Diario di una donna perduta – G. W. Pabst (1929)

mv5bmjmymzg5njk4nl5bml5banbnxkftztgwotkzota5mte40._v1_fmjpg_ux1000_Del breve ma rigoglioso periodo trascorso in Europa da Louise Brooks (il 1929, anno in cui il cinema tedesco si trova nel pieno della propria Età d’Oro produttiva, tanto da far concorrenza a Hollywood) si ricordano Il vaso di Pandora (Die Büchse der Pandora) insieme a Diario di una donna perduta (Tagebuch einer Verlorenen) diretti entrambi da Georg Wilhelm Pabst, oltre che Miss Europa (Prix de Beauté) di Augusto Genina, da considerare però il primo film sonoro dell’attrice a causa di un successivo intervento di doppiaggio e sonorizzazione nelle parti parlate e cantate.

La brusca decisione di lasciare Hollywood che da qualche anno produce un film dietro l’altro in un clima febbrile di cambiamenti e di allettanti novità, è data dall’insoddisfazione verso l’atteggiamento generale dell’industria (viene accusata di essere portatrice di malattie veneree) e nello specifico della Paramount, che le nega in continuazione le richieste di ruoli più redditizi. La Paramount è comunque interessata ad avere Louise Brooks sotto contratto, poiché si sta preparando per lanciare i propri attori di punta verso il cinema sonoro che, come dichiara Louise Brooks su Image, sarebbe: “una splendida opportunità…per sciogliere contratti, tagliare fondi e domare gli attori”. Rifiutando la proposta di doppiarsi nel film ancora in corso di riprese La canarina assassinata (The Canary Murder Case) di Malcolm St. Clair rendendolo quindi il film da muto a sonoro per settecento dollari alla settimana, lascia la Paramount una volta terminato il set. La casa di produzione continuerà a insistere tramite offerte di denaro dalle cifre sempre più alte, ottenendo solamente un silenzioso e determinato diniego. Di tutta risposta, la Paramount pubblica su tutti i giornali una breve dichiarazione sulla voce squillante di Louise Brooks, per nulla adeguata alle nuove regole dettate dai talkies. Mossa che danneggia irreparabilmente la reputazione e la carriera di Louise Brooks, portandola a subire un rapido ostracismo da parte dell’intera industria del cinema nordamericano.

Pabst, dal canto suo, è alla ricerca dell’attrice protagonista che possa vestire i panni di Lulu ne Il Vaso di Pandora e, colpito dalle doti di Louise Brooks in Capitan Barbablù (A Girl in Every Port) di Howard Hawks, prova a contattare direttamente la Paramount per ingaggiare l’attrice senza però ottenere alcuna risposta. Resa pubblica la disponibilità di Louise Brooks di partire per l’Europa dopo un’intricata e fitta corrispondenza tra Paramount e il regista austriaco, quest’ultimo ingaggia immediatamente l’attrice scartando all’ultimo minuto Marlene Dietrich in quanto “troppo vecchia e troppo banale” preferendola a una Louise Brooks “abile nel mostrare innocenza e intensità sessuale allo stesso tempo, senza riluttanza e senza premeditazione”.

Dopo la straordinaria performance ne Il vaso di Pandora, il film definitivo nonché il più celebrato della breve carriera di Louise Brooks, Pabst la invita a girare un secondo film, Diario di una donna perduta, basato sull’omonimo romanzo di Margarethe Böhme pubblicato nel 1907, considerato controverso per i suoi temi insidiosi ed espliciti come lo stupro e la prostituzione. Se ne Il vaso di Pandora Louise Brooks con la sua Lulu ricalca in maniera inquietantemente somigliante il suo personalissimo approccio verso la libertà sessuale, incurante di qualsivoglia giudizio, in Diario di una donna perduta è come se le cause e le ragioni di tale disinvoltura vengano a galla una volta per tutte: l’attrice vive anche qui un’esistenza straordinariamente simile a quella del suo personaggio Thymian, vittima di un clima di soprusi e chiusura mentale, nonché del senso di colpa innestato dalla madre per aver colpevolmente “sedotto” l’uomo che la abusa da bambina. Un’esistenza “perduta”, quella di Louise/Lulu/Thymian dal destino tristemente noto e dolceamaro: allontanata, dimenticata, riscoperta solo sul viale del tramonto.

