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Asfalto (Asphalt) – Joe May (1929)

maggio 22, 2020 Lascia un commento

asphaltOggi parliamo di un grande classico del cinema tedesco, che ha saputo affascinare generazioni di spettatori. Protagonista iconica è Betty Amann, qui nel ruolo di una vamp capace di rompere col il suo fascino anche il più rigido dei poliziotti, interpretato da un Gustav Fröhlich, che forse avrete sentito nominare per essere il Freder di un certo Metropolis (sono ovviamente ironico).

Holt (Gustav Fröhlich), giovane Sergente che porta avanti la tradizione di famiglia, mentre è in servizio si ritrova a dover fermare una ragazza, Elsa (Betty Amann), che ha tentato di rubare dei diamanti in una gioielleria. Holt vuole portarla in commissariato ma si ritrova senza rendersi bene conto in che modo, a casa sua e poi a letto con lei. Distrutto per la vergogna, torna a casa evitando di incontrare lo sguardo dei genitori (Albert SteinrückElse Heller). Elsa, intanto, non riesce a smettere di pensare a Holt, ma al contempo ha altro a cui pensare: è infatti la compagna del Console Francese Langen (Hans Adalbert Schlettow), in realtà un ladro incredibilmente capace, che dopo aver compiuto un colpo internazionale sta per fare ritorno a casa. Tornerà proprio quando Elsa e Holt si trovano nuovamente insieme. I due uomini iniziano un combattimento furibondo che terminerà con la morte di Langen. Holt andrà quindi dal padre Sergente per costituirsi ma, a sorpresa, Elsa si presenterà in commissariato per svelare le attività malavitose del compagno morto e finendo in carcere. Nel finale Holt promette di aspettarla quando avrà scontato la sua pena.

Asphalt mi ha decisamente colpito perché è uno dei rari casi in cui ho odiato entrambi i personaggi più o meno dall’inizio fino alla fine senza riuscire a smettere di farlo. Eppure nelle primissime fasi il film mi era parso fantastico: c’è un’introduzione con “sinfonia della città” che è qualcosa di splendido a livello visivo, con telecamera in movimento e un montaggio serrato che, uniti a uno splendido restauro, mi hanno fatto sembrare di essere un’epoca ben successiva a quel 1929. Ma Albert e Helse proprio non li reggo! Credo sia voluto ma nessuno dei due riesce mai ad esprimere il suo pieno potenziale: inizialmente è lei che è particolarmente espressiva nel fare l’oca prima per derubare il gioielliere e poi per non farsi portare in carcere, ma appena il gioco della seduzione ha avuto luogo lei diventa la classica vamp mono-espressiva con una gestualità che definire lenta è dire poco. Albert, al contrario, prima è un ceppo di legno, poi diventa un nugolo di gesti inconsulti che sicuramente rappresentano i sentimenti del personaggio ma non mi hanno mai permesso di simpatizzare con lui. La trama è di una povertà imbarazzante ma ci può stare, abbiamo visto di recente con varieté che la trama può essere accessoria, ma qui il ritmo è troppo lento e, lo ripeto per l’ultima volta, i protagonisti non hanno contribuito a farmi apprezzare il film.

Melchiad Koloman – Rudolf Liebscher (1920)

maggio 14, 2020 Lascia un commento

Quale miglior modo per unire il progetto dei film cechi e slovacchi con quello di fantascienza se non con una bella monnezza? Questo Melchiad Koloman è veramente molto molto brutto e il fatto di detenere il prima di prima produzione cinematografica fantascientifica in terra ceca non servirà certo a riabilitarlo.

Ci sono un ceco, un giapponese e un indiano che…no, sul serio, giuro che ci sono davvero! Il Professor Dobner (František Čekanský) è alla disperata ricerca del segreto di Melchiad Koloman (Josef Javorčák), un uomo capace di trovare il segreto della pietra filosofale poco prima di essere ucciso. Con l’aiuto del giapponese Nakahito (Vojtěch Záhořík) e del fachiro Arkaj (Josef Hořánek) cercherà di riportarlo in vita usando il giovane Marcel (Rudolf Liebscher) come cavia. Quest’ultimo farà in tempo ad iniziare una storia d’amore con Vlasta (Táňa Horská), la figlia di Dobner ,prima che l’esperimento abbia inizio. Il gran giorno il fachiro riesce a riportare in vita Koloman con l’aiuto anche di strani macchinari elettrici inventati da Dobner. Koloman scrive la formula ma scompare armeggiando con le macchine di cui sopra; Nakahito tenta prima di avvelenare Dobner e poi a seguito dei danni provocati da Koloman muore in un incendio che distrugge e rende inaccessibile il laboratorio. Dobner si ritrova così nuovamente senza pietra filosofale ma diventerà nonno con la figlia felice dopo il matrimonio con Marcel.

