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Blackmail: resoconto della prima serata di cineforum

E proiezione fu. Innanzitutto, un gigantesco GRAZIE! agli spettatori che, sfidando la pioggia e le incertezze del caso, sono venuti martedì sera al cineclub Detour, per sostenere un progetto che ci ha visto impegnati a lungo: la vostra presenza e il vostro calore ci ha ripagato di tutto! In seconda battuta, un sentito ringraziamento va di diritto al cineclub Detour, che ha creduto al nostro progetto e ci ha dato carta bianca per realizzarlo: con voi abbiamo iniziato uno splendido viaggio che speriamo possa durare ancora a lungo.

Andiamo per ordine. Dopo settimane di affissioni, sessioni serali di Photoshop, pubblicità sul web, ma soprattutto reperimento e studio di articoli e monografie, traduzione dei sottotitoli, preparazione di clip video e chi più ne ha più ne metta, finalmente siamo giunti a questa fatidica serata. Il maltempo con tanto di allerta meteo ci avevano fatto pensare al peggio e invece è successo l’impensabile: delle persone hanno risposto al nostro appello, e quante persone!  In sala c’erano tra i venti e i trenta spettatori, un risultato che ci ha lasciato davvero a bocca aperta considerando che era solo il primo appuntamento. Ad aprire la serata, una breve presentazione del progetto, curata – com’è giusto che fosse – dal fondatore del presente blog, Yann Esvan, a cui è seguita un’introduzione dello stesso Yann sul regista e sul cinema britannico dell’epoca. Subito dopo abbiamo proiettato il film che, com’era prevedibile, è stato salutato dagli applausi del pubblico (Hitch non perdona). Dopo la proiezione abbiamo inaugurato la fase che ci stava più a cuore, ovvero il dibattito: Esse, nelle vesti di moderatrice, ha cercato di stimolare gli spettatori chiedendo loro cosa li avesse colpiti del film, in positivo o in negativo, e se lo avessero trovato straniante o simile rispetto ai film di oggi. A rinfocolare la discussione, una serie di clip predisposte da Yann ed Erasmo, in cui abbiamo messo a confronto le scene chiave del film nella versione muta e sonora. Di seguito, potete vederne un esempio:<

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Grazie a queste, abbiamo osservato in diretta come influissero nella realizzazione dell’opera le differenti edizioni, e ci siamo poi interrogati su quale fosse la soluzione di maggiore impatto per lo spettatore. Il pubblico, composto da cinefili e curiosi, ha risposto con calore alle nostre sollecitazioni, motivandoci a proseguire la rassegna che d’ora in poi acquisterà una maggiore regolarità: il prossimo appuntamento si terrà il 26 Marzo alle ore 20.30 e il film in programma è The Man Who Laughs (L’Uomo che ride) di Paul Leni (1928), con Conrad Veidt e Mary Philbin. Dopo la proiezione apriremo anche stavolta un dibattito, confrontando il film con il romanzo di Victor Hugo da cui è stato tratto; analizzeremo poi l’evoluzione iconografica del personaggio di Gwynplaine che, come forse saprete, ha ispirato il personaggio del Joker (ormai un punto fermo della cultura a fumetti). Infine, faremo confronti tra le diverse trasposizioni cinematografiche de L’Uomo che ride, per osservare le trasformazioni di questo personaggio nel corso dei decenni. Per il momento è tutto; ci vediamo il 26, tutti in sala a vedere L’Uomo che ride!

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L’isola del peccato (The Manxman) – Alfred Hitchcock (1929)

The Manxman è il film cesura nella produzione di Hitchcock. Con il film successivo, Blackmail, il regista deciderà di passare al sonoro (seppur presentando anche una versione muta del film) ma soprattutto ad un genere decisamente più hitchcockiano e che contribuirà a renderlo famoso in tutto il mondo. Questo stacco sarà segnato anche dal cambio di sceneggiatore, dal fido Eliot Stannard, qui alle prese con l’adattamento di The Manxman di Hall Caine, a Charles Bennett. A partire da The Manxman era già stato fatto un film del 1917 con George Loane Tucker alla regia.

Il pescatore Pete (Carl Brisson) e Kate (Anny Ondra) si amano contro il volere del padre di lei, Caesar (Randle Ayrton), che vorrebbe sposasse un uomo più ricco. Così lui parte per terre straniere in cerca di fortuna ed affida la sua amata a Philip (Malcolm Keen), l’avvocato amico d’infanzia.Philip e Kate iniziano a frequentarsi e presto si innamorano. Quando giunge la notizia della morte di Pete i due possono finalmente frequentarsi senza rimorsi e presto Kate rimane incinta. Ma Pete non è morto, e tornato dal suo lungo viaggio finalmente ricco chiede la mano della sua amata. Philip e Kate decidono così di nascondere i loro sentimenti reciproci per il bene di Pete e celebrare il matrimonio. Pete, saputa la notizia che Kate è incinta, crede di esserne il padre e cresce la figlia amorevolmente. Ma presto la ragazza non riesce più a vivere nella menzogna e decide di fuggire dal suo amato Philip che ormai aveva fatto carriera ed era diventato giudice. Ma lui non può tenerla con sé a lungo e così nel primo caso che Philip si trova ad affrontare in tribunale vede comparire proprio la sua amata Kate che ha tentato di suicidarsi. Nel corso del processo tutte le verità vengono a galla. Al termine della vicenda Pete si ritrova solo e con il cuore infranto, Philip è costretto a dimettersi e, insultato da tutto il villaggio, si allontana con Kate e la sua bambina.

