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Posts Tagged ‘Gösta Ekman’

La prova del fuoco (Vem dömer) – Victor Sjöström (1922)

Vem dömer è il penultimo muto svedese rimastoci di Victor Sjöström, il terzultimo in assoluto. L’ultimo suo lavoro in Svezia è Eld ombord (incendio a bordo – 1923). Il fuoco, come da titolo, è presente anche in Vem dömer anche se per motivi molto differenti. In un certo senso questo film per tematica e atmosfera ricorda da vicino Il monastero di Sendomir (1920). Questa volta però il film è tratto da un soggetto di Hjalmar Bergman scritto per l’occasione.

Protagonista è Ursula (Jenny Hasselqvist) che, pur non amandolo, sposa l’intagliatore Mastro Anton (Ivan Hedqvist). Questi è grande amico del sindaco locale (Tore Svennberg) con cui è solito uscire la sera. Mentre il marito si diverte, Ursula si intrattenersi con il giovane Bertram (Gösta Ekman). La ragazza decide quindi di liberarsi del marito per poter sposare il suo amato. Un giorno un frate (Waldemar Wohlström) giunge nella casa di Ursula per vendere i prodotti del sua monastero. A Ursula viene in mente un piano, e chiede al frate di mettere nel suo anello una dose di veleno. Questi capisce cosa sta accadendo e quando Ursula si distrae mette nello scomparto del gioiello un prodotto innocuo al posto della polvere mortale. Corre poi alla locanda ad avvertire Mastro Anton. Questi torna di corsa a casa e si fa offrire da bere fingendo di non sapere nulla ma guardando la scena dallo specchio: quando vede che Ursula gli versa la polvere dall’anello, Anton muore d’infarto per il dispiacere. La popolazione vorrebbe linciare la ragazza convinta che sia stata lei ad ucciderlo. Nonostante il frate deponga in suo favore, il Priore (Knut Lindroth) decide di sottoporla alla prova del fuoco: questa prova consiste nel passare su un camminamento infuocato ed uscirne vivi; solo così chi è accuso di un reato avrebbe potuto sciogliere ogni dubbio. Visto che Ursula continua a dichiararsi non colpevole, Bertram decide di sottoporsi alla prova la posto suo. Poco prima della fatidica prova, la ragazza capisce il motivo della morte Mastro Anton e sentendosi colpevole decide di rimettersi al giudizio del fuoco. Riuscirà a superare la prova, o le sue colpe la faranno sprofondare nelle fiamme dell’inferno?

In un’atmosfera molto gotica si svolgono le vicende di Ursula, donna egoista e ottusa. Almeno questo è il personaggio come viene presentato all’inizio. Infatti la psicologia della protagonista non resta statica, ma si evolve nel corso della vicenda in un percorso che la avvicina all’amore e quindi a Dio. Solo quando Ursula capisce che le sue azioni hanno portato, pur indirettamente, alla morte del marito può iniziare il vero processo di espiazione. Il fuoco è un elemento importante, perché ha una funzione depurativa. Questo è il significato della prova: a livello simbolico se l’animo di chi attraversa le fiamme è puro o il pentimento è sincero, potrà superare indenne il camminamento ed uscirne come una persona nuova. Ancora una volta Victor Sjöström mette in scena una vicenda fortemente impregnata di morale cristiana e si concentra su un tema tanto caro: quello dell’apparenza e dell’evoluzione caratteriale del personaggio negativo che verso la fine si redime per apparire agli occhi dello spettatore come esempio positivo. Per quanto riguarda il primo aspetto esso è chiarissimo anche solo dalle tre foto che vi metto sotto, che raffigurano prima il crocifisso (che compare ripetutamente nel film), poi il gesto di Mastro Anton prima di morire e infine il tentativo di Ursula di analizzare quanto accaduto la notte della morte del marito:

Film del genere non sono esattamente i miei preferiti, ma in ogni caso non posso dire di non averlo gradito. Il tocco di Victor Sjöström si nota sempre e l’interpretazione degli attori è molto buona. La vicenda si svolge in maniera piuttosto fluida senza eccessivi tempi morti e l’ora e mezza di film scorrono senza problemi.

Il Giardiniere (Trädgårdsmästaren) – Victor Sjöström (1912)

Il Giardiniere, noto anche come La crudeltà del mondo, è il primo lavoro di Victor Sjöström alla regia, un cortometraggio di una ventina di minuti che racchiude in se stesso molti dei temi che caratterizzeranno la sua produzione successiva. Come prima esperienza non fu certo positiva, visto che il lavoro venne bloccato dalla censura e non vide la luce prima di un fortunato ritrovamento nel 1979 negli Stati Uniti. Possiamo così goderci la genesi di un grande regista del muto, che racchiude al suo interno molti elementi cardine della sua produzione futura.

