Il cinema muto in Italia // Sonorizzazione Live Rapsodia Satanica. Raia Fiorito Duo Live Stage

borelli-rapsodia-satanica_pLa sera di martedì 6 marzo (l’ultima fredda prima del tepore primaverile di questi ultimi due giorni) mi avvio a piedi verso il Centro Culturale Telling Stories APS “fabbrica di idee e laboratori” di via del Borgo di San Pietro 99/N. Sono d’accordo di trovarmi lì con un’amica, che tra l’altro é colei che mi ha segnalato l’evento dedicato alla sonorizzazione di Rapsodia Satanica (Nino Oxilia, 1917). So che la serata é organizzata da COEMA, collettivo che si impegna nella realizzazione di eventi musicali e collaborazioni con le tante realtà culturali di Bologna (Poverarte – Festival di tutte le Arti, Mikasa, Mercato Sonato e Loft Kinodromo); dopo aver preso una Corona sale e limone e addentato un trancio di pizza fredda al piano bar, scambio due chiacchiere con la mia amica, precisandole di essere lì perchè il connubio inconsueto film muto-musica ambient / sperimentale mi stupisce e incuriosisce. Intanto alle mie spalle vengono proiettati una serie di film muti italiani in ordine cronologico: vedo riprese fisse di paesaggi di campagna, vedute colorate, La Presa di Roma di Alberini e L’Inferno di Bertolini, de Liguoro e Padovan. In sottofondo c’é la classica musica da aperitivo lounge delle sette di sera, la gente é poca, qualcuno gioca a biliardo, altri parlottano, io, la mia amica e il suo coinquilino aspettiamo che si facciano le dieci e mezza. Mezz’ora dopo (ritardo più che normale, la fretta non é nel dna dei collettivi culturali) Antonio Raia e Renato Fiorito danno inizio alla parte decisamente più interessante della serata: il primo imbraccia il sassofono, il secondo va in consolle e sincronizza immagine e suono (skippando le didascalie di testa). Il film inizia a scorrere liquido, placido e poetico e più passano i minuti, più mi accorgo che questo accostamento così singolare tra immagine, musica elettronica e le calde note diffuse grazie ad uno strumento ad ancia semplice non mi dispiace affatto. Sono una che ama le contaminazioni tra le arti e gli aspetti di ricerca sonoro-visuale, quindi ben vengano le sovrapposizioni tra vecchio e nuovo, tra passato e presente; in certi momenti penso che al mio posto un altro appassionato di cinema muto dalla visione un poco più conservatrice della mia, assumerebbe un’aria schifata e scapperebbe a gambe levate dopo un minuto e mezzo completamente scandalizzato dalla cosa. Ammetto che in alcuni punti, come all’apparizione di Mefisto che perseguita la contessa Alba d’Oltrevita, fa strano anche a me sentire i beat martellanti intervallati da note estremamente acute e staccate, quasi una cacofonia, emesse dal sassofono tenore di Raia. Ma la chiave per comprendere questo mix così bizzarro sta proprio qui: l’opera di Nino Oxilia nel 1917 era già di suo un esperimento, una novità per quanto riguarda l’esperienza sensoriale e sinestetica tra musica e colore. La partitura musicale originale di Pietro Mascagni era stata composta (“lavoro lungo, improbo e difficilissimo”) appositamente per conferire allo spettatore la percezione dell’arte nella sua totalità. Centouno anni dopo, Raia e Fiorito si dedicano alla ricerca di nuove sperimentazioni e alla creazione di suoni minimal, spesso frutto di improvvisazione, in ambienti spogli, ma avvolgenti. Esperimento visivo ed esperimento acustico, ecco perchè nel complesso la visione di Rapsodia Satanica con sonorizzazione ambient non destabilizza e non crea sconcerto. Anzi, sono proprio queste sonorità naturali create da un computer o dall’immissione di saliva nell’imboccatura del sassofono di Raia (il risultato è un suono molto simile al vento tra rami di betulle) che immergono nella visione dannunziana e decadente del paesaggio della pellicola.
Antonio Raia e Renato Fiorito, entrambi laureati in musica, condividono frequentemente il palco insieme e collaborano con artisti sia italiani che stranieri, sono impegnati in concerti e performance live nei club e locali di tutta Europa e presenziano a numerosi festival. Bravi.

