Archivio

Posts Tagged ‘Espressionismo’

Zalamort der Traum der Zalavie (Emilio Ghione, 1924)

zalamortzalavie

Alla fine del 1923, Emilio Ghione si trova in Germania intenzionato a girare tre film, riuscendo a portarne a termine solamente uno, a causa del rientro anticipato in Italia dovuto principalmente ai problemi di salute che lo porteranno a una sempre più maggiore difficoltà di assunzioni in ruoli anche marginali. I primi anni del nuovo decennio registrano una migrazione di massa di registi, attori, artisti e produttori in cerca di fortuna in paesi europei che non fanno fronte alla crisi produttiva che l’Italia sta passando. Dive e divi spendaccioni conoscono la miseria, altri hanno maggior fortuna: Francesca Bertini si fa chiamare contessa Cartier e Lyda Borelli contessa Cini. Complici la mediocre organizzazione produttiva, la tecnologia obsoleta, i costi eccessivi, la forte concorrenza col cinema nascente di Hollywood e anche un certo lato conservatore riguardo i generi letterari, melodrammatici e storici, (i feuilleton ripresi da testi classici e popolari sembrano resistere e ottenere ancora dell’entusiasmo da parte del pubblico), il cinema italiano pare stanco, malato e ha bisogno di respirare quella ventata di aria fresca, di novità e di svolta che arriverà ultimamente dieci anni dopo con l’avvento del sonoro.

Così, seguendo l’esempio di tanti suoi compagni e accompagnato da Kally Sambucini, Ghione realizza in terra tedesca il penultimo film dedicato a Za La Mort che si avvale della partecipazione e collaborazione dell’attrice statunitense Fern Andra, popolare nell’ambiente del cinema locale e proprietaria della casa di produzione “National”, che si riserva il ruolo di raffinata nobildonna doppiogiochista e grazie alla quale Ghione verrà prontamente assunto.

Diviso in due parti, ognuna di tre atti, prevedeva inizialmente una suddivisione in due episodi: Zalamort 1. Teil (1807 metri) e Zalamort 2. Teil (1439 metri). Lungo quindi in origine 3246 metri, successivamente presentato in censura, viene tagliato pesantemente più volte e distribuito in Italia nel 1925 in una versione ridotta di soli 1600 metri. Le note censorie d’epoca riportano le seguenti motivazioni: “Alla precedente versione di 2025 metri è stato negato il nullaosta perché l’azione e la trama s’imperniavano esclusivamente sul delitto, i personaggi principali erano delinquenti della peggior specie, l’ambiente in cui vivevano ed agivano era costituito dai bassifondi sociali. Nella versione che ha ottenuto il nullaosta molte scene sono state soppresse, modificate ed attenuate, conferendo così all’azione un’intonazione di sogno fantastico”.

A partire dalle informazioni fornite dalla censura, capiamo, perciò, che si tratta con molta probabilità di uno dei film di Za la Mort più audaci e coraggiosi, anche se principalmente il soggetto non si discosta molto dai precedenti episodi e certi tratti coincidono anche con il romanzo Za la Mort edito quattro anni dopo. In questo caso Za la Mort viene incolpato di omicidio per vendetta del Gran Paralitico, capo di un’organizzazione criminale. Al suo servizio vi sono Perla Cristal e Lama Rossa che viene sconfitto in duello da Za la Mort nella prima sequenza nel covo degli apaches, colpevole di aver tentato di derubare la ricca donna. Attirato in una trappola, Za la Mort viene sedotto da Perla Cristal, ma rifiuta ogni sua avance; per questo fa in modo che sia incolpato di un omicidio mai commesso e viene condannato ai lavori forzati in una prigione/miniera sull’isola di Rügen. Nel frattempo, Za la Vie, che era presente al duello tra Lama Rossa e il suo compagno, viene rapita e sottoposta a un trattamento psichiatrico che la rende pazza. Za la Mort riesce a fuggire dall’isola e dopo lo dopo lo svelamento di complicati intrecci di inganni, travestimenti e il ricongiungimento con Za la Vie, Perla Cristal si suicida. La fine de Livido è ignota e non viene spiegata nella pellicola. Tutta questa vicenda si rivelerà essere solo un sogno (“incubo”) di Za la Vie; tuttavia un mazzo di fiori recapitato a Za la Mort da parte di Perla Cristal lascia il retrogusto amaro di un’ambigua sovrapposizione di eventi che lasciano intendere un finale aperto.

