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Programma Cinema Ritrovato 2018

il-cinema-ritrovato-bologna-23-giugno-1-luglio-2018Il Cinema Ritrovato 2018 è ormai alle porte e con la pubblicazione del programma generale torna la nostra consuetudine di pubblicare quello dei soli film muti della rassegna. Tra le notizie più belle sicuramente quella dell’apertura del Cantiere Modernissimo, ovvero l’ex Cinema Modernissimo che nonostante sia ancora in fase di restauro verrà usato ogni giorno per la proiezione dei film del progetto MultiFlix (Wolves of Kultur). Per il resto la Sala Mastroianni si conferma la casa di ogni amante del muto. Da segnalare anche le serali, davvero ricche tra Piazza Maggiore e l’ormai immancabile appuntamento in Piazzetta Pasolini con la lanterna a carbone. Ovviamente noi racconteremo tutto sia qui che su Cinefilia Ritrovata, che questa volta ospita sia me che Alessia. Per ulteriori informazioni vi consiglio di scaricare il programma completo.

23/06
12.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 1 – The Torture Trap (Rep. ore 19.30)
15.45 Sala Mastroianni – Arrigo Frusta: L’officina della scrittura 1 – Raggio di Sole/Siegfried
17.45 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Segundo de Chomón (rep. 27/06)
18.30 Sala Mastroianni – Napoli che canta 1 – The Tarantella/Neapolitan dance
19.30 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 1 – The Torture Trap (replica)
21.30 Sala Mastroianni – Pina Menichelli – La moglie di Claudio (rep. 28/06)

24/06
09.00 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Les Deux Timides (rep. 29/06)
09.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 2/3 -The Iron Chair/Trapping the traitors (rep. 19.00)
10.30 Sala Mastroianni – 1918: Guerra e Politica – Charlot Soldato (rep. 30/06)
11.45 Sala Mastroianni – Avvento film di avventura – Gerusalemme liberata
14.30 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Shiraz: A Romance of India (rep. 30/06)
16.30 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Vita a Venezia
17.45 Sala Mastroianni – W.K.L. Dickson e il Mutoscope & Biograph Syndicate
18.30 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Der Fall Rosentopf/Grafin Kuchenfee/Puppchen (rep. 30/06)
19.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 2/3 -The Iron Chair/Trapping the traitors (replica)
21.45 Piazza Maggiore – Ritrovati e Restaurati – Rosita e Entr’acte

25/06
09.00 Sala Mastroianni – 1918: Stelle cadenti e bombe a mano (rep. 28/06)
09.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 4/5 -The Ride to Deaths/Through the Flames (rep. 19.00)
10.15 Sala Mastroianni – Avvento film di avventura 2 – Il gioiello di Khama
12.00 Sala Mastroianni – 1918 – La Russia avan-avanguardia – Baryshyna I Chuligan
14.30 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Christian Wahnschaffe pt.1
16.00 Sala Mastroianni – La donna con la Kinamo: Ella Bergmann-Michel
17.45 Sala Mastroianni – 1898 – Lumière locale: Kríženecký a Praga
18.30 Sala Mastroianni – Napoli che canta 2 – è piccerella (rep. 28/06)
19.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 4/5 -The Ride to Deaths/Through the Flames (replica)
22.15 Piazzetta Pier Paolo Pasolini – Proiezione con lanterna a carbone – Napoli che canta 3 – Un amore selvaggio/Fantasia ‘e surdato

26/06
09.00 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Christian Wahnschaffe pt.2
09.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 6/7 -Trails of Treachery/The Leap of Despair (rep. 19.00)
10.30 Sala Mastroianni – Avvento film di avventura 3 – Tarzan of the Apes
11.45 Sala Mastroianni – Professione: Film director – Woman
14.30 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Lights of Old Broadway
16.15 Sala Mastroianni – La donna con la Kinamo: Ella Bergmann-Michel
17.00 Sala Cervi – Cinema Ritrovato Kids – Omaggio ad Osvaldo Cavandoli: Antenati ed eredi de La Linea
18.30 Sala Mastroianni – Napoli che canta 4 – Vedi Napule e po’ mori!
19.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 6/7 -Trails of Treachery/The Leap of Despair (replica)
22.15 Piazzetta Pier Paolo Pasolini – Napoli che canta 5 – Naples au Baiser de Feu

27/06
09.00 Sala Mastroianni – Segundo de Chomón (rep. 23/06)
09.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 8 – In the Hands of the Hun (rep. 19.00)
10.00 Sala Mastroianni – 1918: Profession Film Director – Ucitel Orientalinich Jazyku
11.45 Sala Mastroianni – 1918: Apogeo del Diva film – L’Avarizia
14.30 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Rue de la paix
16.15 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Salon de Lectures: Ames de fous
16.15 Auditorium DAMSlab – Documenti e Documentari – Sydney: the other Chaplin
19.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 8 – In the Hands of the Hun (replica)
21.30 Sala Mastroianni – 1918: Lyda Borelli si ritira – Carnevalesca
21.45 Piazza Maggiore – Ritrovati e Restaurati – 7th Heaven