Thymian (Louise Brooks) è la figlia sedicenne del farmacista Robert Henning (Josef Rovensky) ed è prossima a ricevere il sacramento della cresima. Il giorno stesso dei festeggiamenti, la governante Elisabeth (Sybille Schmitz) lascia la proprietà, perché aspetta un bambino dal padre di Thymian. In seguito, viene inspiegabilmente trovata morta. L’oscuro Meinert (un cattivissimo Fritz Rasp) le promette di spiegarle l’accaduto una volta finita la festa in onore di Thymian, la quale riceve in dono un diario su cui scrivere i propri segreti: turbata dal corso degli eventi, Thymian incontra Meinert che la fa addormentare per poi violentarla. Incinta e costretta a sposare Meinert per preservare la propria integrità, Thymian rifiuta e lascia la bambina appena nata alla nuova governante Meta (Franziska Kinz) che raggira il padre suggerendogli di chiudere la figlia in un riformatorio per ragazze difficili. Laggiù, Thymian subisce angherie sia fisiche (estenuanti esercizi di ginnastica mattutina) che psicologiche (consumare i pasti a ritmo di gong) da parte della folle padrona e del suo inquietante assistente. Non sembra esserci modo di fuggire da un simile inferno, se non che, grazie all’aiuto del conte Nicolas Osdorff (André Roanne), suo amico, da sempre innamorato di lei, riesce a fuggire insieme alla compagna di stanza Erika (Edith Meinhard). Dopo aver appreso della morte della figlia, a Thymian non resta che raggiungere Erika, che le consiglia di seguirla presso un bordello di alta classe. Thymian diventa così una prostituta. Dopo poco tempo, incontra il padre in un nightclub e la possibilità di instaurare un nuovo inizio viene interrotta da Meta che nel frattempo ha preso in moglie e gli ha dato due bambini. Tre anni dopo, il padre muore e lascia a Thymian la farmacia che viene acquistata da Meinert: con il denaro, la ragazza ha la possibilità di rifarsi una vita sposando Osdorff. Mossa da pietà verso Meta e i fratellastri orfani di padre, Thymian dona loro tutta l’eredità, portando al suicidio Osdorff che anni prima era caduto in disgrazia. Al funerale, si presenta il vecchio zio Osdorff (Arnold Korff) che, in preda ai sensi di colpa per aver lasciato solo il nipote, decide di prendersi cura di Thymian fino alla fine dei suoi giorni. Per uno strano scherzo del destino, Thymian viene introdotta nell’associazione di donne che gestiscono il riformatorio femminile dove c’è un posto vacante per la figura di direttrice riservato proprio a lei. Sconvolta dalla rivelazione e dalla vista di Erika che è stata costretta a farvi ritorno, Thymian fugge con lei per non tornare mai più. Il film si conclude con le dure parole dello zio: “Con un poco di amore in più, nessuno si sentirebbe perso in questo mondo”.

Inizialmente, non è previsto il finale brusco e frettoloso che troviamo nella pellicola. Stando ad alcune rivelazioni di Louise Brooks, Pabst aveva in mente ben altra conclusione: in nome del disprezzo provato verso la borghesia e con l’idea che non bastano solo le buone parole e l’essere solidali per risolvere i problemi della società, Thymian avrebbe rifiutato il posto da direttrice per andare ad assumersi da sola la responsabilità della gestione del bordello. Chiaramente, l’intervento della censura non permette al regista di inserire quest’ulteriore provocazione che andrebbe ad aggiungere così un significato molto più potente di quello presente nella versione finale a noi pervenuta.

È interessante notare come il nome Thymian sia provvisto di una forte carica simbolica all’interno del film. In tedesco, Thymian significa “timo” e se nell’antica Grecia si arrivava a chiamarlo addirittura “respiro di Zeus”, nel linguaggio dei fiori viene associato a qualità come il coraggio, l’operosità e la diligenza. In più, il timo è una pianta ampiamente venduta nelle farmacie, grazie alle sue proprietà curative e antisettiche: non a caso, Thymian all’inizio del film, quando vive ancora a stretto contatto con il mestiere del padre, indossa una coroncina di fiori bianchi che ricordano vagamente quelli della pianta del timo. Infine, il timo è anche simbolo di morte: nell’antichità si credeva che le anime dei morti andassero a posarsi sui suoi fiori e che se ne potesse sentire ill suo profumo nei luoghi infestati dai fantasmi e nell’antico Egitto era una delle piante utilizzate nel lavaggio delle salme prossime all’imbalsamazione. La morte è un evento con cui Thymian ha a che fare ben quattro volte.

Infine, non si può fare a meno di notare l’enorme apporto di vera arte recitativa che Louise Brooks dona al film, totalmente diversa rispetto alla recitazione descrittiva impiegata dalla maggior parte dei suoi colleghi, tanto da ottenere opinioni contrastanti (“Non recita!” “Non sta facendo niente”). Brooks è una delle prime attrici a intuire che basta una recitazione discreta quanto basta per sembrare il più naturale possibile, specialmente nei primi piani dove le micro-espressioni facciali vengono maggiormente evidenziate. Sebbene non abbia mai avuto una formazione teatrale (e forse è meglio così) Louise Brooks è da considerarsi pioniera di un metodo non ancora del tutto compreso alla fine degli anni Venti, eppure antesignano di uno stile che oggi è prassi.

L’arte di Louise Brooks, oggi figura leggendaria e iconica, può essere riassunta in un’unica espressione che combina cinema e una vita pienamente vissuta, seppur incompresa, secondo lei: “la grande arte di creare un film non consiste nel descrivere i movimenti del viso e del corpo, ma nei movimenti del pensiero e dell’anima, trasmessi in una condizione di intenso isolamento”.

Fonte: Kenneth Tynan, “Louise Brooks Tells All”, The New Yorker, giugno 1979.

Diario di una donna perduta (Tagebuch einen Verlorenen) / G. W. Pabst. – Soggetto: dal romanzo Tagebuch einen Verlorenen di Margarete Böhme – Sceneggiatura: Rudolf Leonhard. – Berlino: Hom-Film AG, Pabst-Film GmbH, 1929. – Con Louise Brooks, Fritz Rasp, André Roanne, Josef Rovensky, Franziska Kinz / Lunghezza: metri 2967 (108′).

Visto di censura: B.24673, 24 settembre 1929; O.00596, 5 dicembre 1929; B.24673, 6 gennaio 1930; 72699, 8 febbraio 1995.

Stato: sopravvissuto.

Rispondi