Varieté – Ewald André Dupont (1925)

aprile 23, 2020 Lascia un commento

Varieté-afficheRicordo ancora benissimo quando al Cinema Ritrovato 2015 presentarono in anteprima il restauro di questo film che sarebbe poi stato utilizzato per l’edizione Eureka! Masters of Cinema. All’epoca recensii il film solo per Cinefilia Ritrovata, rimandando a un momento più rilassato l’articolo per questa piattaforma. Scusatemi, qualcuno saprebbe dirmi che anno sia? Ebbene sì, sono passati solo cinque anni per trovare quel momento rilassato per parlare di Varieté, ma il motivo è da ricercare della ricchezza visiva del film che è piuttosto difficile da raccontare e che il vecchio me, povero nella condivisione di screenshots, non avrebbe potuto delineare in maniera corretta. L’occasione per riportare alla mente questo film è venuta attraverso le solite discussioni su kast assieme a Danilo Magno che ci ha portato a vedere in contemporanea l’edizione di cui parlavo sopra, che contiene per altro un accompagnamento musicale piuttosto strano e che avrà un suo spazio apposito in fondo all’articolo. Terminato questo cappello introduttivo partiamo con la trama:

In carcere un uomo viene convocato per una possibile grazia ma deve prima raccontare la su storia. Questi comincia e racconta cosa è accaduto: “Boss” (Emil Jannings) è un ex trapezista di successo che dopo un incidente si è ritirato con la moglie (Maly Delschaft) e gestisce un fatiscente spettacolo itinerante dove ragazze non certo avvenenti si esibiscono in balletti indecenti. Un giorno entra nella sua vita la giovane  Berta-Marie (Lya de Putti), introdotta come una ragazza che porta solo sventura. Ovviamente così sarà: Boss si innamora di lei e lascia moglie, figlio piccolo e spettacolo per riprendere la carriera artistica. Viene notato dal grande trapezista Artinelli (Warwick Ward) che propone ai due di creare un trio. Presto Artinelli inizia a notare Berta-Marie e alla prima occasione abusa di lei. Nell’assurdità di questa tipologia di film, la giovane si innamora quindi di lui e inzia una relazione clandestina. Presto Boss si rende conto del tradimento e uccide in una sfida ai coltelli il rivale in amore per poi costituirsi lasciando nel dolore più profondo Berta-Marie.

Dico solo un nome: Karl Freund. Lo sapete bene che sono appassionato di Horror Universal anni 30/40, quindi questo nome lo associo inevitabilmente alla regia di The Mummy con Boris Karloff (1932) ma a fronte di una carriera registica assai poco produttiva e sconvolgente, Freund è stato probabilmente uno dei più grandi direttori di fotografia del cinema muto e non solo. Der Golem, wie er in die Welt kam (1922), Der letzte Mann (1924) sono solo due tra i tanti film di cui curò la fotografia e che gli valsero infine nel 1955 un Oscar per la Tecnica, non più esistente, per i suo meriti in campo dell’innovazione sul campo. Sono solo dati, ma tra tanti film suoi che ho visto questo Varieté è forse quello che più mi ha colpito.

La trama è di per sé banale ma soprattutto prevedibile perché con Boss in carcere già sappiamo il finale. I personaggi, a loro volta, sono poco approfonditi e non mostrano particolare carattere se si esclude Boss, che deve però un trattamento di favore in virtù di una recitazione a mio parere ottimo di Emil Jannings. Vi potrete quindi chiedere come possa aver apprezzato il film, ma la risposta va ricercata proprio nelle splendide immagini che costituiscono il fulcro della narrazione. Esagerando ma non troppo, potrei postare qualsiasi frame e lasciarvi senza parole per la pulizia dell’immagine, la sua costruzione, i piccoli dettagli che ci sono inseriti e che le rendono davvero incredibili. Il picco è ovviamente raggiunto nelle incredibili scene trapezistiche, ma in generale quando deve raccontare il mondo delle fiere itineranti o dei circhi, questo Varieté riesce a raccontarlo con estrema vividezza in ogni suo aspetto. Anche il gran finale è costruito in maniera incredibile, con continui cambi di inquadrature tra Boss e Artinelli che culmina in un’inquadratura fissa da cui spunta la mano di quest’ultimo con ancora il coltello per poi cadere e lasciare spazio al volto trasfigurato dell’assassino.