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Le Avventure di Villar (Οι περιπέτειες του Βιλλάρ) – Joseph Hepp (1924)

marzo 1, 2018 Lascia un commento

Il genere Slapstick è indissolubilmente collegato all’epoca del cinema muto. Grazie alle commedie di Mack Sennett e ai primi lavori di Charlie Chaplin, per i quali è principalmente noto, esso può sembrare a prima vista un frutto dell’ambiente cinematografico statunitense. Al contrario la slapstick comedy ha una matrice ben più complessa, fatta di più rimbalzi tra il vecchio continente europeo e il fiorente mondo anglosassone.

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Anch’essa, come innumerevoli altre storie di arte e spettacolo, affonda le sue radici in Italia e più precisamente nella Commedia d’arte italiana, traendone la mimica, la grossolanità, i caratteri fisiognomici e costanti, le trame ridotte all’osso, più simili a situazioni proverbiali che a narrazioni vere e proprie. Inizialmente fu tradotta in termini cinematografici in Francia, grazie all’abbondante e multiforme lavoro della Pathé, da personaggi quali Cretinetti, Polidor e Robinet, nomi d’arte rispettivamente di André Deed, Ferdinand Guillaume e Marcel Fabre. Ciò che poi troverà sviluppo e maturità negli Stati Uniti, in Europa è ancora un abbozzo dai ritmi incerti e fiaccamente strutturato, privo innanzitutto di quelle capacità registiche qui maggiormente investite sui film d’arte e altri generi più “alti”. Non che non vi siano opere godibili e interessanti – che non mancheremo di affrontare prima o poi! – ma uno spettatore odierno avverte, di certo, una certa distanza dai modelli sennettiani con cui il genere ormai si identifica e su cui il giudizio si è inevitabilmente “allenato”.

Quello di Nikos Sfakianakis, attore e sceneggiatore greco, è un passo ulteriore e in controtendenza. Il suo personaggio, Villar, riporta lo slapstick in Europa con una serie di cortometraggi che inseriscono un personaggio che guarda ai modelli francesi in un contesto ripreso pedissequamente dalla Keystone e trasferito sotto il Partenone. In Le avventure di Villar (Οι περιπέτειες του Βιλλάρ, 1924) Sfakianakis interpreta un personaggio presentato canonicamente: a spasso per la città come se fosse al di fuori dagli orologi e dai ritmi di chi lavora, sorriso stampato sul viso, abiti chapliniani, quindi pantaloni larghi e cadenti, bastone e bombetta, un fiore all’occhiello e una donna da corteggiare. Villar è impiegato in una stireria, ma le troppe distrazioni femminili gli fanno commettere un errore dopo l’altro: prima arriva tardi a lavoro, poi dimentica il ferro sulla biancheria che si scotta irrimediabilmente. Il suo capo, con parrucca e baffi finti e il solito trucco arcigno e severo dei cattivi o dei poliziotti da slapstick, si vendica su di lui facendolo sedere sullo strumento utilizzato per scaldare i ferri da stiro e Villar, col sedere in fiamme, scappa travolgendo ogni cosa che incontra, alla ricerca di un fresco sollievo.

I tentativi di ripetere o richiamare film e gag statunitensi sono goffi e malriusciti, ma qui e lì ci sono particolari che fanno di Le avventure di Villar un film interessantissimo. Innanzitutto bisogna dire che si tratta del più vecchio film prodotto in Grecia conservato integralmente, l’unica tra le commedie di Villar arrivate fino a noi e il primo restauro, cominciato nel 1972 e terminato nel 1991, ad opera del Greek Film Archive. Le corse e il vagare di Villar per le strade di Atene ci offrono un documento rarissimo della vita nella capitale greca a metà degli anni venti: i venditori ambulanti, i negozianti, gli uomini che vanno a lavoro e i passanti reali che salutano alla cinepresa danno l’idea di un cinema di strada, non del tutto preparato e controllato, aperto agli avvenimenti e all’improvvisazione.