Il film è veramente acerbo sia dal punto di vista della macchiettistica trama che per quanto riguarda la fotografia. La telecamera è statica, a volte decentrata, alterna primissimi piani a riprese in cui i personaggi sono eccessivamente lontani dalla stessa. Non credo sia un caso che questo sia stato il primo e unico film di Rudolf Liebscher. Ho davvero poco altro da dire, se non fosse per le mie manie di completismo me lo sarei volentieri evitato. Melchiad Koloman è un inno al mio masochismo.

Corti fantascientifici

Come di consueto procediamo con i nostri aggiornamenti fantascientifici che questa volta riguardano tre cortometraggi di varia natura.

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– Rêve à la Lune AKA L’amant de la Lune – Ferdinand Zecca & Gastón Velle (1905)

Questo primo, in ordine cronologico, corto ritrovato è anche il più brutto dei tre. Un uomo ubriaco sogna di andare nella luna (proprio dentro la sua bocca), ma quando si sveglia capisce che si tratta di un sogno e se la prende con l’orologio a pendolo.

Complice l’orrida qualità del video che ho potuto visionare, Rêve à la Lune mi è sembrata una comica scarsa e poco innovativa. Da Zecca mi sarei aspettato qualcosina in più.

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– Le Voyage sur Jupiter – Segundo de Chomón (1909)

Questo corto di Segundo de Chomón non è certamente originalissimo nella trama, troviamo il solito personaggio dall’aspetto principesco che assieme ai suoi collaboratori scruta gli astri e, nel sonno, immagina di raggiungerli. Verrà svegliato bruscamente quando il sogno si trasformerà in un incubo…

Se la trama non è certo fantastica lo scopo del regista risce ancora a fare centro: grazie a una splendida copia a colori, restaurata a fine anni ’90 dalla cineteca di Bologna, è possibile ancora rimanere stupiti dalla bellezza delle immagini e delle trovate buffe che de Chomón mette in atto. Capiamoci bene, siamo il 1909, un po’ fuori tempo massimo per filmati del genere, ma nonostante tutto il corto è gradevole.

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– Pirates of 1920 – David Aylott & A.E. Coleby (1911)

Con largo anticipo rispetto al nostro Filibus e rendendo più complessi gli esperimenti dei vari Destroyer di Booth, in Gran Bretagna vedeva la luce questo interessante Pirates of 1920, che giunge a noi in condizioni assolutamente perfette. Un gruppo di pirati dell’aria attacca una nave e ne ruba i tesori per poi distruggerla. L’eroico Jack Manley ne approfitta per salire a bordo del dirigibile da cui viene fatto scendere con la forza. Riuscendosi miracolosamente a salvare, il giovane corre ad avvertire la polizia. Ma i pirati dell’aria non perdono tempo e compiono un’altra malefatta rapendo la giovane Marie Thompson. Questa riesce prima ad avvertire le forze dell’ordine gettando dal dirigibile un messaggio a un poliziotto, e poi a prendere una bomba a mano che minaccia di far esplendere se i malfattori non faranno atterrare il velivolo. Una volta giunti a terra, però, la banda inizia a inseguirla e qui si interrompe la pellicola lasciando però presagire un intervento tempestivo con vittoria da parte di Jack e dei poliziotti.

Nel corto, che secondo i dati doveva durare 15 minuti, ci sono alcune trovate carine e in generale l’ho trovato piuttosto ben fatto nonostante ci siano alcune ingenuità e i personaggi siano molto macchiettistici (ma cavolo, è un corto del 1911!). La versione che vedete qui sotto ha evidentemente problemi di framerate e vi consiglio di velocizzarla leggermente.