A proposito di Za la Vie, è inevitabile considerare come finalmente le venga riservato del meritato spazio scenico; tanto è vero che viene ripresa non più come figura passiva e ubbidiente al fianco a Za la Mort, o addirittura pressoché inesistente nel momento in cui viene tolta letteralmente dalla circolazione dalla rivale in amore Casco D’Oro/ Hesperia in Anime buie (1916), ma in questo caso vittima di un rapimento e in preda alla pazzia mentre vaga smarrita e confusa per le vie vuote e desolate di una Berlino degli anni Venti. Tanti sono i primi piani dedicati alle buffe smorfie di Kally Sambucini che dimostra di possedere una grande versatilità in ambito recitativo. Proprio nelle scene della follia di Za la Vie è interessante notare e confrontare la fragilità di una Za la Vie che torna bambina mentre insegue una palla, contro la durezza della medesima donna che regge la pistola con sguardo truce mentre controlla che il malcapitato non si dia alla fuga.

Nella pellicola vi sono rudimenti di ellissi temporali quali flashback e dissolvenze (specialmente quando la figura di Za la Mort si sovrappone a quella del Livido); l’influenza dei primi film di matrice espressionista tedesca è ben visibile già nella sequenza ambientata nel covo degli apaches, in cui la folla di curiosi che assiste allo scontro tra Lama Rossa e Za la Mort è pervasa da un certo dinamismo di insieme; si voltano da una parte, si voltano dall’altra come se fossero spinti da una forza centrifuga guidata dalla “danza” dei due apaches e vi si legge perfettamente nei loro sguardi allucinati l’ansia, l’attesa e la suspence di chi non vede l’ora di scoprire chi l’avrà vinta. Anche l’improvviso arrivo di Za la Mort giustiziere è preceduto da un’ombra nera (Ghione vede Nosferatu?)  che si staglia lungo le paretiumide e poco illuminate  del bassifondo, così come contrasti fotografici visibili nel primissimo piano illuminato dal basso di Za e nella scena notturna della fuga dal carcere/miniera sull’isola di Rügen dove per certi versi gli alberi che si stagliano sullo sfondo ricordano una scena da Il gabinetto del dottor Caligari. Appunto, le composizioni, le linee secche, l’estetica complessa del cinema espressionista appartengono a un mondo irreale fatto di ombre. Robert Wiene nel 1922 dice: “Oggi noi comprendiamo in profondità, attraverso l’espressionismo, come la realtà sia indifferente e come l’irreale sia potente: ciò che non è mai esistito, ciò che è stato solo percepito, la proiezione di uno stato d’animo verso l’esterno”. E infatti, per Za la Vie, è tutto solamente un sogno.

Del film viene data la prima visione romana nel 1925, a cui viene attribuito il titolo alternativo L’incubo di Zalavie. Questo è l’ultimo film sopravvissuto della saga di Za la Mort.

Per ulteriori approfondimenti:

  • Denis Lotti, Emilio Ghione, l’ultimo Apache. Vita e film di un divo italiano, Bologna, Cineteca di Bologna, 2008.
  • Vittorio Martinelli, Za la Mort. Ritratto di Emilio Ghione, Bologna, Cineteca di Bologna, 2007.

Zalamort der Traum der Zalavie / Emilio Ghione. – Soggetto e sceneggiatura: Emilio Ghione. – Berlino: F.A.J.-National, Berlin, 1923-1924. – Con Fern Andra, Emilio Ghione, Kally Sambucini, Magnus Stifer, Henri Sze, Robert Scholz, Ernst Rückert / Lunghezza: metri 1600.

Visto di Censura: 20011, 22 aprile 1924.

Stato: sopravvissuto.