Quest’idea di approssimazione efficace offre guizzi che altrove sarebbero errori: una collega di Villar si soffia il naso come se ci dovesse ancora essere il ciack e una cliente del negozio va a finire in una tinozza piena d’acqua e in seguito al volto allarmato l’attrice guarda oltre la cinepresa in cerca di approvazione per la scena appena girata. Resta il dubbio se siano “errori” del montato originale o “errori” lasciati per scelta nel processo di restauro su sequenze non montate.

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Grande spazio viene poi dato ad una scena in un locale in cui Villar porta la sua ultima conquista, durante la scelta del cibo Villar ruba un pesce e lo infila in tasca ed è uno dei pochissimi primi piani utilizzati, una didascalia spiega che il furto è giustificato perché destinato alla “povera Zaza” di cui non sappiamo altro, forse un personaggio delle altre commedie con Villar? E quest’aspetto così umano e sociale, non riscontrabile altrove nel film, se fosse stato una caratteristica del personaggio di Sfakianakis gli accrediterebbe un’originalità non da poco. Il sospetto si fa ancora più intrigante se valutiamo che buona parte del secondo e ultimo rullo del film è occupata da una scena di genere particolarissima.

Sotto le antiche e maestose rovine greche viene allestito un banchetto per un variegato insieme di coppie di novelli sposi che sembrano usciti da Freaks!, nani, gemelle, personaggi circensi e stravaganti, più un ospite, apparentemente un banditore, visibilmente ubriaco. Tutti insieme aggrediscono la tavolata, condividono un cosciotto di maiale un morso ciascuno, bevono, ridono e più mangiano più appaiono insoddisfatti. Tra le portate ci sono degli spaghetti doppi, serviti in un unico piatto, e la foga con la quale i commensali pescano con le mani cercando di accaparrarsi la porzione maggiore non può non ricordarci il Totò di Miseria e Nobiltà (1954) con cui sarebbe azzardato ma anche affascinante ipotizzare una comune paternità, magari a partire da qualche gag dell’avanspettacolo del primo ‘900 passata di compagnia in compagnia. L’unica relazione tra la tavolata e Villar è annunciata da una didascalia “Il fulmine” dopo la quale si vede Villar correre, scontrarsi e travolgere i personaggi seduti, ancora con il cibo in mano. Tanta attenzione quindi appare ingiustificata, non fosse per un’attenzione particolare a quel mondo basso e popolare, che potrebbe essere frutto di una simpatia di Sfakianakis stesso e del regista Joseph Hepp, che precedentemente aveva lavorato come documentarista girando il primo reportage politico del cinema greco.
Il finale inoltre contiene una indubitabile citazione de L’innaffiatore innaffiato (1895) dei Fratelli Lumiere dove l’innaffiatore dà sollievo alle scottature di Villar e in più “censura” con il suo cappello il bacio che suggella il lieto fine un film breve ma di cui si potrebbe parlare a lungo.
Il film è disponibile solamente su un dvd edito dalla Leon Films e oggi piuttosto raro.

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Christmas strikes back

febbraio 26, 2018 Lascia un commento
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Flesh and the Devil (1926)

E mentre in Italia imperversa la neve ci sembra di essere tornati a Natale con due mesi di ritardo. Santa is coming again? Per chi avesse nostalgia del periodo delle feste proponiamo un piccolo corto che va ad aggiungersi a quello del progetto natalizio. Andiamo addirittura al 1898 quando il solito G.A. Smith confeziona Santa Claus, un brevissimo corto ambientato nella notte più amata dai bambini. Il piccolo protagonista viene messo a dormire e nella notte, sotto rigorosa nevicata, viene in visita Babbo Natale a portare i doni. Il video è stato messo a disposizione direttamente dal BFI.

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Buona visione, nella speranza che il maltempo non abbia creato tanti disagi quanti qui a Roma.

Aggiornamenti fantascientifici

febbraio 22, 2018 Lascia un commento

Il progetto fantascienza è stato uno dei capisaldi di questo sito negli scorsi anni. Come chi ha seguito gli articoli sul genere saprà, molti di questi film sono, seppur sopravvissuti, difficilmente reperibili e ci sono voluti anni per riuscire a mettere le mani su alcuni di essi. In questa prima puntata di aggiornamenti sulla science-fiction partiamo con alcuni corti recuperati.