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La Cité foudroyée – Luitz-Morat (1924)

aprile 30, 2020 Lascia un commento

La Cité foudroyéeChe fatica! Nel 2013 partiva il mitico progetto fantascienza, primo di una lunga serie su questa piattaforma e forse il più ambizioso assieme a quello della filmografia ceca e slovacca. Trovare certi film è stato ed è veramente difficile ed anno dopo anno riesco a raccogliere qualche pezzettino qua e là. Questo La Cité foudroyée lo cercavo veramente da tanto e non potete immaginare che faccia ho fatto quando mi è capitato casualmente sotto al naso. Non sapevo molto ma mi aspettavo rientrasse nel filone delle armi distruttive fantascientifiche che hanno sempre fatto breccia nel cuore delle persone. Sarà così? Andiamo a scoprirlo insieme:

Quattro cugini si contendono la mano di Huguette de Vrécourt (Jane Maguenat): l’Ingegnere e inventore Richard Gallèe (Daniel Mandaille), il pugile Battling Martel (Paul Journée), il baritono Cuivredasse (Emilien Richaud) e il banchiere Grosset (Lucien Cazalis). Per decidere chi sposare Huguette, che pur preferisce Richard, decide di sfidare i quattro per vedere chi entro una data specifica riuscirà a raggiungere il suo sogno e arricchirsi. Suo padre (Armand Morins), infatti, è caduto in rovina e dovrà pagare una somma entro la data dell’ultimatum o andare in bancarotta. Battling, Cuivredasse e Grosset partono per la città mentre Richard resta nella villa di campagna di Huguette. Egli è ossessionato dalle sue ricerche sui fulmini che nessuno prende sul serio. Entra in ballo anche l’enigmatico vicino di casa Hans Steinberg (Alexis Ghasne) che sentendo quanto Richard dice gli propone un contratto in cambio dell’esclusiva delle sue idee: egli parla infatti di dominare fulmini portando incendio e morte in un punto specifico senza doversi spostare. Avrà fatto bene Richard a cedere l’esclusiva al vicino? Parigi verrà distrutta?

Vi invito a non leggere quanto segue se non volete spoileravi il finale, ma sappiate che alla fine si scopre che i piani di distruzione altro non erano che un’idea per un libro scritto da Richard e pubblicato dal vicino che era un editore. Le confessioni, insomma, erano solo estratti dallo stesso. Ovviamente il libro sarà un best-seller e Richard potrà sposare la sua amata alla faccia degli altri contendenti che hanno invece fallito. Resnais disse di aver amato particolarmente il film: “non ho mai dimenticato La Cité foudroyée […] tra gi undici e i dodici anni ho avuto modo di proiettarlo più di cento volte, gustandomi ogni volta la relazione dello spettatore nel momento in cui l’ultima bobina rivelava che i due terzi del film si erano svolti sono nella testa dell’eroe” (Midi-minuit fantastique n.7 del settembre 1963 – tr. Y. Esvan)

Le opzioni sono due: o La Cité foudroyée aveva un budget sconfinato oppure, come credo, era bassissimo e hanno utilizzato tantissime immagini di archivio di interventi dei pompieri, incendi e cose del genere. Il film alterna pagine scritte come lettere in cui il protagonista fa la sua confessione a posteriori alternate con intertitoli piuttosto bizzarri pieni di punti interrogativi, puntini di sospensione e maiuscole (vedi sotto). Probabilmente se ci fosse stato avrebbero usato il comic sans! Scherzi a parte per tutta la visione si avverte una certa leggerezza che stride con le vicende di Richard fino al finale a sorpresa che sicuramente è interessante ma non aiuta a riabilitare un soggetto piuttosto debolino. Alcune immagini sono molto suggestive ma nelle riprese di scena la telecamera è sempre fissa e senza guizzi particolari. Chi ha montato La Cité foudroyée ha sicuramente dovuto fare un lavoraccio.

Le scene sicuramente più memorabili riguardano i danni provocati “dalla macchina fulminatrice” e, con quel tipico interesse morboso per i grandi monumenti distrutti, la vista di Torre Eiffel, Gare du Nord e Madeleine in macerie. Insomma, molto prima di Indipendence Day o altri film del genere, anche il cinema muto aveva regalato scene del genere (vedere per credere).

Insomma, è valsa la pena aspettare tutto questo tempo? La risposta che mi viene spontanea è un bel NO, però sono certo che superata la delusione per un qualcosa di molto differente da quel che mi aspettavo saprò rivalutare alcune parti di questo film. Devo dire che veramente si salva solo il montaggio e qualche idea carina qua e là, per il resto i personaggi sono piatti e stucchevoli, il soggetto molto discutibile e sviluppato da cani. Ci sono tante variazioni di location e situazioni (teatro, ring, città e campagna), il finale è certamente sorprendente ma non basta a salvare il mio giudizio.

