Tarzan (Tarzan of the Apes) – Scott Sidney (1918)

Tarzan_of_the_Apes_1918Su un noto gruppo dedicato al cinema muto è da inizio anno che rompono le scatole con il centenario di Tarzan of the apes. Al Cinema Ritrovato c’era una fila chilometrica per entrare in sala, ma io l’ho volutamente bistrattato a favore di un’ora di tregua dalle lunghe sessioni di proiezioni mute. Premetto che io e Alessia abbiamo visto il 79% delle proiezioni mute in programma, e Tarzan non è stata una di queste. L’amore tra me e questa storia non è mai sbocciata: ricordo vagamente mia madre tornare a casa con il libro di Edgar Rice Burroughs, che credo di non aver mai finito o, anche qualora lo abbia fatto, non deve aver lasciato particolari tracce. Quando uscì il film disney ero già grandicello, credo di averlo visto successivamente, ma se non fosse stato per la simpatia che nutro per Phil Collins l’avrei probabilmente ignorato completamente. In compenso da piccolo andavo letteralmente pazzo per Totò Tarzan, anche se oggi, non rivedendolo da almeno 15 anni, ho la vaga sensazione che non fosse propriamente uno dei suoi capolavori. Tutta questa premessa per dire che, nonostante tutte le avversità, ho deciso di recuperare finalmente il primo film di Tarzan e vederlo. I miei pregiudizi saranno stati confermati?

vlcsnap-2018-07-11-13h09m03s044Lord John e Lady Alice Greystoke (True Boardman e Kathleen Kirkham) vengono incaricati di interrompere la tratta degli schiavi nell’Africa Britannica. Durante il viaggio in mare i marinai si ammutiano e i due riescono a salvarsi solo grazie all’aiuto di Binns (George B. French), marinaio che ha a cuore la loro sorte e che li indirizza verso una casa nella fitta foresta africana con la promessa di ricongiungersi a loro più avanti. Passano i mesi, Binns è stato fatto prigioniero dagli schiavisti e Alice ha un bambino. Purtroppo prima che lui compia un anno la giovane muore lasciando John solo con il bambino. Nella foresta, intanto, Kerchack, capo di una tribù di scimmie molto numerosa, ha perso il cucciolo avuto da Kala ed è molto arrabbiato. I primati decidono quindi di rubare il piccolo umano sostituendolo nella culla con la scimmia morta. John muore di dolore e nella casa restano così tre scheletri. Il giovane Tarzan (Gordon Griffith) cresce sano e forte come una scimmia ignorando la sua vera natura. Si imbatte un giorno casualmente in una tribù di aborigeni prima, da cui impara a vestirsi, e nella sua vecchia casa di famiglia. Intanto Binns riesce a liberarsi e raggiungere la casa dove scopre Tarzan e lo istruisce sommariamente. Purtroppo viene scoperto dagli schiavisti che lo costringono a fuggire. Anni dopo Tarzan è cresciuto (Elmo Lincoln) e Binns è riuscito a convincere una spedizione scientifica a venire ad indagare. A capo vi è il Professor Porter (Thomas Jefferson), assieme alla figlia Jane (Enid Markey) e il giovane William Cecil Clayton (Colin Kenny), innamorato perdutamente della ragazza. Tarzan guarda la spedizione da lontano. Un aborigeno rapisce Jane e Tarzan allora interviene per salvarla. Dopo un periodo passato insieme Jane si innamora di lui e gli chiede di restare assieme.

 