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– Aerial Submarine – Walter R. Booth (1910)

Questo primo corto riprende la serie di Booth dedicata ai mezzi di trasporto fantastici (Airship Destroyer, Aerial Anarchist ma anche il celeberrimo The ? Motorist). In Aerial Submarine dei bambini avvistano uno strano sottomarino pirata. I pirati, capitanati da una donna, se ne accorgono e li rapiscono. La fortuna sembra girare dalla parte dei ragazzi: una nave accorre in loro soccorso, ma incredibilmente il sottomarino prende il volo e con un missile la affonda (scena nell’estratto). Per fuggire i bambini decidono allora di danneggiare il motore del sottomarino che precipita ed esplode. Tutti muoiono tranne, ovviamente, i due protagonisti.

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– La Rivoluzione Interplanetaria (Межпланетная революция) – Nikolai Chodatajew, Yuri Merkulov, Zenon Komissarenko (1924)

Interplanetary-Revolution-LeninLa Rivoluzione Interplanetaria è un corto di animazione a chiaro scopo propagandistico. Scacciati dalla terra, i capitalisti, che hanno fattezze decisamente grottesche, fuggono su Marte dove vengono combattuti dai compagni rivoluzionari già giunti sul pianeta rosso. Insomma l’idea di Marte e rivoluzione proposta con Aelita (ovviamente parliamo del libro visto che il film sarebbe uscito qualche mese dopo questo corto), era ben radicata nella testa dei sovietici.

Devo dire che questo corto mi ha spiazzato, sebbene conosca abbastanza l’animazione dell’Europa dell’Est, l’ho trovato eccessivamente grottesco e a tratti decisamente disgustoso. Non è esattamente una visione piacevole, ma per completezza non poteva mancare nella nostra rassegna sulla produzione fantascientifica muta. Piccola chicca la comparsa in un breve spezzone di Lenin che potete vedere nell’immagine.

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– Midstream – James Flood (1929)

midstreamCi sono casi in cui la ricerca di un film diventa una vera caccia al tesoro. Alcuni dei nostri muti fantascientifici sono inclusi all’interno di extra di film che magari c’entrano poco o nulla con il film che stavo cercando. Midstream è in parte uno di questi. Andiamo per grado, secondo la Library of Congress online catalog il film sarebbe conservato per intero presso il CNC (Centre national du cinéma et de l’image animée). In realtà sembrerebbe che non sia proprio così. Il film nasce per essere muto, ma viene poi sonorizzato parzialmente. La scena sonorizzata riguarda vede i due protagonisti a teatro che visionano il Faust di Gounod (foto in basso). Ironia della sorta l’unico frammento noto è proprio questo. Particolarità è che mentre sentiamo l’opera, vengono inquadrati i protagonisti di tanto in tanto che parlano tra loro ma… il loro dialogo non è sonorizzato essendo stato pensato il film come muto. Come potete immaginare questo provoca un certo estraniamento al momento della visione.

Andiamo alla trama: James Stanwood (Ricardo Cortez) noto imprenditore locale, ringiovanisce grazie a seguito di un’operazione in fase sperimentale fatta dal Dr. Nelson (Montagu Love). Inscena quindi la sua morte e si spaccia per suo nipote. Come nelle migliori delle tradizioni incontra una bella giovane, Helene Craig (Claire Windsor), di cui si innamora, dovendo quindi fare i conti con la sua età reale seppur mascherata da quella fisica.

vlcsnap-2018-02-06-15h16m44s579La visione del Faust, che dura quasi 10 minuti, aveva quindi la funzione di creare un parallelismo rispetto la situazione del protagonista, provocandogli una forte emozione. Il film rientra di fatto nel filone fantascientifico perché mostra come attraverso un esperimento scientifico futurista, sia possibile tornare giovani. Diciamo che si tratta di una rivisitazione “scientifica” del Faust stesso, con un Dottore nei panni di Mefistofele. Non possiamo dire molto altro del film se non che questo breve frammento son dovuto andare a ripescarlo nell’ormai esaurita versione Milestone con due dischi del Fantasma dell’Opera di Julian (1925).

Per maggiori informazioni vi rimando alla pagina del film nello splendido sito dedicato a Claire Windsor.