28/06
09.00 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Lights of old Broadway
09.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 9/10/11 (rep. 19.00)
10.30 Sala Mastroianni – 1918: Stelle cadenti e bombe a mano (rep 25/06)
11.45 Sala Mastroianni – 1918: Apogeo del diva film – La Moglie di Claudio (rep. 23/06)
14.30 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Émile Cohl Nuovi restauri
15.15 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati –Marey, Painlevé, Mol tra Scienza e Avanguardia
16.00 Sala Mastroianni – Arrigo Frusta: L’officina della scrittura 2 – Spergiure
17.45 Sala Mastroianni – 1898: Science and Science Fiction/ Méliès e l’arte del meraviglioso/vedute Lumière
18.30 Sala Mastroianni – 1918: Star Dust – Bany Titka pt1
19.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 9/10/11 (replica)
21.30 Sala Mastroianni – Napoli che canta 2 – è piccerella (rep. 25/06)

29/06
09.00 Sala Mastroianni – 1918: Star Dust – Bany Titka pt. 2
09.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 12/13 – Tower of Tears/The Hun’s Hell Trap (rep. 19.00)
10.45 Sala Mastroianni – 1918: Bergman 100 – Nattliga Toner
12.00 Sala Mastroianni – 1918: War and Politics – Revolutionens Datter
14.30 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Les Deux Timides (Rep. 24/06)
16.00 Sala Mastroianni – Arrigo Frusta: L’officina della scrittura 3
17.45 Sala Mastroianni – Directing films in 1898: Hatot e Breteau
18.30 Sala Mastroianni – Progetto Keaton – Go West
19.15 Sala Scorsese – Seconda utopia: 1934 – Naslednyk Princ Respubliki
19.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 12/13 – Tower of Tears/The Hun’s Hell Trap (replica)
22.15 Piazzetta Pier Paolo Pasolini– Napoli che canta 6 – ‘ A Santanotte

30/06
09.00 Sala Mastroianni – Arrigo Frusta: L’officina della scrittura 4
09.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 14/15 – Code of Hate/Reward of Patriotism (rep. 19.00)
11.00 Sala Mastroianni – 1918 – Otec Sergij
11.00 Sala Cervi – Workshop – Arrigo Frusta: storia e metodo di lavoro
14.30 Sala Mastroianni – Alla ricerca del colore dei film: Kinemacolo
15.15 Sala Mastroianni – 1918: Restaurati Muti – Der Fall Rosentopf/Charlot Soldato (rep 24/06)
16.15 Auditorium DAMSlab – Lezione di Cinema – Napoli che canta
16.45 Sala Mastroianni – Arrigo Frusta: L’officina della scrittura 5 – Santarellina
17.30 Auditorium DAMSlab – Documenti e Documentari – Douglas Fairbanks
18.15 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Two Early Disney from Norvegia/Progetto Keaton – The Navigator
18.15 Sala Scorsese – Seconda utopia: 1934 – Pridanoe Zuzuny
19.00 Cantiere Modernissimo – Wolves of Kultur 14/15 – Code of Hate/Reward of Patriotism (replica)
21.30 Sala Mastroianni – Ritrovati e Restaurati – Shiraz: A Romance of India (rep 24/06)

Legenda:
Cinema Lumière, via Azzo Gardino 65:
Piazzetta Pier Paolo Pasolini – Numero di posti: ?
Sala Mastroianni – Numero posti: 174
Sala Scorsese – Numero posti: 144
Auditorium DAMSlab – Numero posti: 216

Cantiere Modernissimo – Via Rizzoli 1/2 – Numero posti: ?
Sala Cervi – via Riva di Reno, 72 – Numero posti: 44

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Due commedie fantascientifiche

Siamo quasi al capolinea con i nostri aggiornamenti fantascientifici, questa volta sono riuscito a recuperare due commedie piuttosto rare. Andiamo a vedere di cosa si tratta:

– Laughing at Danger – James W. Horne (1924)

089218727695Laughing at danger rientra in quel filone di film “fantascientfici” molto stunt e poca trama che abbiamo imparato a conoscere nel corso del nostro progetto fantascienza. Tra questi citiamo ovviamente i film e serial con Houdini protagonista. Il film di cui parliamo oggi si differenzia un pochino dagli altri per il fatto che nasce come commedia, il protagonista, come vedremo, non si rende affatto conto che quanto sta accadendo è reale e non uno scherzo ben organizzato. A tirare il carro del film c’è Richard Talmadge, attore, stuntman e regista tedesco che deve il suo primo successo proprio alle sue prodezze sconsiderate davanti alla cinepresa.