La storia, piuttosto intricata e difficile da raccontare, mostra ancora una volta i lati perversi del puritanesimo. In un piccolo villaggio dell’Isola di Man, la promessa d’amore è una cosa sacra e tradirla porta all’ignominia e alla dannazione eterna. Non c’è nessun vincitore al termine della vicenda, tutti hanno perso qualcosa e non hanno guadagnato niente. Persino un amore che teoricamente dovrebbe aver trionfato ha un sapore decisamente amaro e lascia presagire che non potrà dare alcuna felicità Hitchcock mostra una incredibile maturità nel raccontare la vicenda aiutandosi con splendide inquadrature e scene memorabili. Così, mentre Pete è al settimo cielo per poter finalmente sposare la sua amata, Kate e Philip vengono impietosamente inquadrati nel loro dolore, che si trasforma in una forzata felicità quando Pete si volta verso di loro. Si tratta di una scena che difficilmente avrebbe potuto avere un effetto tanto grande nel cinema sonoro. The Manxman, nel complesso, mette scena una storia drammatica con grande intensità e senza sostanziali sbalzi di ritmo. I personaggi sono ben caratterizzati e mostrano una complessità psicologica che forse non ha uguali nella prima produzione di Hitchcock. Ancora una volta tutto è reso più efficace dallo splendido restauro operato dal BFI National Archive a partire da un negativo originale. Si è trattato, insomma, di un ottimo titolo per terminare la rassegna dedicata ai muti di Hitch al Cinema Ritrovato 2013 ridando risalto ad un film spesso messo ingiustamente da parte ma che invece ha tanto da dare anche ad un pubblico moderno.

Approfondimenti: rimando all’articolo pubblicato su Cinefilia Ritrovata per vedere il film da un punto di vista più vicino al pubblico del Cinema Ritrovato.

Ricatto (Blackmail) – Alfred Hitchcock (1929)

Abbandonato Eliot Stannard,  Alfred Hitchcock fece un notevole passo in avanti verso quella strada che lo avrebbe fatto diventare ‘il maestro del brivido’. La sceneggiatura di Blackmail venne affidata a Charles Bennet, autore anche dell’opera teatrale, assieme allo stesso Hitch. Del film vennero girate due versione: una muta e una parzialmente sonora, come di uso all’epoca, con meno scene e inquadrature. Eppure, inutile dirlo, la versione sonora ebbe molto più successo di quella muta. Il parere del regista su quale versione preferisse è abbastanza ovvia dalla sua affermazione’i film muti sono la forma più pura di cinema’. Non a caso interrogato su quali fossero i suoi dieci film preferiti, Hitchcock, in una vecchia intervista citata da Charles Barr, ne indicò nove muti e solo un sonoro.

La giovane Alice White (Anny Ondra), dopo aver litigato con il suo fidanzato l’agente di Scotland Yard Frank Webber (John Longden), cede alle avance dell’artista Mr. Crewe (Cyril Ritchard) e per ingenuità lo segue fino al suo appartamento. Quando l’artista tenta di violentarla lei, preso un coltello, lo uccide e fugge dall’appartamento. Quando il fidanzato viene mandato ad indagare sul caso trova un guanto della ragazza e lo nasconde credendo che l’omicidio sia avvenuto dopo la visita di Alice. Quando tutto sembra sistemato si presenta improvvisamente uno strano personaggio, Mr. Tracy (Donald Calthrop), che possiede l’altro guanto della ragazza che sostiene di aver trovato proprio nella stanza dove è avvenuto il crimine. In un crescendo di tensione l’uomo inizia a ricattare la coppia in maniera sempre più incalzante. Ma le carte si ribaltano e quando si scopre che Tracy è un pregiudicato, Frank decide di incastrarlo. Inizia così una lunga fuga del ricattatore diventato ora ricattato che termina sul tetto del British Museum con la morte di Tracy, seppur innocente. Nel frattempo però Alice, ignara di quanto sta accadendo al suo ricattatore, decide di andare a confessare l’omicidio. Solo il provvidenziale intervento di Frank sventerà il piano di confessione e risolverà la questione in un delitto perfetto…

Il film è davvero ben costruito e della giusta durata per mantenere alta la tensione. Impossibile non avere dei brividi di emozione nell’assistere a quella che potrebbe essere definita la nascita di tutto (considerando The Lodger come una sosta di fase di gestazione). Hitchcock è abile nel sapere capovolgere la bilancia di tensione che lega la coppia al misterioso Mr. Tracy, e regala infine un incredibile inseguimento dal finale drammatico. Proprio Donald Calthrop è l’attore che maggiormente colpisce per la sua profondità e interpretazione del malvagio ma fragile Tracy, che appena si vede messo con le spalle al muro perde la capacità di ragione e va incontro ad una inevitabile morte. Come già detto per l’articolo su Cinefilia Ritrovata, Micheal Powell sostenne di aver invetato lui il finale alternativo con l’inseguimento al museo, che differisce rispetto alla versione originale dell’opera di Bennett che terminava con la scoperta che nessun omicidio era stato compiuto. Ma sempre Charles Barr ha fatto un paragone interessante per Hitchcock: egli, sostiene lo storico del cinema nella sua lezione sui muti del regista, seppe comportarsi come una spugna in grado di prendere quanto di meglio dai suoi collaboratori e farlo poi suo nel modo migliore. La lezione imparata con Blackmail, insomma, non è mai stata dimenticata da Hitch che ha saputo trarre il meglio da tutte le sue esperienze anche quelle mute purtroppo spesso bistrattate. Un muto da vedere e rivedere anche grazie allo splendido lavoro di restauro operato dal BFI che è riuscita a ridare splendore ad una pellicola incredibile.

Approfondimenti: per maggiore informazioni vi invito a consultare l’articolo presente su Cinefilia Ritrovata.