Il mondo di carta di Lotte Reiniger – Aschenputtel (1922)

Recentemente ho potuto assistere ad un incontro organizzato dalla Cineteca di Bologna con Giannalberto Bendazzi, massimo guru della storia del cinema d’animazione mondiale che il nostro Paese ha la fortuna e l’onore di possedere. vlcsnap-2009-10-15-20h56m23s72 Rapita dalle poche ma sagaci parole del pacatissimo maestro, mi sono resa conto di essere totalmente ignorante sul cinema d’animazione muto, tralasciando il gatto Felix, il primo Mickey Mouse con la lingua di fuori e gli occhi allucinati, gli spettacoli di lanterna magica achmed26-bige Théâtre optique, i deliri del cinema futurista e le ombre cinesi di fine Ottocento. Per colmare questa grave lacuna, nei giorni successivi decido di mettermi a consultare Cartoons. Cento anni di cinema The-Groundbreaking-Silhouette-Animations-of-Lotte-Reinigerd’animazione dello stesso Bendazzi, edito nel 1988 da Marsilio (versione meno aggiornata del più recente Animazione. Una storia globale, UTET, 2017). Di un libro o, in questo caso, di una vera e propria enciclopedia, la prima cosa che sono solita a fare é dare una rapida occhiata alle pagine centrali di carta lucida con le illustrazioni esemplificative; due di queste catturano la mia attenzione, cioè fotogrammi tratti da due film di un’animatrice tedesca: Lotte Reiniger (Berlino, 2 giugno 1899- Dettenhausen, 19 giugno 1981).
Immediatamente mi vedo costretta a dover abbandonare per sempre la convinzione che i conigli e i topi antropomorfi di casa Disney siano stati i primi protagonisti del cinema d’animazione mondiale. Con mio grande stupore scopro che la parentesi muta del cinema d’animazione contiene tantissimi nomi (vale la pena citare Winsor McCay, Berthold Barthosch e Kenzō Masaoka), innumerevoli opere e altrettante sperimentazioni; la spiccata curiosità verso la vita di Lotte Reiniger mi porta ad apprendere come il primo vero lungometraggio animato non sia opera di Walt Disney, bensì di questa signorina tedesca il cui, a suo dire, unico talento era quello di ritagliare dettagliatissime silhouettes di cartoncino. Null’altro. E qualcuno potrebbe alzare la mano perplesso e dirmi: “Ok, e quindi cosa ha fatto di tanto speciale?”. Io sono dell’idea che se sei una fan di Paul Wegener (Lo Studente di Praga, 1913 e Il Golem, 1915), assisti a una sua conferenza, ti iscrivi alla scuola di teatro di Max Reinhardt per poterlo conoscere di persona, cerchi di fare colpo ritagliando a tutto spiano silhouettes degli attori che ti circondano, diventi autrice delle didascalie de Il pifferaio magico di Hamelin (Paul Wegener, 1918) e metti in piedi una squadra di professionisti in cui sei l’unica donna in un panorama in cui le donne-regista si contano sulle dita di una mano, forse è il caso di dire che il tuo unico pregio non si riduce al mero “taglio perchè non ho nulla da fare”.

L’esordio ufficiale di Lotte Reiniger all’animazione avviene nel 1919 con L’ornamento del cuore innamorato (Das Ornament des verliebten Herzens) e Der Amor und das standhafte Liebespaar nel 1920. Da qui in poi la Reiniger si dedica alla produzione di trasposizioni di fiabe quali Cenerentola, La Bella Addormentata nel Bosco e La valigia volante per poi realizzare nel 1926 il meraviglioso Die Abenteuer des Prinzen Achmed della durata di poco più di un’ora (ufficialmente il primo lungometraggio animato) e colorato a mano Lotte-Reiniger(l’originale in nitrato risulta disperso) che include elementi della raccolta di novelle Le Mille e una Notte, in particolare estratti da Il Principe Ahmed e la fata Pari-Banu. Il film necessita di circa tre anni di lavorazione e non è molto difficile immaginare come si fosse trattata di un’impresa titanica per l’epoca. Come per tutti i suoi film, la Reiniger adopera un paio di forbicine da ricamo, un grande tavolo di lavoro illuminato dal basso e le sue fedelissime silhouette di cartoncino e piombo letteralmente “smembrate” in più parti per permetterne qualsiasi tipo il movimento. Ovviamente, l’attrezzatura della Reiniger é in realtà molto più complessa di così, perciò, non volendo tediare nessuno con ulteriori spiegazioni tecniche, rimando al libro di Pierre Jouvanceau Il Cinema di silhouette, oppure a un bel video con protagonista una Reiniger che non ci guida, come ci aspetteremmo, nelle sue cucine per spiegarci come preparare un ottimo Apfelstrudel, bensì verso il suo macchinario illuminato e illustrarci passo dopo passo la sua passione di vita.