Il finale è bizzarro e precipitoso: non sappiamo che fine abbiano fatto gli altri spedizionieri, partiti alla ricerca di Jane, né cosa accadrà ai due (Jane resterà con lui nella giungla o vorrà che lui torni con lei?). Nel romanzo lui la segue in America senza però riuscire a sposarla, qui si vuole forse troncare improvvisamente per evitare di svelare un non lieto fine nel caso in cui il sequel The Romance of Tarzan non fosse stato prodotto. Il secondo film è stato effettivamente girato ma è purtroppo andato perduto, quindi non potrò farmi del male un’altra volta. Per il resto non ho molto da dire se non che i miei pregiudizi sono stati rispettati: gli attori che interpretano Tarzan, forse per sottolineare la natura selvaggia e “sottosviluppata” dell’uomo-scimmia, ripetono espressioni da pirla per tutto il corso del film (vedi foto). Devo dire che anche Jane non è che ne faccia poi di intelligenti. Le loro espressioni buffe mi hanno fatto sinceramente ridere, ma non per questo apprezzare il film. Sicuramente per l’epoca vedere tanti animali selvaggi sul grande schermo avrà fatto un grande effetto, ma nell’epoca in cui i documentari naturalistici possono essere visti ogni giorno ventiquattro ore al giorno questa particolarità non suscita particolare interesse nello spettatore. Questo, unito alla recitazione claudicante rende, a mio parere, il film molto poco apprezzabile da un pubblico contemporaneo. In più non sono presenti neanche particolari stunt che rendono magari film come quelli di Douglas Fairbanks entusiasmanti e spettacolari ancora oggi. Concludendo sento di aver perso un’ora della mia vita che nessuno potrà mai restituirmi. Un centenario che avrei volentieri fatto a meno di festeggiare!

Annunci

Rue de la paix – Henri Diamant-Berger (1926)

ruedelapaix2Abbiamo imparato a conoscere Henri Diamant-Berger con il suo serial su i tre moschettieri di cui parlammo alcuni anni fa. Il regista francese decise di continuare la sua carriera negli Stati Uniti girando un paio di film tra il ’24 e il ’25 per poi ritornare in Francia. Proprio al suo rientro in patria corrisponde la direzione di Rue de la Paix (1926-1927) che è stato presentato al Cinema Ritrovato 2018 nella sezione Ritrovati e Restaurati. La vicenda si ispira all’opera teatrale di Abel Hermant e Marc de Toledo che era uscita nel 1912 ottenendo un buon successo nei teatri francesi. Rue de la paix è una rinomata via parigina che collega Place Vendôme e l’Opéra Garnier, nota in particolare per le sue botteghe di lusso e grandi alberghi.

La storia è un classico triangolo: lo stilista Laurent Baudry (Malcolm Tod) è perdutamente innamorato dell’indossatrice Thérèse (Andrée Lafayette) che lo ricambia segretamente. A fare da terzo incomodo c’è Mady (Suzy Pierson), commessa nel negozio di moda dove lavorano che ama Laurent e quindi cerca in tutti i modi di allontanare i due facendo da subdola confidente ad entrambi. Il ricco Ally (Léon Mathot) si inserisce in questo triangolo cercando di sedurre Thérèse offrendole doni preziosi, senza però avere successo. Quella che per il riccastro doveva essere un’avventura, diventa presto una vera e propria ossessione. Così decide di creare la sua casa di moda, assegnata al goffo Abramson (Armand Bernard) che funge da prestanome, assoldando Thérèse come volto della società: il giorno prima dell’apertura, però, toglie i fondi cercando così di far capitolare la giovane che però rifiuta nuovamente le avance di Ally. Quest’ultimo, ormai innamorato, si ravvede e concede a Thérèse di aprire la sua maison sperando così di farle cambiare idea sul suo conto. Ma l’amore tra Laurent e Thérèse è troppo forte e Mady e Ally saranno costretti a cedere davanti all’evidenza.

 

Rue de la piax è una bella commedia, ben scritta e misurata, assolutamente priva di eccessi sia nello sviluppo della trama che nella recitazione. Tutto si colloca al posto giusto: come in un ingranaggio ben oliato le vicende si sviluppano fino allo scontato lieto fine. Molto ben fatta anche l’evoluzione dei personaggi, in particolare quella del ricco Ally che da donnaiolo senza scrupoli si trasforma in innamorato devoto e rispettoso nei confronti della volontà della sua amata. Molto interessante vedere come viene sviluppata l’idae di tre amici, la cui amicizia si fonda in realtà tutta sull’amore che i personaggi nutro l’uno nei confronti dell’altro: Mady si vede respinta e inizia a fare di tutto per screditare l’amica agli occhi di Laurent, facendogli addirittura credere che lei abbia passato la notte con Ally invece di tornare a casa come aveva fatto. Qui avviene quindi l’allontanamento tra i due, che si ritroveranno, sospinti dal destino, proprio il giorno dell’apertura del salone di moda, quando né Mady né Ally potranno più fare niente per separarli. Purtroppo le immagini sul film scarseggiano, il film sarebbe disponibile su filmotv, sorta di netflix francese, ma dall’Italia non è possibile iscriversi. Le poche immagini disponibili poco lasciano trasparire del film, ma è quello che circola purtroppo. Speriamo in una distribuzione homevideo così da aggiornare l’articolo in futuro.