Varieté – Ewald André Dupont (1925)

aprile 23, 2020 Lascia un commento

Varieté-afficheRicordo ancora benissimo quando al Cinema Ritrovato 2015 presentarono in anteprima il restauro di questo film che sarebbe poi stato utilizzato per l’edizione Eureka! Masters of Cinema. All’epoca recensii il film solo per Cinefilia Ritrovata, rimandando a un momento più rilassato l’articolo per questa piattaforma. Scusatemi, qualcuno saprebbe dirmi che anno sia? Ebbene sì, sono passati solo cinque anni per trovare quel momento rilassato per parlare di Varieté, ma il motivo è da ricercare della ricchezza visiva del film che è piuttosto difficile da raccontare e che il vecchio me, povero nella condivisione di screenshots, non avrebbe potuto delineare in maniera corretta. L’occasione per riportare alla mente questo film è venuta attraverso le solite discussioni su kast assieme a Danilo Magno che ci ha portato a vedere in contemporanea l’edizione di cui parlavo sopra, che contiene per altro un accompagnamento musicale piuttosto strano e che avrà un suo spazio apposito in fondo all’articolo. Terminato questo cappello introduttivo partiamo con la trama:

In carcere un uomo viene convocato per una possibile grazia ma deve prima raccontare la su storia. Questi comincia e racconta cosa è accaduto: “Boss” (Emil Jannings) è un ex trapezista di successo che dopo un incidente si è ritirato con la moglie (Maly Delschaft) e gestisce un fatiscente spettacolo itinerante dove ragazze non certo avvenenti si esibiscono in balletti indecenti. Un giorno entra nella sua vita la giovane  Berta-Marie (Lya de Putti), introdotta come una ragazza che porta solo sventura. Ovviamente così sarà: Boss si innamora di lei e lascia moglie, figlio piccolo e spettacolo per riprendere la carriera artistica. Viene notato dal grande trapezista Artinelli (Warwick Ward) che propone ai due di creare un trio. Presto Artinelli inizia a notare Berta-Marie e alla prima occasione abusa di lei. Nell’assurdità di questa tipologia di film, la giovane si innamora quindi di lui e inzia una relazione clandestina. Presto Boss si rende conto del tradimento e uccide in una sfida ai coltelli il rivale in amore per poi costituirsi lasciando nel dolore più profondo Berta-Marie.

Dico solo un nome: Karl Freund. Lo sapete bene che sono appassionato di Horror Universal anni 30/40, quindi questo nome lo associo inevitabilmente alla regia di The Mummy con Boris Karloff (1932) ma a fronte di una carriera registica assai poco produttiva e sconvolgente, Freund è stato probabilmente uno dei più grandi direttori di fotografia del cinema muto e non solo. Der Golem, wie er in die Welt kam (1922), Der letzte Mann (1924) sono solo due tra i tanti film di cui curò la fotografia e che gli valsero infine nel 1955 un Oscar per la Tecnica, non più esistente, per i suo meriti in campo dell’innovazione sul campo. Sono solo dati, ma tra tanti film suoi che ho visto questo Varieté è forse quello che più mi ha colpito.

La trama è di per sé banale ma soprattutto prevedibile perché con Boss in carcere già sappiamo il finale. I personaggi, a loro volta, sono poco approfonditi e non mostrano particolare carattere se si esclude Boss, che deve però un trattamento di favore in virtù di una recitazione a mio parere ottimo di Emil Jannings. Vi potrete quindi chiedere come possa aver apprezzato il film, ma la risposta va ricercata proprio nelle splendide immagini che costituiscono il fulcro della narrazione. Esagerando ma non troppo, potrei postare qualsiasi frame e lasciarvi senza parole per la pulizia dell’immagine, la sua costruzione, i piccoli dettagli che ci sono inseriti e che le rendono davvero incredibili. Il picco è ovviamente raggiunto nelle incredibili scene trapezistiche, ma in generale quando deve raccontare il mondo delle fiere itineranti o dei circhi, questo Varieté riesce a raccontarlo con estrema vividezza in ogni suo aspetto. Anche il gran finale è costruito in maniera incredibile, con continui cambi di inquadrature tra Boss e Artinelli che culmina in un’inquadratura fissa da cui spunta la mano di quest’ultimo con ancora il coltello per poi cadere e lasciare spazio al volto trasfigurato dell’assassino.