Una delle fiabe trasposte da Lotte Reiniger é Aschenputtel (Cenerentola) del 1922, uno dei primi esempi del mestiere certosino operato dall’autrice, che porterà avanti fino alla morte: difatti, con l’avvento del sonoro la creatività di Lotte Reiniger trova nell’accompagnamento musicale un incentivo per continuare a raccontare storie fino alla fine degli anni Settanta. E’ bene scordarsi fin dal principio l’insopportabile coppia di topi Giac e Gas, il gatto Lucifero e l’alienante Bibbidi Bobbidi Bu della fata Smemorina che grazie al cielo faranno la loro comparsa solo ventotto anni dopo nella più stucchevole versione di Walt Disney. In questa sede la rappresentazione di Cenerentola é più cupa e agrodolce (in una didascalia appare addirittura il termine “sgualdrina”), mostrata anche sia dai riquadri ritagliati a zig zag che dai contorni spigolosi delle sorellastre e della matrigna, e la trasformazione da serva a principessa per una notte avviene sulla tomba della madre grazie all’aiuto di uno stormo di uccellini. Le didascalie in rima, edite da Humbert Wolfe, ci introducono alla fiaba dei fratelli Grimm: “Un paio di forbici ci raccontano come Cenerentola, vittima di due sorelle e della matrigna, si trasformò in principessa”. Nel quadro successivo una mano umana ritaglia da un pezzetto di carta la figurina di Cenerentola che prende vita e dà inizio alla storia che tutti conosciamo. La maestria di Lotte Reiniger conferisce delicatezza e dolcezza alla fiaba dal finale originariamente piuttosto scabroso (non viene mostrato il momento in cui gli uccellini cavano gli occhi alle sorellastre come tremenda punizione divina, la Reiniger si limita all’ E vissero tutti felici e contenti squarciando in due la silhouette della matrigna); il risultato é quindi una raffinata e pregiata opera d’artigianato che sorprende soprattutto per le fantasiose e innovative transizioni da una scena all’altra. Aschenputtel é la semplice, ma importante premessa di quello che sarà Il Principe Ahmed quattro anni più tardi in cui le soluzioni narrative si fanno più complesse e spettacolari, grazie al sapiente uso di sovrapposizioni, materiali grezzi come la sabbia e la cera, carta e vetri colorati.

Questo è uno di quei pochi casi in cui preferisco non soffermarmi troppo sull’analisi di un film, poichè sono convinta che la fruizione di un film di Lotte Reiniger non porti a farsi troppe domande: é nero su bianco, carta su vetro. Semplice e bellissimo.

Aschenputtel / Lotte Reiniger. – Soggetto: Jacob Grimm, Wilhelm Grimm – Sceneggiatura: Humbert Wolfe – Berlino: Institut für Kulturforschung, 1922. – Lunghezza: metri 374 circa.
Stato: sopravvissuto.

Fonti: Giannalberto Bendazzi, Cartoons. Cento anni di Cinema d’animazione, Marsilio, 1988.
Pierre Jouvanceau, Il Cinema di silhouette, Le Mani, 2004.
Gianni Rondolino, Storia del Cinema d’animazione, Einaudi, 1974.

San Valentino nel cinema muto

febbraio 14, 2018 Lascia un commento
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Fatty and Mabel Adrift (1916)

Agli inizi del ‘900 la festa degli innamorati era sì presente ma non era certo un’ossessione come oggi. Ci siamo così chiesti se potevano esserci dei film dedicati al giorno di San Valentino. Dopo aver contattato alcuni amici abbiamo tirato fuori da imdb questi titoli:

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1900: The Old Maid’s Valentine – George A. Smith
1910: His First Valentine – J. Searle Dawley (*?)
1910: Life in the next century – Gérard Bourgeois (**)
1911: Billy’s Valentine – Adele DeGarde (*?)
1911: Two Valentines – Anonimo (*?)
1912: The Office Favorite – John Halliday & B.F. Zeidman (*?)