Alan (Richard Talmadge) è lo spensierato figlio di Cyrus Remington (Joseph W. Girard), uomo politico che sta gestendo la trattativa per l’acquisizione di un raggio della morte capace di porre fine a tutte le guerre. Peccato che a casa Remington ci sia una talpa, Darwin Kershaw (Stanhope Wheatcroft), in realtà capo di una terribile banda criminale che vuole usare per i suoi loschi scopi la nuova arma. Quest’ultimo rapisce il Dr. Hollister (Joseph Harrington), inventore della macchina e unico a saperla usare, e sua figlia Carolyn (Eva Novak). Fin qui sembrerebbe tutto normale, ma a questa vicenda più seriosa si mischia quella di Alan, per l’appunto, che dopo l’ennesima delusione d’amore viene invitato dal medico curante a fare cose emozionanti. Così quando i malviventi iniziano a rincorrerlo e minacciarlo perché è entrato fortunosamente in possesso dell’unica chiave in grado di far funzionare la macchina mortale, egli crede si tratti di una farsa inventata dal padre per tirarlo su. Così il nostro eroe diverte a malmenare con chiunque gli si pari davanti. Il lieto fine è ovviamente scontato…

Il film ha il pregio di essere breve, ma di contenuti ne ha davvero pochi. In 60 minuti assistiamo a 20′ di scazzottate, 20′ di stunt e 20′ del protagonista che se la ride pensando sia tutto uno scherzo. Bisogna dire che alcune scene sono spettacolari, in particolare quella finale in cui una nave della marina fa esplodere con un missile il rifugio dei banditi (già ovviamente ripulito dal nostro eroe a furia di sganassoni). Il livello recitativo è tutto sommato dignitoso, con Talmadge a reggere sulle proprie spalle il peso della narrazione. Di certo da un film di James W. Horne mi sarei aspettato un pochino di più. La scena scelta nelle immagini è tratta dal finale ed è una delle poche che mi ha fatto sorridere, sia per il riferimento metacinematografico che per il felice ammiccamento tra i due padri davanti ai figli che stanno per fidanzarsi.

– Her First Flame – Bruno C. Becker (1920)

gale-henryLe premesse per fare un corto carino con Her First Flame c’erano tutte, l’inizio sembrava promettente con una didascalia che possiamo tradurre con “Immagina che sia il 1950 e fossero le donne a portare il pane a casa, mentre gli uomini si occupano della casa (dai, prova ad usare l’immaginazione!)“. Da queste prime parole mi immaginavo una commedia intelligente che scardinasse la pretesa superiorità maschile sulle donne. E invece? Si tratta di una commediola maschilista decisamente bruttina e poco divertente. In questo mondo le donne impersonano, male, il ruolo che dovrebbe, secondo i canoni dell’epoca, essere quello degli uomini, mentre questi ultimi agiscono come le peggiori e stereotipate donnette smorfiose. Con la frase “fanno, male, gli uomini”, intendo dire che le donne non riescono a interpretare bene il ruolo del maschio alpha, anche quando ricoprono cariche importanti. Sembrerebbe insomma una controprova di come in un mondo al contrario le donne non potrebbero mai fare con successo ciò che gli uomini fanno regolarmente.

La vicenda vede contrapposte due donne: Lizzie Hap (Gale Henry), donna dalla discreta inventiva e decisamente pasticciona, e Minnie Fish (Phyllis Allen), donna decisamente più quadrata nonché ricca e piuttosto popolare. Entrambe si contendono il posto di capo dei vigili del fuoco nonché le grazie del “bel” Willie Wart (Milburn Moranti), il cui padre
(Hap H. Ward), preferisce di gran lunga il buon partito di Minnie. Visto che nessuna persona di senno la voterebbe, Lizzie si traveste da tanti personaggi diversi, tra cui una donna nera con il razzistissimo trucco black face, buttando dentro l’urna chili di schede con il suo nome (grasse risate!). Così la protagonista ottiene il ruolo con l’inganno. Un giorno Minnie fa ubriacare Willie e tenta di ottenere le sue grazie con la violenza, ne segue una colluttazione che scatena un incendio. Lizzie salva il suo amato e riceve finalmente il benestare del padre di lui.

Non ho molto da dire, odio il modo di recitare di Gale Henry, davvero macchiettistico e, a mio avviso, poco divertente. Le situazioni sono davvero straviste e uno spunto interessante è stato gettato alle ortiche. Per fortuna oggi fa ridere pensare che un film di fantascienza sia incentrato sul predominio sociale delle donne, chissà cosa penserebbero gli sceneggiatori del film vedendo alcune donne degli anni 2000, seppur purtroppo ancora di rado, svolgere con estrema perizia ruoli di alta responsabilità.