Ma, ovviamente non tutto è perfetto e ci sono degli aspetti che non ho apprezzato in questo film. Evidentemente la morale non è più quella di oggi, però mi fa molto male vedere storie in cui una donna subisce violenza da un uomo e poi ne è subito dopo stranamente e perdutamente innamorata. Non è sicuramente un messaggio edificante e allo stesso modo il finale mi ha lasciato perplesso perché lascia quasi presagire che in fondo è stato buttato dentro a quella vicenda per la tentazione di una donna tentatrice e che non era poi tanto diverso da un delitto d’onore. Come, spero, per la maggioranza di voi non posso che trovarmi nel contrasto più assoluto con un messaggio del genere. Le vicende, bisogna dire, non sono originali e si ispirano al romanzo Der Eid des Stephan Huller di Felix Hollaender che aveva avuto una omonima trasposizione nel 1921 con regia di Reinhard Bruck.

Ve lo avevo promesso, la nota un po’ strana è data dalla colonna sonora scelta per la versione Masters of Cinema che inizialmente mi ha lasciato senza parole in positivo per poi farlo in negativo e infine mi ha lasciato piuttosto indifferente quando mi sono abituato. Dove immaginare una sorta di organetto/fisarmonica di fondo con una voce che canta/declama di continuo ciò che i personaggi provano in quel momento, facendo anche anticipazioni, o ripetendo di continuo le frasi “variety”, nome inglese del film, o “jealousy”. Non è tanto questo ad avermi dato fastidio quanto la ripetitività delle melodie, che erano praticamente sempre le medesime ripetute con queste espedienti del parlato. Credo sia stata un’occasione mancata da parte del compositore, Martyn Jaques. Fortunatamente si può scegliere anche il sonoro a cura di Stephen Horne o addirittura una terza di Johannes Contag.

Ultimo punto, prima dei saluti, è un ringraziamento di cuore al Friedrich Wilhelm Murnau Stiftung che ha confezionato questo splendido restauro con il Filmarchiv Austriaco di Vienna. Poter rivedere questo film in queste condizioni è davvero incredibile e non posso che invitarvi a recuperarlo mettendo mano al portafogli ma con la certezza di avere in mano una perla incredibile in doppio formato, DVD+Bluray con un booklet e tanti contenuti speciali.

Davvero un’ultima cosa: giuro che questa è l’ultima recensione con così tante immagini!

Napoli che canta – Roberto Roberti (1926)

aprile 16, 2020 Lascia un commento

napolicantaChi mi segue sa quanto ami le “sinfonie della città” del muto, che riescono a regalare un affresco di tante belle città principalmente nel corso degli anni ’20. Con Napoli che canta troviamo qualcosa di doppiamente interessante perché ritroviamo Napoli e dintorni del 1926 accompagnata da alcune canzoni popolari citate a volte direttamente come ad indicare a chi di dovere di eseguirle o magari, successivamente, di inserirle nella pellicola. Abbiamo quindi classici come “‘o sole mio“, e altre canzoni più o meno note come “sotto ‘e cancelle” o “Serenatella a mare“.

Partiamo dalla regia, quel nome Roberto Roberti potrebbe non dirvi molto, ma Bob Robertson vi ricorda qualcosa? Ebbene sì, il “Roberti” altri non era che il nome d’arte di Vincenzo Leone, regista e padre dell’ormai più noto Sergio che firmò con quello pseudonimo inglesizzato il suo arcinoto Per un pugno di dollari. Napoli che canta è il primo film del Roberti che vedo, quindi non ho ben chiara la sua produzione né quanto di essa sia effettivamente sopravvissuta e sicuramente la componente documentaristica lascia poco spazio ad un’analisi del genere. Interessante però vedere nei cartelli iniziali come la regia sia indicata con la frase “impressioni ed espressioni cinematografiche di…” con il seguente “fotografie di Carlo Montuori” quasi ad indicare che gli autori volessero mostrare scorci momentanei e quasi statici della napolitaneità.

Questo corto è diviso in parti e scenette, più o meno riuscite, di cui la peggiore è sicuramente costituita da una coppia di una certa età che festeggia la propria unione con presunte gag. Il finale è dimostrazione che sicuramente vi era in mente un pubblico d’oltreoceano, del resto la copia restaurata è bilingue, perché si parla dei napoletani che emigrano e si racconta il loro dolore nel partire e quello dei loro familiari. Il film, insomma, imprime momenti di vita quotidiana ma anche di festa con tanto di esecuzione dal vivo del Maestro Raffaele Caravaglios che pur nato in Sicilia passò parte della sua vita e morì proprio a Napoli dove fu molto amato.

