e dichiarare al ragazzo il suo amore.

Come ho detto l’impressione che mi ha fatto il film è stata quella di un film ad episodi, perché c’erano una serie di scene ripetitive in cui, di volta in volta, Kačenka o Vincek trovavano un nuovo lavoro e facevano qualche pastrocchio. Lavoro dopo lavoro i due, in particolare lei, acquisivano maggiore sicurezza in loro stessi e si ritrovavano infine ad essere molto diversi dai due ragazzi di campagna dell’inizio. Piccola chicca è la presenza dello stesso regista in una scena, molto metacinematografica, in cui Kačenka lavora come serva di una stella del cinema e si ritrova su un set con Innemann nel ruolo di regista. Sebbene quindi ci sia una crescita psicologica dei personaggi, la trama non mi ha entusiasmato così come l’inserimento della componente investigativa legata alla banda capitanata da Richard. Quella parte è, a mio avviso, sviluppata in maniera piuttosto superficiale e, pur scimmiottando in maniera piuttosto efficace i serial alla Fantômas, non ne sviluppa in pieno il potenziale. Passando di lavoro in lavoro, la protagonista cambia anche tanto il proprio vestiario, di cui potete vedere qui sotto un estratto. A livello di costumi, questo come gli altri due film della serie, sono davvero molto curati. Pur essendo il film più debole della “trilogia”, questo è forse quello dove ho apprezzato di più la recitazione di Vlasta Burian perché è tendenzialmente più umana e meno buffonesca. Vincek, in fondo, è un ragazzo semplice e innamorato e pur mettendosi in ridicolo a causa della sua ingenuità, riuscirà a migliorare maturando nel corso delle vicende.

Lásky Kačenky Strnadové è una commedia molto carina e divertente che paga, a mio avviso, una frammentarietà nello svolgimento e una certa ripetitività delle situazioni. Qualora foste interessati, il film è acquistabile in dvd ad un prezzo tutto sommato contenuto.

Josef Kajetán Tyl – Svatopluk Innemann (1926)

Josef Kajetán TylLo abbiamo visto più volte, il primo cinema ceco ruota intorno alle figure importanti che hanno contribuito a formare e tenere vivo il sentimento identitario locale all’interno dell’Impero Austro-Ungarico. Josef Kajetán Tyl è uno di questi: scrittore, attore e drammaturgo è noto probabilmente ai più per aver scritto nel 1834 i versi che sono poi diventati l’inno nazionale ceco Kde domov můj (it. dov’è la mia casa).

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
L’acqua scroscia sui prati,
le fronde frusciano sulle rocce,
nel giardino risplende il fiore di primavera,
il paradiso terrestre a prima vista.
Questa è la splendida terra,
la terra ceca, casa mia,
la terra ceca, casa mia!

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
Se incontri una terra paradisiaca,
Con anime sensibili, in fisici agili,
Di mente chiara, gloriosa e prosperosa,
E con una forza che tutto sfida,
Questa è la gloriosa razza ceca,
In mezzo ai cechi è la mia casa,
In mezzo ai cechi è la mia casa!

I versi riportati, su musica di František Škroup, facevano parte di un’operetta più ampia dal titolo Fidlovačka aneb žádný hněv a žádná rvačka (it. Fidlovačka, ovvero niente rabbia e niente lotta).

La storia di Josef Kajetán Tyl (Zdeněk Štěpánek) è piuttosto travagliata e viene raccontata in forma romanzata dal regista Svatopluk Innemann in più di due ore: nato da una famiglia povera, vista la sua precoce sensibilità per la musica e la composizione, viene inviato dalla famiglia a Praga. Nelle film l’artista raggiunge una compagnia teatrale, tra cui la futura moglie Magdalena Forchheimová (Helena Friedlová), ed inizia presto a mettere in scena delle opere nello Stavovské divadlo (il teatro degli stati di Praga). Qui presenta con successo anche la Fidlovačka e conosce anche la seconda moglie, nonché sorella della prima, Anna Forchheimová-Rajská (Zdena Kavková – anche se non divorzierà mai convivendo con entrambe). Dopo lo scoppio della rivoluzione francese Josef Kajetán Tyl, come tanti, diventa attivo politicamente e sogna di dar vita, a sua volta, ad una ribellione contro i dominatori. Su influsso dello scrittore Karel Havlíček Borovský (Jan W. Speerger) partecipa effettivamente a un colpo di stato, ma viene ferito e la repressione sedata nel sangue (storicamente finsice nel Marzo 1849). Visti i suoi sentimenti sovversivi viene esiliato ed è costretto a partire portandosi dietro compagne e prole. Inizierà qui il suo declino e morirà in povertà di una malattia ignota senza aver compiuto neanche cinquant’anni.

Il film si presenta come un biopic piuttosto moderno e, almeno nell’aspetto, realistico. Prende le mosse da un saggio Josef Ladislav Turnovský di cui ignoro l’attendibilità a livello storico nonché l’aderenza dell’adattamento. Come capitato altre volte, anche qui il film era privo di sottotitoli, anche se conoscendo in generale la storia è abbastanza facile comprenderla, anche se ovviamente si perdono le sfumature. I personaggi sono tantissimi, così come le scenografie e i costumi: dovette essere una sorta Kolossal locale, immagino che la spesa finale, infatti, non fu affatto bassa. Le scene più interessanti che ho visto durante il film riguardano l’inizio, quando un giovanissimo Josef Kajetán Tyl, in procinto di partire, immagina di guadagnare tanti soldi da sfamare la sua famiglia (sopra), e il momento della composizione dell’inno, dove il regista stacca mostrando elementi paesaggistici locali e raffigurazioni pittoriche (sotto).

Il film è piuttosto interessante, la vita dell’artista è ricca e sfaccettata e per chi ama le storie del genere poeta romantico “maledetto” sicuramente potrebbe avere un appeal. Al contempo le vicende di Josef Kajetán Tyl sono fortemente ancorate alla storia locale e la mancanza di una traduzione degli intertitoli, assieme alla durata non indifferente, potrebbero essere un ostacolo piuttosto insormontabile.