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Tonka La Forca (Tonka Šibenice) – Karl Anton (1930)

tonkaDurante il nostro lungo viaggio nel cinema muto ceco abbiamo visto come vi fosse un filone piuttosto corposo dedicato alle storie degli ultimi e ai loro terribili drammi. Spesso e volentieri i protagonisti sono personaggi che vengono dalla campagna e si ritrovano a dover fare i conti con la dura vita di città restando intrappolati nei vizi e nella disperazione. Questo è quello che capita anche nello splendido Tonka Šibenice di Karl Anton, considerato il primo film sonoro ceco per la presenza, come in The Jazz Singer, di un paio di scene parlate e di una colonna sonora registrata per l’occasione. Protagonista è la splendida attrice slovena Ita Rina che mostra qui anche discrete doti recitative. Come al solito partiamo dalla trama per poi fare una breve analisi:

La giovane Tonka (Ita Rina) torna al suo villaggio natio dopo tanto tempo con sua madre (Vera Baranovskaja) e l’amico d’infanzia Jan (Jack Mylong-Münz) sembra ritrovare la pace perduta. Ella infatti lavora come prostituta in un bordello ma non ama il suo lavoro e vorrebbe starne lontano il più possibile. Durante il soggiorno nel suo villaggio si avvicina sempre più a Jan ma quando lui le chiede la mano, lei, sentendosi indegna per il proprio mestiere, fugge senza dare spiegazioni. Tornata a Praga, Tonka torna al bordello in cui lavora sempre più triste e incapace di sopportare la sua professione. Una sera dei poliziotti entrano nel locale e chiedono se una delle ragazze ha voglia di fare compagnia a un uomo che sta per essere impiccato (Josef Rovenský). Tra la sorpresa generale è proprio Tonka ad accettare e viene così portata dal condannato a morte. Qui, invece di trovare un uomo burbero e desideroso di sesso, la giovane trova un uomo distrutto che ha necessità di compagnia e consolazione. Nonostante nulla sia successo in quel carcere, al suo ritorno Tonka viene maltrattata da compagne e clienti e inizia a essere soprannominata con nomignoli come “Tonka la Forca” o “La Vedova dell’Impiccato”. La sua nomea diventa così grande che la sua protettrice (Antonie Nedošinská) è costretta a licenziarla e Tonka si ritrova per strada. Qui reincontra casualmente Jan e, ormai lontana dal suo lavoro, decide di accettare la sua proposta di matrimonio. Ma il passato della giovane torna prepotente: il giorno delle nozze un cliente del bordello (Jindrich Plachta) conosce Jan e gli racconta la storia di Tonka. Lui la ripudia e lei fugge terrorizzata lasciando la madre svenuta per l’orrore e il disonore. Tornata a Praga, la giovane vaga per la città in un vortice senza via di uscita che terminerà una triste notte quando, incontrato nuovamente Jan, finirà investita da un cavallo durante una fuga…

Questo film andrebbe raccontato per immagini ancora più che tramite parole, per questo ho deciso di riempire questo articolo di stralci del film. La fotografia è curatissima così come la costruzione delle immagini ed è straordinario vedere come si passi da regimi stilistici diversi alternando momenti di estremo realismo ad altri molto espressionistici come nella scena del carcere. Ma partiamo dall’inizio con la splendida scena del treno, che viene presentato partendo prima dagli elementi che caratterizzato la stazione, con la campanella che annuncia l’arrivo del treno, i binari e poi con dettagli della locomotiva per presentare solo all’ultimo tutto il mezzo e permettendo, infine, il lettore di entrare dentro di esso.

Qui veniamo rapiti dalle immagini dei locali, quasi tutti anziani, che interagiscono con la bella protagonista e si stupiscono di quanto lei sia diversa da loro sia per età che per costumi. Truccata e vestita di tutto punto, infatti, risulta quasi un elemento alieno rispetto al villaggio da cui proviene. Tonka Šibenice ha spazio anche per la descrizione dei costumi locali con immagini di festa ma anche scene della vita di tutti i giorni tra pascoli e suonate in compagnia.

Passiamo ora alle scene più forti: nel bordello i poliziotti cercano una ragazza che voglia fare compagnia al condannato a morte. La telecamera passa in rassegna tutte le giovani ma nessuna si fa avanti, anzi fanno un passo indietro appena sentono la notizia. Unica ad essere rimasta al centro della stanza è proprio Tonka che alza lo sguardo e fa cenno di essere disposta ad andare in carcere.

Arrivata nel carcere ecco la scena più espressionista del film: Tonka è spaventata e l’uomo si avvicina a lei con fare minaccioso. Eppure accade qualcosa di straordinario perché l’ombra proietta inizialmente una figura ben maggiore di quella che rappresenta nella realtà l’uomo e anche le sue intenzioni sono nella realtà molto meno malvagie di quanto lei possa immaginare. Il linguaggio del corpo nell’immagine finale è chiaro: se lei vuole può anche andare via.

Qui c’è un’alternanza bellissima che notavamo con Danilo durante la visione. Tonka e il condannato sono in basso e ripresi dall’alto, mentre le guardie sono riprese dal basso e stanno in piedi. Probabilmente ha un significato simbolico particolare, ma in generale quello che ho notato rispetto a grandi drammi svedesi, ad esempio, è che manca completamente il giudizio: mentre in alcuni film il solo fatto di aver peccato è una giustificazione per la morte finale, qui i personaggi sembrano vittime di un destino avverso. Non sappiamo perché Tonka ha deciso di fare la prostituta e non la vediamo mai consumare con clienti. Il condannato non è noto per quale motivo è in carcere e in questa scena specifica, in tutto il suo dolore, mostra soltanto una grande umanità ricambiata da Tonka. Tra ultimi ci si capisce.