Questo legame tra Sicilia e Napoli viene cementato dalla presenza di Giuni Russo, autrice della colonna sonora di accompagnamento alla versione restaurata del film che venne commissionata dalla George Eastman House per volere di Cherchi Usai. Sì, proprio quella Giuni Russo che ricorderete tutti per la hit “un’estate al mare” figlia di una lunga collaborazione con Franco Battiato, è stata una grande sperimentatrice e dotata musicista che ha saputo dare voce a tante culture diverse e farle sue. Durante la consueta visione a distanza con Danilo Magno, a fronte di un film non sempre all’altezza, siamo rimasti veramente colpiti dalla musica, curatissima e che ha saputo dare luce alle doti canore dell’artista. Giuni Russo morì nel 2004, pochi mesi dopo l’uscita in cd e dvd+film di Napoli che canta, dando come lascito un’opera poco nota ma davvero straordinaria. Quella che sentirete qualora voleste recuperare il film o recuperare il disco su spotify o in formato fisico, dovrebbe essere la registrazione dell’ottobre 2003 presso il Teatro Zancanaro di Sacile (ad un certo punto si sentono degli applausi) ma ho l’impressione che in parte sia stato inciso in studio.  Vi lascio un piccolo estratto in cui una versione studio di A cchiu bella viene cantata da Giuni Russo con alternate immagini del film.

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Immagine in alto a destra tratta dalla pagina twitter del Nitrate Picture Show

Tonka La Forca (Tonka Šibenice) – Karl Anton (1930)

tonkaDurante il nostro lungo viaggio nel cinema muto ceco abbiamo visto come vi fosse un filone piuttosto corposo dedicato alle storie degli ultimi e ai loro terribili drammi. Spesso e volentieri i protagonisti sono personaggi che vengono dalla campagna e si ritrovano a dover fare i conti con la dura vita di città restando intrappolati nei vizi e nella disperazione. Questo è quello che capita anche nello splendido Tonka Šibenice di Karl Anton, considerato il primo film sonoro ceco per la presenza, come in The Jazz Singer, di un paio di scene parlate e di una colonna sonora registrata per l’occasione. Protagonista è la splendida attrice slovena Ita Rina che mostra qui anche discrete doti recitative. Come al solito partiamo dalla trama per poi fare una breve analisi:

La giovane Tonka (Ita Rina) torna al suo villaggio natio dopo tanto tempo con sua madre (Vera Baranovskaja) e l’amico d’infanzia Jan (Jack Mylong-Münz) sembra ritrovare la pace perduta. Ella infatti lavora come prostituta in un bordello ma non ama il suo lavoro e vorrebbe starne lontano il più possibile. Durante il soggiorno nel suo villaggio si avvicina sempre più a Jan ma quando lui le chiede la mano, lei, sentendosi indegna per il proprio mestiere, fugge senza dare spiegazioni. Tornata a Praga, Tonka torna al bordello in cui lavora sempre più triste e incapace di sopportare la sua professione. Una sera dei poliziotti entrano nel locale e chiedono se una delle ragazze ha voglia di fare compagnia a un uomo che sta per essere impiccato (Josef Rovenský). Tra la sorpresa generale è proprio Tonka ad accettare e viene così portata dal condannato a morte. Qui, invece di trovare un uomo burbero e desideroso di sesso, la giovane trova un uomo distrutto che ha necessità di compagnia e consolazione. Nonostante nulla sia successo in quel carcere, al suo ritorno Tonka viene maltrattata da compagne e clienti e inizia a essere soprannominata con nomignoli come “Tonka la Forca” o “La Vedova dell’Impiccato”. La sua nomea diventa così grande che la sua protettrice (Antonie Nedošinská) è costretta a licenziarla e Tonka si ritrova per strada. Qui reincontra casualmente Jan e, ormai lontana dal suo lavoro, decide di accettare la sua proposta di matrimonio. Ma il passato della giovane torna prepotente: il giorno delle nozze un cliente del bordello (Jindrich Plachta) conosce Jan e gli racconta la storia di Tonka. Lui la ripudia e lei fugge terrorizzata lasciando la madre svenuta per l’orrore e il disonore. Tornata a Praga, la giovane vaga per la città in un vortice senza via di uscita che terminerà una triste notte quando, incontrato nuovamente Jan, finirà investita da un cavallo durante una fuga…