 

Elvira Notari: un amore selvaggio e due raccolte di frammenti

amore_selvaggio-300x290Un amore selvaggio (1912) è un cortometraggio ambientato in campagna che mostra alcune delle tematiche principali del cinema di Elvira Notari. I protagonisti sono due fratelli, Giuseppe (Raffaele Viviani) strafottente scansafatiche e Carmela (Luisella Viviani), laboriosa e ligia al dovere. Il primo, dopo numerosi richiami ,viene licenziato e invita la sorella ad andare via con lui. Ma Carmela è innamorata del suo padrone Alessandro (Giovanni Grasso) e nella speranza di riuscire a conquistarlo rifiuta. Giuseppe vorrebbe vendicarsi sul capo e di notte si intrufola nel podere per ucciderlo ma Carmela riesce a farlo ragionare e lo allontana. Ma la situazione di stallo non durerà a lungo: Carmela cerca di baciare Alessandro che la rifiuta. Convinta che lui non la voglia perché stregato dalla sua amante, prova ad avvelenarla senza successo, ma viene scoperta e allontanata. Desiderosa di vendetta fa credere a Giuseppe di essere stata disonorata dal padrone e lo incita ad ucciderlo. Nel tentativo di seguire il fratello cade in un burrone e si ferisce, venendo soccorsa proprio dalla ragazza di Alessandro. Verrà colpita dalla sua gentilezza e facendo fondo a tutte le forze rimaste correrà nel luogo dell’agguato per evitare che Giuseppe compia un ingiusto omicidio.

I due protagonisti, fratelli anche nella vita, sono stati anche due personalità importanti della napolitanità. Raffaele in particolare mostrò una certa capacità di spaziare tra le arti ottenendo successo come attore di teatro, cantante ma anche come poeta e paroliere. Qui entrambi danno il meglio di loro facendosi interpreti dell’anima animalesca del cinema della Notari, mosso da passioni talmente forti da non essere controllabili. Così i due fratelli che in apparenza sembrano così diversi (uno scansafatiche e strafottente, l’altra diligente e affabile), si ritrovano uniti dall’estrema passionalità che porta nel punto di incontro nella pianificazione della morte del loro padrone. Diversamente da altri film della regista italiana, qui abbiamo però un insperato lieto fine, con il ravvedimento di Carmela e il salvataggio in extremis di Alessandro.

amore-selvaggio

<


<

Napoli2L’Italia s’è desta (1927) è un montaggio che unisce alcuni frammenti non identificati con protagonista Eduardo Notari. Nel primo estreatto il giovane si ritrova intrappolato tra le grinfie di una ragazza che ne mina l’integrità. Nel secondo il ragazzo si è arruolato per la guerra e prima di partire si gode il dolce affetto dei vecchi genitori e della sua fidanzata. Molti dei frammenti presentati sono a colori, una delle caratteristiche che resero molto popolare il cinema della Notari.

 

<


<

Napoli3Stessa tipologia di film è Napoli sirena delle canzoni (1929), composta da numerosi frammenti con Eduardo Notari figura centrale, come suonatore o ragazzo geloso. In alcuni estratti lo vediamo nel ruolo del ragazzo stregato dalla mala femmina di turno, mentre ruba di nascosto il denaro alla vecchia madre. Non mancano scene di festa e processioni. Anche qui numerosi frammenti sono colorati.