The Salvation Hunters – Josef Von Sternberg (1925)

vlcsnap-00147Josef Von Sternberg, al contrario di tanti registi stranieri, non arrivò in America da personaggio affermato. La sua è la storia della realizzazione del sogno americano e al contempo quella di un uomo capace di mantere la sua impronta culturale europea negli Stati Uniti e portarla al successo. Nato a Vienna da una modesta famiglia ebrea si trasferì nel nuovo mondo assieme alla sua famiglia appena quattordicenne. Dopo una gavetta come assistente tuttofare, a 31 anni si sentì pronto per imbracciare la telecamera e girare il suo primo film in maniera del tutto indipendente. Nacque così The Salvation Hunter. Il costo del film è dibattuto, secondo quanto riportato da Sarris si aggirò intorno ai 5000$. Con il suo primo film, di cui curò regia e sceneggiatura, Von Sternberg mette subito in chiaro quali saranno i suoi punti saldi: attenzione per i bassifondi e i reietti, per i personaggi complessi capaci di cambiare la loro vita con la forza del dolore e delle emozioni, una sensibilità fotografica con pochi paragoni. Per risparmiare vennero scritturati attori all’epoca quasi sconosciuti: tra questi troviamo la protagonista femminile Georgia Hale, ex Miss Chicago, che fece battere il cuore a Chaplin che la volle subito dopo in The Gold Rush. Sì, perché Chaplin vide il film e se ne innamorò decretandone di fatto il successo, visto che la sua United Artists decise di distribuirlo nei cinema. Andiamo alla trama:

I protagonisti sono tre: un ragazzo (George K. Arthur), una ragazza (Georgia Hale) e un bambino orfano da loro salvato (Bruce Guerin). Sono Figli del Fango, che vagano tra i disperati del porto in cerca di lavoretti per pagarsi un pasto. Un giorno il ragazzo decide che è giunta l’ora di liberarsi da questa schiavitù e propone ai due di andare in città in cerca di una vità felice. Qui la situazione non è migliore: un uomo (Otto Matieson) poco rispettabile mette gli occhi sulla ragazza e si propone di ospitarla probabilmente per spingerla alla prostituzione una volta che la fame sarà diventata troppo forte. Vuole infatti sostituire l’ormai vecchia donna (Nellie Bly Baker) che ormai attirava pochi clienti. Spinta dalla miseria la ragazza sta per cedere ma, con un moto di orgoglio, ci ripensa. L’uomo tenta allora l’ultima mossa, porta i tre in campagna dove cerca di sedurre la ragazza per poi manipolarla a suo piacere. Il protagonista esce allora dala sua apatia e con un moto di orgoglio sfoga tutte le sue frustrazioni sull’uomo, rompendo il legame con il fango e diventano un Figlio del sole, pronto a prendersi il posto che merita nel mondo.

 

Come potete capire dalla trama, la storia è molto retorica, e vi assicuro che anche le didascalie lo sono moltissimo. Però questo piccolo difetto passa decisamente in secondo piano di fronte alla bellezza delle immagini, ai quei piccoli tocchi personali del regista che rendono decisamente poco americano questo film. Ciliegina sulla torta la rissa finale, dove il ragazzo si ritrova a mettere KO il suo avversario sotto a un evocativo cartello “Qui i vostri sogni diverranno realtà”. Sarà proprio così per il protagonista che otterrà in un colpo solo il rispetto per se stesso e quello della sua amata e del suo ormai figlio adottivo. Le scritte ricorrono in tutto il film, certamente quella più importante è un “Jesus Saves” che la ragazza vede quando ha ormai deciso di andare a prostituirsi. Sarà proprio questo segno a farle cambiare idea. Prima ancora in una bellissima scena Von Sternberg decide di rappresentare la sofferta decisione presa dalla ragazza con una mano che scende sofferente dalle scale quasi aggrappandosi al muro dietro di lei (vedi sotto). Allo stesso modo l’uomo viene spesso inquadrato in piedi davanti a due corna-trofeo decisamente mefistofeliche, proprio a voler evidenziare la sua natura malvagia e manipolatrice.

 

The Salvation Hunters mi è piaciuto davvero tanto, un’opera prima veramente straordinaria e curata, che pur nei suoi difetti mi ha conquistato per genuinità e per la maturità registica di Von Sternberg. Alcune delle prime scene portuali in particolare mi hanno riportato alla mente alcune splendide inquadrature di Jean Epstein in Finis terrae (1929), autore che poco ha a che vedere con il cinema americano, e conferma quindi la straordinarietà di Von Sternberg nel riuscire a portare un suo stile così atipico vicino al gusto hollywoodiano. Se volete godere a pieno della visione di questo film la Filmmuseum ha di recente messo in vendita l’edizione restaurata in dvd che potete trovare su amazon. Io ho visionato una vecchia versione in VHS che però, come potete vedere dalle foto, era già di ottima qualità.

 

Bibliografia consultata:

J. Baxter, Von Sternberg, Kentucky, 2010.
A. Sarris, The Films of Josef Von Sternberg, New York, 1966.
J. Von Sternberg, Fun in a Chinese Laundry, London, 1965.
H. G. Weinberg, Josef Von Sternberg: A critical study of the great film director, New York, 1967.