legenda:
(*) perduto
(*)? probabilmente perduto
(**) film non edito/reperibile seppur conservato

L’elenco che avete appena visto contiene solo corti, generalmente irreperibili, fatti tra l’inizio del ‘900 e i primi anni ’10. Tra questi segnalo anche Life in the next century, uno di quei film di fantascienza che sto cercando ormai da 4/5 anni. Non sappiamo se la lista sia completa o meno, ma la cosa straordinaria è che il primo film dell’elenco, il più vecchio di tutti, è fortunatamente disponibile in rete.

Il corto dura appena un minuto: troviamo un’anziana signora (Laura Bayley), che attende fiduciosa la sua valentina. Con sua grande soddisfazione una lettera arriva davvero: cosa conterrà? La felicità si trasforma in disappunto, nel biglietto c’è scritto “just like mama“, forse un “ti vedo solo come un amico” ante litteram?

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Come detto non sappiamo se la lista sia completa o meno. Avete suggerimenti? Segnalateceli! Intanto noi vi auguriamo un felice San Valentino con il cinema muto!

Note: L’idea di un articolo su San Valentino nasce da una vera e propria condivisone tra collaboratori del sito: Alessia ha condiviso la gif che trovate in alto a destra, Esse ha proposto di trovare i film ed Erasmo ha tirato fuori l’elenco. Io, come al solito, mi sono limitato alla bassa manovalanza scrivendo l’articolo. Viva il lavoro di squadra!

El automóvil gris – Enrique Rosas (1919)

febbraio 8, 2018 Lascia un commento

el_automovil_gris-269239319-mmedSpinti da spirito pionieristico, io ed Erasmo abbiamo deciso di darci al cinema muto messicano. Perché non scegliere il loro film più importante di quel periodo? Ecco allora che ci siamo indirizzati verso El automóvil gris (1919), che narra la storia vera di una banda che terrorizzò il Messico. Il film uscì come serie in 36 parti, di cui purtroppo non ci è rimasto nulla. La particolarità nella storia di questo film è che ci è giunta in una versione sonorizzata e ridotta negli anni ’30. Una seconda risonorizzazione è stata poi fatta negli anni ’50 e a partire da questa la Cineteca Nacional ha effettuato un restauro nel 2015. Avevo sentito parlare di versioni sonorizzate di film muti, ma non mi era mai capitato di vedere un film muto così vecchio condensato e sonorizzato in maniera posticcia. Il risultato è davvero comico e il taglia e cuci a partire dagli episodi originali forse ancora di più. Ma andiamo con ordine:

Siamo a Città del Messico nel 1915 dove una banda di malviventi, capitanata da Higinio Granda, sta seminando il panico tra i cittadini. Il modus operandi è sempre lo stesso: fingendosi militari in cerca di un pericoloso ricercato, i banditi entrano nelle case di alcuni ricchi possidenti locali e dopo averli minacciati o torturati ne saccheggiano gli averi scappando poi a bordo di una fantomatica automobile grigia.

La storia in teoria non dovrebbe far ridere, per due motivi: prima di tutto si tratta di una storia vera, seppur romanzata e gli avvenimenti narrati non sono certo dei più edificanti. Tanto per capirci passiamo dalle violenze sessuali agli infanticidi. In secondo luogo il finale lascia un po’ spiazzati: allo scopo di mostrare cosa accade a chi infrange la legge ci vengono mostrate le riprese della vera fucilazione della banda. Sì, avete capito bene, al termine del film assisterete ad una vera esecuzione. Nonostante questo finale lasci decisamente spiazzati, è innegabile che il resto del film risulti decisamente comico. Le movenze degli attori, tipiche del muto, con l’aggiunta di dialoghi hanno un effetto estraniante; a volte gli attori parlano senza muovere la bocca, visto che non era prevista giustamente la possibilità di aggiungere dei dialoghi parlati. La domanda sorge spontanea, chi avrà scritto i dialoghi posticci? Sono basati sulle didascalie?

automovilLa condensazione di più episodi in uno ha come strano risultato quello di creare ripetizioni e confusione. Vengono svelati misteri mai presentati, i personaggi compaiono e scompaiono dalla scena senza spiegazioni, alcuni di essi mutano completamente di comportamento da una scena all’altra del film. Ad esempio nella prima parte del film una donna scopre che il suo compagno è un membro della banda e sembra particolarmente colpita in negativo. Nel finale del film torniamo alla coppia e lei pare decisamente condividere lo stile di vita del ragazzo, senza provare alcun rimorso. Sarebbe stato bello vedere il perché di questa trasformazione, ma chi ha montato ha deciso che non era necessario.