È Piccerella – Elvira Notari (1922)

lapiccerella“ma non vedi che è piccolo?”. Quante volte è capitato di trovarci davanti dei genitori che permettono tutto ai figli giustificandoli con questa frase? Così avviene anche nel primo film di Elvira Notari proiettato durante il Cinema Ritrovato 2018. È Piccerella è un film crudo, che ci catapulta in una Napoli d’altri tempi passionale e vera come nessuno prima di allora aveva saputo raccontarla in ambito cinematografico. Come sempre la Notari si ispira a una canzone, in questo caso è proprio “è piccerella” con versi di Libero Bovio e musica di Salvatore Gambardella:
‘A mamma ha ditto: “Oje ni’, saje che te dico? E’ strappatella e nun capisce ancora. Te tratta, ch’aggi’ ‘a di’, comm’a n’amico, meglio ‘e n’amico, comm’a frate e sora.
E’ piccerella, è n’anema ‘nnucente e nun capisce niente.”

Tore (Alberto Danza) è un onesto lavoratore, sempre puntuale e preciso. Gestisce una piccola attività con la madre (Elisa Cava) e il fratello Gennariello (Eduardo Notari). Un giorno, però, incontra la bella Margaretella (Rosé Angione), una “mala spina” che con il suo fascino riesce a corrompere anche l’animo più puro, giustificata dalla madre che la considera ancora una bambina. Tanti ce ne sono stati prima di Tore ad essere inguagliati dalla bella moretta, dissipando di volta in volta denaro e orgoglio per farla contenta. Uno di questi, un malavitoso locale, non si è però dato pace e continua insistentemente ad andarle dietro minacciando più volte Tore. Quest’ulimo, intanto, pur di soddisfare i vizi della sua amata, inizia a sperperare i soldi di famiglia e smette di pagare le rate per gli strumenti di lavoro che gli vengono così sequestrati. L’incantesimo della Piccerella è così forte che Tore arriva a rubare in casa pur di poterle dare quanto vuole. La mamma di Tore si ammala gravemente ed è in letto di morte e vuole vedere il suo primogenito: Gennariello parte dunque alla sua disperata ricerca e lo trova ferito gravemente dopo lo scontro a fuoco con il suo rivale in amore. Lo porta dalla madre poco prima che lei spiri. Matura quindi in Tore il desiderio di vendetta che lo porta ad uccidere Margaretella durante una processione. Viene catturato e messo in carcere ma anche lì non riesce a liberarsi della sua Piccerella che gli appare continuamente in visione.

 

Quello che colpisce di questa vicenda è la brutalità che riesce a mettere in scena. Quando avviene l’omicidio, il volto di Tore è trasfigurato dalla rabbia; il personaggio è entrato in uno stato bestiale al termine di un processo di corruzione che lo ha portato a fare tutto quello che riteneva sbagliato pur di appagare gli insaziabili capricci della sua Maragaretella. Si contorce, urla, spalanca la bocca come a voler mordere la sua preda, vorrebbe infierire ancora sul cadavere della donna che l’ha portato a distruggere la sua anima. Una reazione così scomposta e, per certi versi umana, raramente si può vedere in un film muto italiano, in cui il dolore e la sofferenza, per quanto esasperati nella gestualità, mantengono comunque una sorta di compostezza. Ma è proprio questa caratteristica a far emergere il cinema della Notari rispetto ai suoi contemporanei, che diventa un primo passaggio verso quel cinema neorealista che prenderà forma solo nel dopoguerra. Se per noi, quindi, il cinema della Notari è ricco di spunti ed interessi, non era invece così amato dal regime, che appena possibile cercò di sostituire questa Napoli ferina ad una raggiante e priva di ombre come in Vedi Napule e po’ mori di Perego (1928), di cui parleremo nei prossimi giorni. Un’altra caratteristica dei film della Notari è l’attenzione al folklore locale, con la presenza di tante processioni e feste patronali, ma anche quella di variare molto la lingua delle didascalie che spazia dall’aulico al napoletano (vedi sotto).