Questo film andrebbe raccontato per immagini ancora più che tramite parole, per questo ho deciso di riempire questo articolo di stralci del film. La fotografia è curatissima così come la costruzione delle immagini ed è straordinario vedere come si passi da regimi stilistici diversi alternando momenti di estremo realismo ad altri molto espressionistici come nella scena del carcere. Ma partiamo dall’inizio con la splendida scena del treno, che viene presentato partendo prima dagli elementi che caratterizzato la stazione, con la campanella che annuncia l’arrivo del treno, i binari e poi con dettagli della locomotiva per presentare solo all’ultimo tutto il mezzo e permettendo, infine, il lettore di entrare dentro di esso.

Qui veniamo rapiti dalle immagini dei locali, quasi tutti anziani, che interagiscono con la bella protagonista e si stupiscono di quanto lei sia diversa da loro sia per età che per costumi. Truccata e vestita di tutto punto, infatti, risulta quasi un elemento alieno rispetto al villaggio da cui proviene. Tonka Šibenice ha spazio anche per la descrizione dei costumi locali con immagini di festa ma anche scene della vita di tutti i giorni tra pascoli e suonate in compagnia.

Passiamo ora alle scene più forti: nel bordello i poliziotti cercano una ragazza che voglia fare compagnia al condannato a morte. La telecamera passa in rassegna tutte le giovani ma nessuna si fa avanti, anzi fanno un passo indietro appena sentono la notizia. Unica ad essere rimasta al centro della stanza è proprio Tonka che alza lo sguardo e fa cenno di essere disposta ad andare in carcere.

Arrivata nel carcere ecco la scena più espressionista del film: Tonka è spaventata e l’uomo si avvicina a lei con fare minaccioso. Eppure accade qualcosa di straordinario perché l’ombra proietta inizialmente una figura ben maggiore di quella che rappresenta nella realtà l’uomo e anche le sue intenzioni sono nella realtà molto meno malvagie di quanto lei possa immaginare. Il linguaggio del corpo nell’immagine finale è chiaro: se lei vuole può anche andare via.

Qui c’è un’alternanza bellissima che notavamo con Danilo durante la visione. Tonka e il condannato sono in basso e ripresi dall’alto, mentre le guardie sono riprese dal basso e stanno in piedi. Probabilmente ha un significato simbolico particolare, ma in generale quello che ho notato rispetto a grandi drammi svedesi, ad esempio, è che manca completamente il giudizio: mentre in alcuni film il solo fatto di aver peccato è una giustificazione per la morte finale, qui i personaggi sembrano vittime di un destino avverso. Non sappiamo perché Tonka ha deciso di fare la prostituta e non la vediamo mai consumare con clienti. Il condannato non è noto per quale motivo è in carcere e in questa scena specifica, in tutto il suo dolore, mostra soltanto una grande umanità ricambiata da Tonka. Tra ultimi ci si capisce.

Altra bella scena è quella del matrimonio con Jan che viene a conoscenza della storia di Tonka dal venditore ambulante e torna a casa dove la ragazza e la madre lo aspettano felici. Si consuma il dramma e la mamma getta via la sciarpa che Tonka le aveva regalato con i soldi della prostituzione.

Avviciniamoci ora al finale: Tonka vive ormai per strada e pur di raccattare da bere è disposta a raccontare qualsiasi cosa e romanza la storia della sua nottata con l’impiccato. Nella birreria c’è però Jan la ragazza fugge, recupera il vestito (da notare nell’ebbrezza emotiva la visione multipla di esso) ma viene investita da un cavallo.

Tra le braccia di Jan inizia a sognare la sua vita possibile da sposata e ma muore tra le braccia dell’amato che cammina in processione assieme agli ultimi che avevano accompagnato la sua esistenza.

Sicuramente è una recensione diversa dalle altre ma è proprio il film, per tanti motivi, ad essere diverso e meritare un trattamento del genere anche per via dello splendido stato della versione che ho potuto visionare. Su internet troverete sicuramente delle versioni che sono riversamenti di una trasmissione televisiva del film. La qualità delle immagini non è il massimo ma vi invito comunque a vederlo se potete.