Addio Giovinezza! – Augusto Genina (1927)

addio_giovinezza_1927Durante il Cinema Ritrovato 2014 venne presentata, dopo due restauri e una storia travagliata, Addio Giovinezza! nella versione di Augusto Genina del 1918. Come molti sapranno, questo adattamento cinematografico doveva essere orginariamente diretto da Nino Oxilia, autore assieme a Camasio della commedia originale, che però morì sul fronte durante il primo conflitto mondiale. La sua prematura dipartita portò a un cambiamento dei piani e alla scleta di Genina come regista. Il film fu un successo e così, a quasi dieci anni di distanza dalla suddetta versione, lo stesso Genina ripropose sul grande schermo la commedia che gli aveva dato tanta notorietà: con quale risultato? Andiamo a scoprirlo dopo aver riassunto brevemente la trama:

Mario (Walter Slezak) è un giovane di provincia che si sposta a Torino per frequentare l’Università. Qui incontra Leone (Augusto Bandini), ragazzo sbadato ma estremamente generoso. Dopo alcuni tentativi di trovare una casa, Mario prende in affitto una camera dalla giovane Dorina (Carmen Boni). I due si innamorano e iniziano presto un’intensa relazione. Purtroppo a minare la tranquillità della coppia si mette  Elena (Elena Sangro), una donna ricca e annoiata che ha notato Mario e tenta di sedurlo senza troppi scrupoli. La situazione diventa incandescente e di fronte all’interesse di Mario per la nobildonna, Dorina non riesce a restare impassibile: i due litigano e si separano. Rispetto alla versione del 1918 questa non ha, almeno nella versione da me visionata, probabilmente un riversamento da VHS, il lieto fine come quella del 1918. Nel finale Dorina sta andando a cercare Mario qualche mese dopo il loro litigio, davanti all’uscio di casa decide però di desistere. La scena cambia e troviamo Mario all’Università che supera gli esami o forse la laurea (è piuttosto confusa questa parte) annunciando poi ai suoi tramite lettera il suo ritorno.

addio giovinezzaIn generale rispeto alla prima versione, questo remake è decisamente deboluccio e la cosa viene segnalata già dalla stampa dell’epoca1. Alessandro Blasetti per il Cinematografo si mette in risalto il coraggio di “presentare ad un pubblico americanizzato […] un film di carattere squisitamente italiano e riportantesi alla sensibilità della gioventù di vent’anni or sono”.  I giornalisti di cui citiamo gli interventi sono però concordi nel dare merito a Genina di aver diretto molto bene il film, il quale presenta comunque dei difetti anche se “là ove c’è manchevolezza, fredezza, incertezza, ciò si deve al fatto che gli attori non hanno risposto all’appello. […] Walter Slezak, ch’era Mario, è fisicamente antipatico e flaccido, con un sorriso vacuo per non dire ebete che infastidiva non soltanto me, ma il pubblico. […] Dimenticavo dire di Elena Sangro, inelegante e nienteaffatto gran dama” (Giulio Doria per Cinema-Star). Al contempo si loda la prestazione di Carmen Boni “graziosa e spigliata piccola attrice […] le va di diritto la lode e il più incondizionato incoraggiamento” (Doria) e ancora dicendo che “ha superato ottimamente la difficile prova cui s’era sottoposta, riuscendo a non richiamare nostalgie né confronti con la celebre interprete della precedente edizione del lavoro” (Blasetti). Personalmente non sono del tutto d’accordo con Blasetti: per quanto la Dorina della Boni risulti un personaggio dolce e ben calzato, la Jacobini resta decisamente ineguagliata e ho avuto una certa nostalgia per la sua interpretazione. Altro motivo di disaccordo è sulle considerazioni di Doria riguardo Augusto Bandini che avrebbe interpertato Leone con “efficacissima e non esagerata comicità“, aggettivi che io ribalterei in toto definendo la sua intepretazione poco efficace ed esageratamente “comica”, ricca di scene poco memorabili che avrei volentieri saltato.

In conclusione se dovessi consigliare una versione di Addio Giovinezza!, in assenza dell’originale di Oxilia del 1913, consiglierei la prima versione di Genina e non certo questa. Nonostante ciò il regista riesce a dare il suo tocco regalandoci alcune belle scene e una buona fotografia che hanno anche il merito di darci un piccolo spaccato della vita dei giovani universitari dell’epoca. Per ulteriori informazioni e per leggere l’articolo integrale di Doria rimando all’articolo di Sempre in Penombra a cui ho rubato, chiedo venia, la locandina.

addio2

1 Estratti degli articoli tratti da S.G. Germani – V. Martinelli, il cinema di Augusto Genina, Udine 1989.

Il Castello di Vogelod (Schloß Vogelöd) – Friedrich Wilhelm Murnau (1921)

hauntedcastleNel 1921, appena un anno prima di Nosferatu, Murnau dirige Schloß Vogelöd, film incentrato sul tema del passato e del pentimento. Sebbene la storia, tratta dall’omonimo romanzo di Rudolf Stratz e sceneggiata da Carl Mayer (che ha sceneggiato anche “Tartufo” e “l’Ultima Risata” di Murnau) e Berthold Viertel (che collaborò anche per la sceneggiatura di “City Girl“), sia piuttosto semplice, Murnau riesce a dare un suo tocco personale al film che acquista così un certo spessore: il regista ha dato vita a scene estremamente curate, alcune delle quali da antologia, che possono essere apprezzate nella loro pienezza grazie allo splendido restauro pubblicato dalla Eureka alcuni anni fa.