Al Cinema Ritrovato abbiamo potuto vedere il film nella versione musicata da Enrico Melozzi su commissione di ZDF/ARTE. Inizialmente ero spiazzato perché gli arrangiamenti, rigorosamente in musica napoletana, sembravano quasi messi in ordine casuale, ma in realtà è stato fatto un lavoro davvero certosino, in particolare durante una serenata durante la quale si è tentato di ricostruire il parlato con un risultato davvero eccezionale. Speriamo che questa versione sia presto disponibile per il mercato home video, dando modo al film di uscire dalla sua nicchia e portare alla riscoperta di una Napoli antica e perduta ma che è capace, ancora oggi, di emozionare e ferire. Nel film non ci sono vincitori, ma solo vinti: è un vero pugno nello stomaco che non lascia speranza per il futuro ma solo ombre e dannazione.

 

Fantasia ‘e surdato – Elvira Notari (1927)

fantasia2Fantasia ‘e surdato è forse il film che contiene il maggior numero di elementi ricorrenti nel cinema della Notari: l’amore, la gelosia, il tradimento, la famiglia distrutta, la mala femmina e l’onore conquistato in battaglia. Proprio per questo suo essere esemplificativo ho scelto di partire da lui per iniziare a parlare del cinema della Notari che questa edizione del Cinema Ritrovato ci ha permesso di scoprire ed amare. Tra le varie stranezze da notare che il film è ambientato a Roma invece che a Napoli.

Giggi (Geppino Iovine) è innamorato di una giovane fioraia (Lina Cipriani ?*), la quale però lo lascia perché sente il  peso di un amore semplice e privo di sorprese. Lui, distrutto dal dolore, cede alle moine di Rosa,  una donnaccia che riesce a incatenarlo tra le sue venefiche grinfie. Perderà piano piano la sua dignità fino ad arrivare a rubare in casa della povera madre e del fratello Gennariello (Eduardo Notari). Raggiunto il fondo della sua moralità, Giggi si suicida, pregando Rosa di restituire un pendaglio di famiglia che aveva sotratto. Rosa*, invece, scrive alla polizia instillando il sospetto di un omicidio effettuato da Gennariello. La polizia lo arresta e questo porta la vecchia madre in una voragine di dolore. Rosa, però, inizia a pentirsi della sua malvagità e si rieca dall’anziana donna: qui viene a conoscenza delle sofferenze patite da Gennariello quando era soldato, quando aveva lottato senza paura tanto da guadagnarsi una medaglia al valore. Rosa allora crolla e rivela la verità denunciandosi per falsa testimonianza ai carabinieri.

EduardoCaratteristica principale dei film della Notari era quella di ispirarsi a una canzone o comunque da testi della canzone tradizionale, in modo tale da rendere esportabile il prodotto, specie negli Stati Uniti. In questo caso le vicende sono tratte dal monologo in romanesco “Er fattaccio” di Amerigo Giuliani (ecco il motivo dell’ambientazione romana) e dalla canzone napoletana che da il nome al film, Fantasia ’e surdato, di Beniamino V. Canetti e Nicola Valente. Rispetto ad altri film proiettati, seppur nella sua crudezza, il film ha la particolarità di avere un happy ending che rivaluta per altro la figura di Rosa, fino ad allora vera e propria malafemmina. Il finale si allontana molto dal monologo da cui è tratta la scenggiatura: nella versione originale, infatti, il protagonista uccide effettivamente il fratello Giggi durante una lite, perché poco prima quest’ultimo aveva colpito la madre che era caduta a terra come morta lanciando un grido. Nel film, invece, Gennariello è innocente ed è anzi un’anima candida, che ha penato come soldato e ha ottenuto una medaglia la valore. Qui si trova in giro un errore riguardante la trama, secondo alcuni Genneriello si farebbe soldato per sfuggire alla prigione, ma nella realtà egli ha già combattuto e la madre ricorda le sue gesta passate proprio ad evidenziare come una persona che ha lottato così nobilmente difficilmente può avere il cuore di uccidere un fratello.