 

Annunci

L’ultima risata (der letzte Mann) – Friedrich Wilhelm Murnau (1924)

settembre 12, 2011 8 commenti

Murnau, grazie al successo di precedenti pellicole come il famosissimo Nosferatu, era riuscito ad ottenere un contratto con l’UFA (Universum Film AG), società di produzione tedesca nata dalla fusione di alcuni enti privati con la compartecipazione di quello governativo. Nel 1924 il regista tedesco si apprestava quindi a girare il primo film per questa casa di produzione: L’ultima risata (letteralmente l’ultimo uomo). Prendendo le mosse dal Cappotto di Gogol, il grande Carl Mayer tirò fuori una sceneggiatura discreta da cui Murnau seppe trarre un vero e proprio capolavoro. Senza l’ausilio di didascalie, lasciando alle lettere scritte pochi fotogrammi, veniamo immersi nella vicenda e guidati dalla sola macchina da presa. Andando oltre l’espressionismo che aveva caratterizzato gli anni passati, ci ritroviamo in un contesto quasi neorealista, in cui si punta l’attenzione sui problemi sociali dei personaggi e sulla realtà della loro condizione.

L’anziano portiere dell’Atlantic Hotel (Emil Jannings) porta con ostentazione e gioia la sua divisa che gli conferisce una posizione di rispetto all’interno dell’albergo e del piccolo sobborgo in cui abita. Ma questa felicità non è destinata a durare: vista l’età avanzata, il direttore lo declassa a inserviente dei bagni, metaforicamente situato in uno dei punti più bassi dell’Hotel. Nel giro di poco tempo il portiere perde la sua posizione sociale, il rispetto e l’affetto delle persone care. Ma il regista ha pietà per il nostro eroe, e come un deus ex machina delle tragedie greche, inventa un finale che ci lascia con il sorriso sulle labbra.

Murnau riesce ad inserire l’happy ending, probabilmente imposto dalla produzione, in maniera geniale, rendendo palese l’imposizione stessa e giocandoci sopra. Un tipo di espediente che mi ha ricordato delle vecchie fiabe per bambini di Rodari, in cui le storie si interrompevano all’improvviso e davano poi la possibilità di scelta tra diversi finali più o meno felici. La prova di Jannings (vincitore dell’oscar nel 29 per i film The Last Command e The Way of All Flesh ma noto specialmente per la su interpretazione in l’angelo azzurro) è magistrale. L’attore interpreta alla perfezione il personaggio, senza mai andare fuori le righe, riuscendo a rendere la disperazione con la semplice gestualità. La degradazione del suo portiere non è solo lavorativa, ma anche fisica: con la divisa, questi si mostra fiero ed impettito, perfettamente dritto. Una volta degradato, invece, invecchia improvvisamente: inizia a zoppicare, cammina curvo e perde le forze tanto da non riuscire più a sollevare le pesanti valige che aveva trasportato per tutta la vita. Attraverso un uso magistrale delle telecamere, Murnau e Karl Freund (direttore della fotografia che ci ha regalato tante emozioni con tanti film tra cui Metropolis e Dracula), innovano, lasciando ad una telecamera libera il compito di raccontarci gli avvenimenti. Le inquadrature sono a dir poco geniali e risultano tanto moderne da rendere il film apprezzabilissimo da un pubblico odierno. Voglio ricordare una scena su tutte, quella in cui il portiere, ubriaco ed assonnato vede tutto quello che gli sta intorno completamente distorto. Il film ebbe un grandissimo successo, specialmente in America, tanto da aprire al regista le porte per il nuovo mondo, terra in cui morirà nel 1931 dopo un incidente automobilistico.

Il film è stato restaurato ed è disponibile nelle più svariate edizioni. Consiglio caldamente la visione. Se volete una recensione più approfondita vi invito a leggere questa tratta da cinerepubblic, veramente ben fatta e curata in ogni dettaglio.

Curiosità: alcuni assegnano al genio di Murnau il merito di aver reintrodotto l’assenza delle didascalie nei film muti in un periodo in cui, ormai, erano quasi un obbligo. In realtà non è così ed anche in Italia vi erano stati degli esempi precedenti. Per maggiori informazioni vi consiglio di leggere questo intervento tratto dal blog in penombra.