La nobiltà locale si è riunita nel castello di von Vogelod (Arnold Korff) e sua moglie (Lulu Kyser-Korff) per una battuta di caccia. Lo scoppio di un temporale, rende però impossibile agli uomini l’uscita. Nel giro di poco tempo sopraggiungono anche il Conte Johann Oetsch (Lothar Mehnert), che tutti considerano l’assassino del fratello, e la Baronessa Safferstätt (Olga Tschechowa), vedova del fratello del Conte Oetsch, poi risposatasi con il Barone Safferstätt (Paul Bildt). La donna indica il Conte Oetsch come responsabile della morte dell’ex marito e si chiude in se stessa e nei fantasmi del passato che la spingono a far chiamare l’enigmatico Padre Faramund (Victor Bluetner) per confessarsi. Da qui in poi si ripercorreranno gli avvenimenti del passato che porteranno alla scoperta di una verità tenuta nascosta per troppo tempo…

hauntedTra colpi di scena e belle trovate, il film scorre abbastanza agevolmente. Murnau riesce nell’impresa di non annoiare pur avendo una sceneggiatura non troppo salda dietro di sè. Capitolo interpreti: i personaggi principali risultano ben delineati, tra tutti quello di Padre Faramund, al contrario quelli secondari sono decisamente piatti e tendono a confondersi tra di loro risultando poco memorabili. Ottimi i giochi di luci e ombre, l’uso dei trucchi che rendono l’atmosfera minacciosa e spettrale. Da sottolineare l’attenzione alla mimica facciale e alla gestualità degli attori, con particolare menzione per Olga Tschechowa. Nel complesso un film piacevole da prendere nella sua edizione restaurata edita dalla Eureka per la collana “Masters of Cinema Edition“.

Approfondimenti: per maggiori informazioni sull’edizione restaurata vi rimando alla recensione in inglese del sito Digital Fix.

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La scala del sogno (Up The Ladder) – Edward Sloman (1925)

upladderUp The Ladder non è certo un film innovativo o particolarmente appassionante, ma ha il merito di risultare davvero piacevole grazie a una sceneggiatura ben scritta e ben dosata nei tempi. La vicenda narra della storia d’amore tra la ricca Jane Cornwall (Virginia Valli) e  James Van Clinton (Forrest Stanley), membro di una famiglia borghese ormai caduta in rovina. Per cercare di sbancare il lunario, James sta lavorando alla realizzazione del Tele-vision-phone, una sorta videotelefono ante litteram. Servono però 25.000$ che nessuno vuole dargli e che lui è troppo orgoglioso per prenderli da una donna (sic!). Jane, che sta avendo a sua volta problemi finanziari, impone quindi al suo legale Seymour (George Fawcell) di vendere la casa di famiglia e proporsi a nome suo come socio in affari per il progetto. Grazie al denaro, James riesce a realizzare il suo strumento fantascientifico e trova il coraggio per chiedere a Jane di sposarlo. Passano gli anni e i due hanno una figlia, Peggy (Priscilla Moran). Purtroppo non tutto va a gonfie vele perché James, accecato dal successo, inizia a trascurare la moglie e intraprende una relazione clandestina con la migliore amica di lei,  Helene Newhall (Margaret Livngston). Tutto precipita nel giro di poco tempo: James viene scoperto dalla moglie e dal marito di Helene, Bob (Holmes Herbert), la società non ha più liquidi per mantenere la produzione e l’unico modo per salvarsi dal fallimento è cedere una parte dell’azienda. James si rivolge allora a Seymour chiedendogli di firmare e solo quando ormai le tempistiche per la cessione saranno scadute scopre che il suo vero socio è stata sempre la moglie. Jane si è però rifiutata di salvare l’azienda,nella speranza di poter rivedere nella povertà l’uomo che aveva sempre amato…

Trattandosi di un film americano vi è in realtà un’apertura a un lieto fine, con l’aggiunta di una scena ambietata un anno dopo gli avvenimenti narrati e alla successiva separazione tra i due: James ha nel frattempo trovato lavoro come dipendente presso un’azienda elettrica locale, viene chiamato dal direttore perché il suo lavoro gli è valso un cospicuo aumento di stipendio. Si rende però necessaria la presenza di un testimone alla firma del contratto che ovviamente altri non è che Jane. Il film si chiude in questo modo lasciando intendere un riavvicinamento tra i due. Non sono riuscito a verificare se questo finale fosse presente nel testo teatrale di Owen Davis, da cui è tratto il film, ma qualora fosse un’aggiunta nella trasposizione cinematografica, la cosa non mi stupirebbe più di tanto.