La vicenda, come da tradizione della Notari, è estremamente drammatica seppur nel suo lieto fine. Per sdrammatizzare ecco una serie di cose divertenti che abbiamo notato durante la visione: 1) la giovane fioraia è, almeno per i canoni attuali, una bella ragazza, mentre Rosa proprio per niente; potete immaginare le risate che ha strappato una scena in cui Giggi mostra orgoglioso la nuova fiamma alla ex  urlando: ”vedi quanto è bella la mia Rosa?”. Tra l’altro proprio in quel momento un altro tipo le sta suonando una serenata; contento lui! 2) il povero Eduardo Notari ha una perenne espressione del “mainagioia”, rendendo patetica qualsiasi scena, anche quelle dove dovrebbe essere invece felice: occhi a palla e sguardo perso nel vuoto come a voler urlare: “marò!”; 3) alcune didascalie laconiche sono davvero molto divertenti, alcune cose accadono quasi improvvisamente senza un reale svolgimento lasciando piuttosto spiazzati.

Concludo dicendo che ho visto Fantasia ‘e surdato solo dopo è piccerella, che è a mio avviso il più bello e originale tra i film presentati della Notari, per cui ho avuto l’impressione che il film fosse un “more of the same” meno riuscito in virtù anche dei punti sopracitati. Almeno Giggi è più bellino di Tore, anche se meno selvaggio, ma Rosa non è un personaggio forte come la Piccerella. Insomma un film bello, ma che paga la scarsa fantasia nel soggetto e la visione ravvicinata con altre pellicole più riuscite della regista.

* credo di aver identificato con correttezza il nome dell’attrice che interpreta la fioraia, ma non ho avuto fortuna con Rosa, di cui ignoro l’interprete.

Le immagini sono tratte dal web e sono molto scarse, alcune provengono dalla proiezione live di Michela Coppola e Anacleto Vitolo che potete vedere sul sito web dedicato, altre dal Woman Film Pioneers Project che dedica una sezione ad Elvira Notari.

Christian Wahnschaffe – Urban Gad (1920-21)

ChristianIl Cinema Ritrovato 2018 ha saputo stupire anche per la “cattiveria” dei film presentati. Da una parte la Napoli ferina di Elvira Notari e dall’altro proprio il nostro  Christian Wahnschaffe, un’opera monumentale in due parti che è riuscita a stupirmi in positivo. Le premesse c’erano tutte, basterebbe citare la regia di Urban Gad e il nome di Conrad Veidt nel ruolo di protagonista, ma non era facile rispettarle visto che la trama era tutt’altro che semplice. Le vicende, tratte liberamente dal romanzo omonimo di Jakob Wassermann, sviscerano i vizi che corrodono l’animo umano in maniera molto forte e mai scontata. Sfortunatamente il primo atto del primo episodio è andata perduta, ma questo non inficia la comprensione della storia.

Parte 1: Christian Wahnschaffe (Conrad Veidt), ricco rampollo di un industriale, si innamora della ballerina Eva Sorel (Lillebil Christensen). Questa è stata cresciuta da un ballerino diventato paraplegico che l’ha costretta ad allenamenti massacranti per farla diventare la stella che lui non è mai potuto essere. Sua unica consolazione è Iwan Becker (Fritz Kortner), capo dei rivoluzionari nichilisti che preparano la rivoluzione in Russia. Christian, nonostante sia abituato alla vita agiata, si rivela sensibile alle problematiche dei poveri ed entra nella cospirazione dei nichilisti. Iwan conserva dei piani segreti per la rivoluzione che consegna a Eva. Lei diventa però affamata di successo e per poter avere ancora più potere cede alle lusinghe del Gran Duca. I piani vengono rubati, i rivoluzionari arrestati o uccisi, Eva Sorel viene linciata dai pochi superstiti additata come capro espiatorio per il fallito colpo di stato.

 

Parte 2: Christian è tornato a casa ma la vita di alta società lo annoia. Si fa portare dall’amico Amadeus (Ernst Pröckl) in un bar dei bassifondi. Qui soccorre la giovane Dirne Karen (Esther Hagan) picchiata dal fratello pappone Niels (Werner Krauß). A casa loro incontra Ruth (Rose Müller), che ha dedicato la sua vita all’aiuto dei bisognosi. Christian pensa che il suo denaro possa aiutare i poveri, ma si accorge presto di come questo non faccia altro che corrompere chi gli sta intorno. Decide quindi di bruciare tutto i suoi soldi e vivere da povero per aiutare i poveri. Ma il male si annida nei bassifondi: Christian esaudisce l’ultimo desiderio della morente Dirne e le porta le perle di casa Wahnschaffe. Le dona poi a Ruth che cede alla bellezza del gioiello e lo conserva gelosamente. Niels, con uno stratagemma, le ruba le perle e la violenta a morte per poi dare la colpa al pazzo del quartiere. Christian, distrutto dal dolore, sospetta cosa sia accaduto realmente e inizia a perseguitare Neils costringendolo infine alla confessione. Ma la folla, aizzata dalla madre di lui, addita Christian come capro espiatorio che, nella straziante scena finale, viene spogliato di tutti i suoi avere e privato della vita.