Altra bella scena è quella del matrimonio con Jan che viene a conoscenza della storia di Tonka dal venditore ambulante e torna a casa dove la ragazza e la madre lo aspettano felici. Si consuma il dramma e la mamma getta via la sciarpa che Tonka le aveva regalato con i soldi della prostituzione.

Avviciniamoci ora al finale: Tonka vive ormai per strada e pur di raccattare da bere è disposta a raccontare qualsiasi cosa e romanza la storia della sua nottata con l’impiccato. Nella birreria c’è però Jan la ragazza fugge, recupera il vestito (da notare nell’ebbrezza emotiva la visione multipla di esso) ma viene investita da un cavallo.

Tra le braccia di Jan inizia a sognare la sua vita possibile da sposata e ma muore tra le braccia dell’amato che cammina in processione assieme agli ultimi che avevano accompagnato la sua esistenza.

Sicuramente è una recensione diversa dalle altre ma è proprio il film, per tanti motivi, ad essere diverso e meritare un trattamento del genere anche per via dello splendido stato della versione che ho potuto visionare. Su internet troverete sicuramente delle versioni che sono riversamenti di una trasmissione televisiva del film. La qualità delle immagini non è il massimo ma vi invito comunque a vederlo se potete.

Il Colonnello Švec (Plukovník Švec) – Svatopluk Innemann (1930)

settembre 2, 2019 Lascia un commento

Plukovnik SvecLunedì abbiamo parlato della legione cecoslovacca nel film propagandistico Za československý stát (1928), oggi andiamo ad un film decisamente più strutturato e meglio girato che parla proprio dei soldati cechi nel delicato momento di passaggio nel ’17 al momento della rivoluzione. Al contrario del titolo di lunedì, Plukovník Švec è un film decisamente più maturo e godibile, con una splendida regia di Svatopluk Innemann e basato sull’opera omonima di Rudolf Medek, scrittore e poeta che partecipò in prima persona alle vicende essendo egli stesso arruolatosi nella legione cecoslovacca durante il primo conflitto mondiale.

Quando i bolscevichi prendono il potere, la legione cecoslovacca aveva avuto la garanzia di un libero passaggio verso Vladivostok dove poi sarebbe potuta imbarcarsi per continuare la sua azione. Improvvisamente giunge però un contrordine, l’esercito deve disarmarsi e unirsi all’Armata Rossa. A questa notizia la divisione prende le armi e, eletto come loro capo il Colonnello Švec (Bedřich Karen), inizia la sua lunga battaglia contro i Soviet in terra nemica per raggiungere la sua meta. Le prime battaglie sono vinte con successo ma col il passare del tempo la situazione diventa sempre più difficile e disperata. Il morale è a terra e l’esercito si ammutina decidendo di arrendersi all’esercito sovietico. Per spingere i suoi alla salvezza, il Colonnello Švec deciderà quindi di suicidarsi scambiando la sua vita per una rinnovata motivazione dell’esercito che con rinnovato vigore e motivazione riuscirà a raggiungere il suo obiettivo e partire verso casa.

Švec è un personaggio davvero ben riuscito, capace di mostrare tutta la sua complessità e umanità e in generale una profondità psicologica che non sempre è stata protagonista della produzione ceca vista fino ad ora. In due ore di film, di cui molte dedicate alle azioni belliche, troviamo tutto il dramma e la disperazione delle truppe che cercano disperatamente di tornare indenni nella loro terra. Costretti a vivere in una terra nemica, affronteranno la loro anabasi che potrà terminare solo con la morte del loro condottiero Švec. Si tratterà certamente di un cliché, ma una delle sottostorie più riuscite è certamente quella di Marie Ivanovna, ragazza che per amore si infiltra nell’esercito e combatte fino alla morte con l’uomo che desidera al suo fianco. Come abbiamo imparato a vedere, la regia di Svatopluk Innemann riesce sempre a impreziosire le immagini con alcune scelte e inquadrature davvero molto curate e interessanti, soffermandosi su particolari che magari altrimenti non si noterebbero.

 

Sono un grande appassionato di film e autobiografie di guerra, in particolare relative alla Prima Guerra Mondiale, e Plukovník Švec mi ha colpito perché rispetto a tantissimi altri film muti di questo tipo ha una maturità e profondità davvero incredibili, frutto probabilmente della sua uscita piuttosto tarda, siamo comunque nel 1930. Potrei quasi sbilanciarmi e dire che assieme a J’accuse (1919), potrebbe essere il mio film muto preferito sull’argomento. La grandezza nel film sta nel concentrarsi sugli uomini, i loro drammi e la loro umanità e la capacità di non tirarsi indietro di fronte alle enormi difficoltà. La traversata della legione ceca mi ha riportato alla mente quella disperata che dovranno fare gli italiani dalla campagna di Russia nel conflitto successivo.

Se, come me, siete appassionati di film o testimonianze di guerra, vi consiglio caldamente di vedere questo film, pur con la difficoltà di dover vincere la mancanza di traduzione delle didascalie. La storia e le splendide immagini sono però comprensibili anche senza di essa e vi assicuro che ne vale la pena.