 

Il film è una chiara critica agli scalatori sociali senza scrupoli, che abbandonano i valori tradizionali pur di ottenere fama e potere. Abbiamo due lati della stessa medaglia, da una parte James, caduto in disgrazia e poi capace di riottenere la fama grazie a una sua propria invenzione. Egli però non riesce a gestire tutto questo potere e si lascia attrarre dalla lussuria. Di gran lunga peggiore è però la posizione di Helene, migliore amica di Jane, che non esita a rubarne il marito una volta che questi ha ottenuto una posizione rispettabile. Dall’altra parte abbiamo Bob, marito di Helene, che ci viene detto essere da sempre un ammiratore di Jane, che però ha sempre rispettato l’amore sincero che la ragazza prova per il James. Non dimentichiamo poi Jane stessa, che per dare una soddisfazione al marito vende la casa di famiglia e vive in ristrettezze per un certo periodo pur di prestargli il denaro necessario a permettergli di creare il suo videotelefono. vlcsnap-2018-04-10-16h22m26s481Sebbene queste siano le conclusioni morali che si possono trarre dal film, Up the Ladder non le fa “pesare” e mantiene una pregevole leggerezza e godibilità. Virginia Valli è davvero splendida in questo film: la sua Jane è una donna passionale ma equilibrata, mai eccessiva nelle sue esternazioni emotive. Così, anche di fronte alle prove del tradimento del marito, mantiene la sua dignità pur nel profondo dolore. Sono lontane anni luci le interpretazioni delle dive italiane, con la loro gestualità del dolore portata all’eccesso. Probabile che per l’epoca quello di Jane doveva essere un esempio del comportamento di una donna borghese di fronte alla sofferenza: si doveva sempre tener presente il proprio livello sociale e non perdere la propria dignità di fronte ad esso. Il finale, forse posticcio, sembrerebbe suggerire un’altra delle “doti” che una donna dovrebbe avere, ovvero saper perdonare il marito nonostante tutto. Malgrado questo messaggio sia quanto più lontano dalle conquiste femminili che sono sate fatte fino ad oggi, e sappiamo quante ancora vanno, purtroppo, ancora conquistate, il personaggio di Jane colpisce per questo suo amore puro e per la sua dignità che trascende la sua posizione sociale. Insomma in questo vorticare di ascese e scalate nella società sono proprio la dignità e i sentimenti puri a vincere su tutto.

La regia di Sloman è semplice e non invasiva con alcune trovate fotografiche non particolarmente innovative ma ben fatte che potete trovare nelle immagini proposte. La prima riguarda la scelta di inquadrare l’avvicinamento tra Jane e James attraverso una serie di stacchi sulle gambe dei due: nella scena lui, che si strugge per le problematiche economiche, è salito su alcuni mattoni; lei decide così di prendere uno sgabello improvvisato per poterlo raggiungere e consolare ma una volta sopra ad esso inciampa cadendo tra le sue braccia: James la stringe allora a sé e la bacia.
Nella seconda immagine potete vedere un interessante stratagemma per mettere in scena la scoperta del tradimento proprio attraverso l’invezione fantascientifica su cui ruota il film: Jane è al telefono con l’amica Helene che si trova in compagnia di James. Attraverso lo specchio nella stanza dell’amica, Jane vede riflesso il volto del marito e capisce quindi di essere stata tradita.

In conclusione, se cercate un film piacevole senza troppe pretese Up the ladder è certamente il film che fa per voi.

 

She, “la donna eterna” nel cinema muto

15894815302_237bf77613_bNel 1887 uscì il romanzo She (it. La donna eterna o Lei) di H. Rider Haggard, che narrava le vicende di una donna immortale e del suo amore eterno. Haggard dava vita al filone dei “mondi perduti” che ebbe un vasto seguito nei decenni successivi. Visto il successo del libro con l’avvento del cinema vennero fatte numerose trasposizioni che andiamo qui ad elencare:
1) Del 1908 con regia di Edwin S. Porter (probabilmente perduta).
2) Datata 1911 di George Nichols e che recensiremo a breve.
3) Del 1916 regia di William Barker e Horace Lisle Locoque (perduta)
4) Uscita nel 1917 diretta da Kenean Buel (perduta). Caratteristica di questo film è la presenza della diva Valeska Suratt, di cui non ci è rimasta nessuna delle sue interpretazioni.
5) Una versione anonima del 1919 (perduta).
6) per concludere la versione con regia di Leander de Cordova e G.B. Samuelson del 1925 di cui ci occupiamo in fondo a questo articolo.

Un così vasto numero di adattamenti mostra chiaramente come la storia fosse amata fino ai primo venti anni dal ‘900. Con l’avvento del sonoro seguirono altri quattro adattamenti, il più recente nel 2001 con regia di Timothy Bond che non ha avuto decisamente una buona critica.