Abbiamo ipotizzato che le puntate fossero divise più o meno in questo modo:
-Parte 1) I vari furti e crimini della banda
-Parte 2) Indagini: piuttosto confusionarie, inizialmente condotte solo da un vecchio, precedentemente derubato e torturato dai malviventi, che incontra di continuo i membri della banda casualmente per strada e tenta di arrestarli. Pensavo fosse più grande la capitale del Messico!
-Parte 3) Cattura e fuga ripetuta di alcuni membri della banda. Abbiamo concluso che probabilmente al termine di ogni puntata ne arrestavano uno mentre un altro se lo lasciavano scappare.

Una particolarità decisamente esilerante e caratteristica del film riguarda i cappelli. Per qualche strano motivo i personaggi sono convinti cambiarsi di copricapo li renda automaticamente irriconoscibili. Nella sequenza qui sotto potete vedere il momento in un cui viene suggerito a uno di loro di cambiare cappello prima di un colpo. Cosa cambierà?

Mi ha riportato alla mente un aneddoto raccontato male da un mio amico il quale asserì una roba del tipo “non tutti sanno che, se ti spari, non muori per il colpo, ma per i vestiti che entrati nel corpo si infettano”. Tra le risate generali ci immaginammo un povero disperato che decide di porre fine ai suoi giorni sparandosi un colpo in testa. Bang! Bang! “Perché non muoio? Ah diamine, ho dimenticato la bandana!”. Ecco, qui mi sono immaginato un bandito riconosciuto dalla polizia che fa mente locale: “Perché diavolo mi hanno scoperto, il mio travestimento era perfetto! Un attimo, ora capisco! Non ho cambiato il cappello!”. Ai più sarà invece venuto in mente il “caso” Superman/Clark Kent, capace di diventare irriconoscibile togliendosi gli occhiali (vedi sotto). Questa ipotesi non è affatto campata per aria visto che il terribile Granda riuscirà ad evadere di prigione semplicemente scambiando il suo cappello con quello di un altro detenuto.

Capitolo personaggi: sono troppi e spesso anche simili tra loro (forse per questo funziona il trucco del cappello). Credo che a causa della compressione degli episodi si sia creata una situazione totalmente fuori controllo: i troppi personaggi sono diventati ingestibili e si sono perse sottotrame, eventuali altri arresti o evasioni, tradimenti e cose del genere. Insomma come avrete capito chi ci ha messo le mani non ha fatto proprio un lavorone.

Concludendo, questo film mi ha decisamente divertito, un riso però spezzato dal finale e dal ritorno ad una realtà ormai lontana dalla nostra. Contestualizzando bisogna dire che il Messico attraversava un periodo difficile della sua storia: nel 1910 era scoppiata la rivoluzione contro il dittatore Porfirio Diaz che sarebbe terminata solo nel 1917 con l’emanazione della Costituzione degli Stati Uniti Messicani. La capitale fu quindi oggetto di una serie di scontri e cambi di potere che crearono di fatto l’occasione perfetta per una banda ben organizzata di mettere a ferro e fuoco la città. Nel 1919, quando uscì il film, era quindi necessario mettere in chiaro cosa accadeva a chi andava contro il nuovo stato Messicano. Il racconto della disfatta della banda dell’automobile grigia aveva quindi probabilmente un significato duplice: da una parte un monito, dall’altro l’esaltazione dell’efficenza delle forze dell’ordine locali anche in un momento delicato della storia del paese. Fatte queste premesse non possiamo però piegarci a un relativismo culturale tout court: la visione di una vera fucilazione in un film è decisamente di cattivo gusto, quali che siano i reati commmessi dalle persone giustiziate.

La citazione: “Esta es la casa, cambiate el sombrero!

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