Se nella prima parte, seppur il finale non sia positivo, si percepisce una speranza per i più poveri e si crede che il denaro possa aiutare effettivamente chi ha bisogno, il secondo episodio è una discesa senza fine nella miseria che non ha via d’uscita alcuna. Nella prima parte, infatti, tutto crolla per via dell’ambizione di un singolo, mentre nella seconda sono tutti i personaggi che vengono mano a mano divorati dal male. Come ho scritto su cinefilia ritrovata “la sensazione che si ha terminato il film è di sostanziale sfiducia nell’essere umano, essere corruttibile e insalvabile; si raggiunge la consapevolezza di quanto il bene possa essere sopraffatto dal male, di come le azioni fatte anche con l’intento più puro possano portare ad esiti nefasti. Lontano dagli happy ending americani, Christian Wahnschaffe fa riflettere col suo pessimismo cosmico e non lascia di certo indifferenti”. Christian è mosso dai più nobili sentimenti, ma da ricco non capisce quanto sia più importante il fare al distribuire denaro. Questo viene infatti subito sperperato per coltivare i propri vizi e non per migliorare la propria condizione e, cosa ancora peggiore, aumenta la brama di averne di più. Il finale è decisamente esemplificativo: Christian, addossato al muro con le braccia allargate come crocifisso, aspetta la sua punizione da parte della folla che prende letteralmente tutto quello che possiede, fino a strappargli i vestiti e probabilmente la vita. Cristo si è sacrificato, secondo la tradizione, per togliere i peccati del mondo, Christian li ha involontariamente seminati e paga con la stessa pena.

le immagini del film sono tratte dal sito http://www.murnau-stiftung.de

Prunella – Maurice Tourneur (1918)

prunellaDiciamolo, i film di Maurice Tourneur presentati durante il Cinema Ritrovato non mi hanno fatto impazzire. Era successo con Woman (1918) e lo stesso con il frammentario Prunella che presentiamo oggi. Si tratta di un film favoleggiante eccessivamente retorico e zuccherevole per i miei gusti e credo anche quelli di buona parte delle persone in sala. La storia si ispira all’opera teatrale omonima di Harley Granville-Barker e Lawrence Housman e racconta le vicende di Prunella (Marguerite Clark) e del suo amore per Pierrot (Jules Raucort). Quando i due diventano una coppia lei assume lo status di Pierrette entrando a far parte del gruppo delle maschere della commedia tradizionale con cui lui si accompagna regolarmente. Le lacune riguardano la parte centrale e il finale, che immaginiamo possa essere lieto, lasciando quindi qualche incertezza sullo svolgimento della vicenda. Quello che possiamo evincere è che, ad un certo punto, lei viene allontanata da Pierrot, perdendo così il suo ruolo di Pierrette e sostanzialmente la sua vita all’interno del gruppo. Tutti, compreso Pierrot, la considerano infatti morta e quando la incontrano con i suoi vestiti non scenici non la riconoscono.

Oggi il valore simbolico di questa opera è andato perduto e così ci troviamo di fronte a una fiabetta piuttosto bruttina che la conclusione mancante non riesce neanche a far rivalutare. Una delle poche note positive sono forse i costumi, ben curati e adatti al contesto fiabesco, nonché le scenografie in cui vediamo sfondi disegnati a mano che hanno lo scopo di rafforzare la sensazione di trovarsi dentro una favola. Come detto Prunella non mi ha entusiasmato ma la difficile reperibilità del film mi ha spinto comunque a farne una breve recensione allo scopo di dare maggiore informazioni possibili a chi difficilmente avrà modo di vederlo.