Ma, ovviamente non tutto è perfetto e ci sono degli aspetti che non ho apprezzato in questo film. Evidentemente la morale non è più quella di oggi, però mi fa molto male vedere storie in cui una donna subisce violenza da un uomo e poi ne è subito dopo stranamente e perdutamente innamorata. Non è sicuramente un messaggio edificante e allo stesso modo il finale mi ha lasciato perplesso perché lascia quasi presagire che in fondo è stato buttato dentro a quella vicenda per la tentazione di una donna tentatrice e che non era poi tanto diverso da un delitto d’onore. Come, spero, per la maggioranza di voi non posso che trovarmi nel contrasto più assoluto con un messaggio del genere. Le vicende, bisogna dire, non sono originali e si ispirano al romanzo Der Eid des Stephan Huller di Felix Hollaender che aveva avuto una omonima trasposizione nel 1921 con regia di Reinhard Bruck.

Ve lo avevo promesso, la nota un po’ strana è data dalla colonna sonora scelta per la versione Masters of Cinema che inizialmente mi ha lasciato senza parole in positivo per poi farlo in negativo e infine mi ha lasciato piuttosto indifferente quando mi sono abituato. Dove immaginare una sorta di organetto/fisarmonica di fondo con una voce che canta/declama di continuo ciò che i personaggi provano in quel momento, facendo anche anticipazioni, o ripetendo di continuo le frasi “variety”, nome inglese del film, o “jealousy”. Non è tanto questo ad avermi dato fastidio quanto la ripetitività delle melodie, che erano praticamente sempre le medesime ripetute con queste espedienti del parlato. Credo sia stata un’occasione mancata da parte del compositore, Martyn Jaques. Fortunatamente si può scegliere anche il sonoro a cura di Stephen Horne o addirittura una terza di Johannes Contag.

Ultimo punto, prima dei saluti, è un ringraziamento di cuore al Friedrich Wilhelm Murnau Stiftung che ha confezionato questo splendido restauro con il Filmarchiv Austriaco di Vienna. Poter rivedere questo film in queste condizioni è davvero incredibile e non posso che invitarvi a recuperarlo mettendo mano al portafogli ma con la certezza di avere in mano una perla incredibile in doppio formato, DVD+Bluray con un booklet e tanti contenuti speciali.

Davvero un’ultima cosa: giuro che questa è l’ultima recensione con così tante immagini!

Napoli che canta – Roberto Roberti (1926)

aprile 16, 2020 Lascia un commento

napolicantaChi mi segue sa quanto ami le “sinfonie della città” del muto, che riescono a regalare un affresco di tante belle città principalmente nel corso degli anni ’20. Con Napoli che canta troviamo qualcosa di doppiamente interessante perché ritroviamo Napoli e dintorni del 1926 accompagnata da alcune canzoni popolari citate a volte direttamente come ad indicare a chi di dovere di eseguirle o magari, successivamente, di inserirle nella pellicola. Abbiamo quindi classici come “‘o sole mio“, e altre canzoni più o meno note come “sotto ‘e cancelle” o “Serenatella a mare“.

Partiamo dalla regia, quel nome Roberto Roberti potrebbe non dirvi molto, ma Bob Robertson vi ricorda qualcosa? Ebbene sì, il “Roberti” altri non era che il nome d’arte di Vincenzo Leone, regista e padre dell’ormai più noto Sergio che firmò con quello pseudonimo inglesizzato il suo arcinoto Per un pugno di dollari. Napoli che canta è il primo film del Roberti che vedo, quindi non ho ben chiara la sua produzione né quanto di essa sia effettivamente sopravvissuta e sicuramente la componente documentaristica lascia poco spazio ad un’analisi del genere. Interessante però vedere nei cartelli iniziali come la regia sia indicata con la frase “impressioni ed espressioni cinematografiche di…” con il seguente “fotografie di Carlo Montuori” quasi ad indicare che gli autori volessero mostrare scorci momentanei e quasi statici della napolitaneità.