Protagonista è una ragazza anonima (Lili Bech) che lavora come cameriera nel bar del perfido giardiniere locale (Victor Sjöström). La giovane si innamora perdutamente del figlio del suo superiore (Gösta Ekman) e tra questi nasce una storia d’amore clandestina. Purtroppo il giardiniere scopre l’inganno e dopo aver allontanato il figlio, abusa della ragazza. Quando il padre di lei (Gunnar Bohman) accenna ad una reazione, per tutta risposta il giardiniere li caccia di casa, anche quella sua proprietà. Senza lavoro e senza un posto dove andare padre e figlia cercano una sistemazione e la trovano finalmente grazie l’aiuto di un generale (John Ekman) che prende la giovane sotto la sua ala. Poco tempo dopo il padre di lei muore e la giovane diventa la domestica del militare. Il generale si affeziona alla ragazza e la considera a tutti gli effetti come una figlia. Tutto sembra andare per il meglio, e invece la situazione precipita nuovamente. Il Generale muore, e la ragazza viene cacciata di casa dagli eredi diretti. Di nuovo senza un posto dove andare, la ragazza torna nel suo paese d’origine. Qui, dopo aver distrutto la serra del giardiniere, muore.

Da un soggetto di Mauritz Stiller, la vicenda assume i contorni di un grande melodramma italiano, un anno prima di Ma l’amor mio non muore (1913) con la Borelli e dei successivi grandi successi nostrani. La storia è ben costruita ed ha una sua complessità, e questo stupisce vista la breve durata del film (appena 24 minuti nella versione ritrovata in America). La vita della giovane interpretata da Lili Bech viene analizzata tra poche fortune e tante sfortune, fino al tragico e inaspettato epilogo. In Trädgårdsmästaren troviamo molti elementi che prefigurano i futuri lavori di Sjöström: il dramma, con il finale tragico o più spesso caratterizzato da un lieto fine amaro. La grande presenza di elementi naturali, qui appena abbozzati, ma che accompagnano i momenti felici della coppia di giovani innamorati e rappresenta forse la libertà e la spensieratezza. La natura rinchiusa all’interno della serra rappresenta invece l’esatto opposto, perché è proprio lì che la ragazza verrà violentata ed è ancora lì che morirà. Troviamo poi il tema dell’amore difficile, che porta spesso a decisioni estreme o, ancora, quello della difficoltà economica, che condiziona la scelta dei personaggi. Inoltre fin dal primo lavoro Sjöström si cimenta nel doppio ruolo di regista e attore. Ovviamente ci sono anche aspetti negativi: le inquadrature lasciano a volte a desiderare, specie nelle scene girate in esterno. La breve durata porta inevitabilmente ad avere dei personaggi abbozzati e poco caratterizzati. Alcune scene restano ambigue e poco comprensibili. In ogni caso i venti minuti di Trädgårdsmästaren rappresentano un germoglio, la nascita della poesia di Sjöström e di una sconfinata filmografia che ha emozionato generazioni. Ci sono dei casi in cui vedere la prima opera di un grande regista lascia delusi, ma in questo caso si esce soddisfatti dalla visione, perché si ha la possibilità di vedere veramente la nascita di qualcosa di grande, un bozzetto di prova di una splendida scultura.

Curiosità: Nel film recita nel ruolo del figlio del giardiniere Gösta Ekman che interpreterà il Faust nel film omonimo di Murnau (1926). La protagonista Lili Bech, invece, sposerà nel 1913 Victor Sjöström, anche se il matrimonio avrà breve durata e terminerà nel 1916. Infine, nel film c’è anche un breve cameo di Mauritz Stiller, autore della sceneggiatura.