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– She – George Nichols (1911)

vlcsnap-2018-02-06-19h13m05s809Questa prima versione conservata del romanzo di Haggard è costituita da un cortometraggio di circa 25 minuti in cui viene abbozzata la storia di She. La prima parte del racconto è ambientata nel IV secolo a.C. in Egitto. Amenartes (Viola Alberti), figlia del faraone, scappa via dal suo paese natale per amore del Sacerdote di Isis Kallikrates (James Cruze). Passano gli anni, i due hanno un figlio. Nel corso del loro eterno pellegrinare, giungono presso le coste della Negro’s Head Rock. Qui vive She (Marguerite Snow), essere immortale e dotato di magini poteri, che si innamora perdutamente di Kallikrates. Non potendo avere il suo amore lo uccide e aspetta che ritorni da lei una volta reincarnatosi. Con un salto temporale andiamo alla fine dell’800 quando il giovane Leo Vincey (James Cruze) compie 25anni. Viene a sapere di She e decide di vendicare il suo antenato. Giunto dalla donna, però, se ne innamora. Il finale è tragico: She vorrebbe donare l’immortalità a Leo, facendolo immergere nel fuoco sacro dell’immortalità. Lui è dubbioso così lei decide di dare il buon esempio; purtroppo invece di rinnovare la sua immortalità, le fiamme la uccidono all’istante. Straziato Leo torna in Gran Bretagna.

Il film è abbastanza piacevole, ha come pregio la durata breve e la presenza di paesaggi piuttosto vari e in alcuni casi suggestivi. La recitazione di Marguerite Snow è molto curata ed espressiva, anche quando deve recitare coprendosi il volto con un telo. Al contrario Cruze mi ha colpito in negativo, quando interpreta Leo sembra un bambinone sperduto. La sceneggiatura è forse un po’ troppo semplificata e a tratti naive, ma ho visto di molto peggio.

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– She – Leander de Cordova, G.B. Samuelson (1925)

shecoverQuesta seconda versione è una produzione britannico/tedesca molto dettagliata e ben fatta rispetto a quella appena vista, tanto che lo stesso Haggard vi partecipò scrivendo le didascalie.

La vicenda inizia a Cambridge dove il vecchio Vincey sta morendo e fa promettere all’amico Horace Holly (Heinrich George) di prendersi cura del figlio Leo (Carlyle Blackwell). Così avviene e quando quest’ultimo compie 25 anni Holly gli consegna un pacco da parte del padre. Scopre così di essere discendente di una lunga dinastia risalente all’antico Egitto. Leo parte alla ricerca delle sue origini e finisce in Libia presso il picco della testa di Etiope (e non di “negro” come nella precedente versione). Qui il loro accompagnatore arabo rischia di finir mangiato dai cannibali al servizio di She (Betty Blythe), e dalla colluttazione che segue Leo viene ferito: le forti emozioni gli provocano una violenta febbre che mette a repentaglio la sua vita. Disperato Horace va dalla regina per chiedere aiuto e appena la vede se ne innamora perdutamente. Lei, però, come sappiamo, non ha occhi che per Leo che altri non è che la reincarnazione del suo amato Kallikrates. Rispetto alla trasposizione del 1911, qui Leo si era precedentemente sposato con una serva di She (Mary Odette): senza troppe remore la regina la fa letteralmente sparire e con il suo potere ammaliante fa innamorare Leo che non sembra soffrire troppo per la sparizione della sua ormai ex moglie. Nel finale She muore tra le fiamme dell’immortalità; Leo decide allora di aspettare che ritorni così come lei lo aveva aspettato per 2000 anni.

7b269ae25c19ce25ece25d9827f313b3Non si tratta proprio del mio genere preferito, ma il film è ben curato e gli attori sono protagonisti di una buona prova recitativa. Betty Blythe rende viva una regina dall’incredibile sensualità, capace di ammaliare personaggi e spettatori. Le nudità presenti, seppur in trasparenza, sono chiaro sintomo di una produzione non americana, che difficilmente avrebbe permesso la visione ripetuta del seno della protagonista in un film dedicato al grande pubblico. Personalmente ho alcune perplessità riguardo questa storia e in alcuni casi i personaggi agiscono in maniera decisamente poco profonda (vedi Leo che passa dal dolore per la moglie perduta all’amore spassionato per She in pochi minuti). Forse il personaggio meglio caratterizzato è Horace Holly, che lotta tra l’amore per la regina e quello per Leo che ha sostanzialmente cresciuto. Vedendo questo film mi è venuto subito in mente L’Atlantide di Feyder (1921) che pur nella sua durata maggiore avevo trovato più avvincente. Anche in questa versione del 1925 prevale una grande cura per la scelta di paesaggi curati e mozzafiato: paradigmatica la scena in cui i protagonisti raggiungono la fonte del fuoco dell’immortalità, attraverso un picco pieno di rocce instabili e pericolose. Il film dovette richiedere un budget piuttosto cospicuo tra costumi (la regina ne cambia uno a scena), scenario e la presenza di moltissime comparse.

Per chi fosse interessato il film è stato edito in inglese dalla Alpha Video.