Faust (Faust – Eine deutsche Volkssage) – Friedrich Wilhelm Murnau (1926)

Anche questo articolo viene a termine di una proiezione con musica dal vivo del Cinema Trevi di alcune settimane fa che ha avuto una genesi un po’ travagliata tanto da venir pubblicato dopo il pezzo su “Un Cappello di Paglia di Firenze” (1928). Ho deciso di chiedere a due ragazzi che mi hanno accompagnato delle loro opinioni sul film. Premetto che non hanno mai seguito il Cinema Muto con continuità ma hanno accettato di essere trascinati al Cinema spinti anche dal titolo e dalla possibilità di sentire l’accompagnamento musicale del Maestro Antonio Coppola che tanto avevo decantato. Vedremo quale sarà il risultato in articoli separati, primi di un nuovo progetto dal titolo “Appunti di un Profano”. Cominciamo allora con una prima considerazione: il Faust di Murnau, a livello di trama, è piuttosto differente dall’opera di Goethe (1808) che ricordiamo si ispirava ai racconti popolari tedeschi. Eppure Murnau riesce comunque a dare giustizia al grande poema pur in una forma condensata e modificata rispetto a quella mastodontica di Goethe e con elementi dell’opera di Marlowe. Andiamo quindi direttamente alla trama per districare i nodi delle trame e vedere come la sceneggiatura di Hans Kyser ha affrontato la vicenda:

L’Arcangelo Michele (Werner Fuetterer) e Mefisto (Emil Jannings) fanno un patto, la terra sarebbe caduta in mano al demonio qualora egli fosse riuscito a prendere l’anima del vecchio Faust (Gösta Ekman). Il pretesto con cui Mefisto attuo il suo piano è semplice, una peste divora la città di Faust che disperato per l’incapacità di curare i malati che chiedono aiuto decide di fare un patto con il demonio. Mefisto propone un giorno di prova in cui potrà godere dei benefici del potere del diavolo. Il vecchio saggio così di curare i malati, ma quando un malato si presenta con una croce sul collo Faust la rifugge rivelando la sua natura tanto da essere lapidato. Quando si è ormai convinto di rescindere il patto, ecco che il diavolo lo tenta con l’eterna giovinezza e la riscoperta dei piaceri. Corrotto nell’animo sigla un patto eterno con Mefisto. Ma i piaceri provocati dal demonio offrono sempre un lato oscuro della medaglia e si rivelano effimeri. Così quando Faust decide di conquistare Gretchen (Camilla Horn), ragazza pura e sincera, tutto degenera in poco tempo: il diavolo uccide il fratello della ragazza e Grechen viene trovata dalla madre a letto con il suo Faust. La giovane rimane incinta e considerata alla stregua di una prostituta viene messa alla gogna ed emarginata. Una notte di gelo verrà trovata con il bambino morto sulla neve e sarà condannata al rogo per l’omicidio del suo piccolo. Con una splendida scena le urla di disperazione di Gretchen giungono all’orecchio di Faust che contro il volere del diavolo vola verso la sua amata arrivando quando ormai le fiamme sono già accese. Con un gesto disperato si butterà a sua volta tra le fiamme. Cessato il sortilegio del diavolo, Faust morirà tra le fiamme assieme alla sua amata dopo aver riottenuto il suo aspetto originario. Al giudizio finale, l’Arcangelo si schiererà al fianco di Faust sottraendolo a Mefisto e salvando di fatto la Terra.

Ho voluto raccontare la trama nella sua interezza per mostrare a chi è appassionato delle differenti versioni un quadro il più completo possibile. A livello tecnico il film è di ottima fattura ed è forse il film in cui si raggiunge il miglior equilibrio nella sfera espressionista poiché trasparire, oltre al caratteristico tratto gotico, anche un’anima paesaggistica decisamente più romantica. Personalmente sono stato colpito da diversi aspetti del film. Prima di tutto dalla recitazione, gli attori hanno offerto davvero una splendida interpretazione e Murnau, aggiungerei come al solito, ha saputo dirigerli alla perfezione. Secondo aspetto è stato sicuramente l’utilizzo degli effetti visivi, tra cui spicca a mio avviso la scena delle urla di disperazione di Gretchen, urla che invece di tramutarsi in voce, diventano un’autostrada di parole che, dopo aver attraversato paesaggi suggestivi, giungono infine alle orecchio di Faust. Ma come dimenticare la scena dell’evocazione o in generale gli splendidi giochi di luce caratterizzati da splendidi chiaroscuri. Non voglio infine dimentirare neanche il trucco e i costumi attraverso i quali hanno preso vita personaggi come Mefisto, con un Emil Jannings ancora una volta grandioso, ma anche Faust da anziano.

Per quanto riguarda le versioni casalinghe di questo film io personalmente consiglio sempre, quando disponibili, le edizioni Eureka! The Masters of Cinema (qui sotto il video di presentazione). Al limite si potrebbe sempre ripiegare sull’edizione della Kino Video.

Concludo con rimandi agli articoli dei poveri ragazzi costretti a vedere il film insieme a me:

Recensione di Jacopo (Serhunt)
Recensione di Francesco (Frankie)

e ora vi lascio definitivamente con un trailer del Faust.

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