Questo corto è diviso in parti e scenette, più o meno riuscite, di cui la peggiore è sicuramente costituita da una coppia di una certa età che festeggia la propria unione con presunte gag. Il finale è dimostrazione che sicuramente vi era in mente un pubblico d’oltreoceano, del resto la copia restaurata è bilingue, perché si parla dei napoletani che emigrano e si racconta il loro dolore nel partire e quello dei loro familiari. Il film, insomma, imprime momenti di vita quotidiana ma anche di festa con tanto di esecuzione dal vivo del Maestro Raffaele Caravaglios che pur nato in Sicilia passò parte della sua vita e morì proprio a Napoli dove fu molto amato.

Questo legame tra Sicilia e Napoli viene cementato dalla presenza di Giuni Russo, autrice della colonna sonora di accompagnamento alla versione restaurata del film che venne commissionata dalla George Eastman House per volere di Cherchi Usai. Sì, proprio quella Giuni Russo che ricorderete tutti per la hit “un’estate al mare” figlia di una lunga collaborazione con Franco Battiato, è stata una grande sperimentatrice e dotata musicista che ha saputo dare voce a tante culture diverse e farle sue. Durante la consueta visione a distanza con Danilo Magno, a fronte di un film non sempre all’altezza, siamo rimasti veramente colpiti dalla musica, curatissima e che ha saputo dare luce alle doti canore dell’artista. Giuni Russo morì nel 2004, pochi mesi dopo l’uscita in cd e dvd+film di Napoli che canta, dando come lascito un’opera poco nota ma davvero straordinaria. Quella che sentirete qualora voleste recuperare il film o recuperare il disco su spotify o in formato fisico, dovrebbe essere la registrazione dell’ottobre 2003 presso il Teatro Zancanaro di Sacile (ad un certo punto si sentono degli applausi) ma ho l’impressione che in parte sia stato inciso in studio.  Vi lascio un piccolo estratto in cui una versione studio di A cchiu bella viene cantata da Giuni Russo con alternate immagini del film.

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Immagine in alto a destra tratta dalla pagina twitter del Nitrate Picture Show

Tonka La Forca (Tonka Šibenice) – Karl Anton (1930)

tonkaDurante il nostro lungo viaggio nel cinema muto ceco abbiamo visto come vi fosse un filone piuttosto corposo dedicato alle storie degli ultimi e ai loro terribili drammi. Spesso e volentieri i protagonisti sono personaggi che vengono dalla campagna e si ritrovano a dover fare i conti con la dura vita di città restando intrappolati nei vizi e nella disperazione. Questo è quello che capita anche nello splendido Tonka Šibenice di Karl Anton, considerato il primo film sonoro ceco per la presenza, come in The Jazz Singer, di un paio di scene parlate e di una colonna sonora registrata per l’occasione. Protagonista è la splendida attrice slovena Ita Rina che mostra qui anche discrete doti recitative. Come al solito partiamo dalla trama per poi fare una breve analisi:

La giovane Tonka (Ita Rina) torna al suo villaggio natio dopo tanto tempo con sua madre (Vera Baranovskaja) e l’amico d’infanzia Jan (Jack Mylong-Münz) sembra ritrovare la pace perduta. Ella infatti lavora come prostituta in un bordello ma non ama il suo lavoro e vorrebbe starne lontano il più possibile. Durante il soggiorno nel suo villaggio si avvicina sempre più a Jan ma quando lui le chiede la mano, lei, sentendosi indegna per il proprio mestiere, fugge senza dare spiegazioni. Tornata a Praga, Tonka torna al bordello in cui lavora sempre più triste e incapace di sopportare la sua professione. Una sera dei poliziotti entrano nel locale e chiedono se una delle ragazze ha voglia di fare compagnia a un uomo che sta per essere impiccato (Josef Rovenský). Tra la sorpresa generale è proprio Tonka ad accettare e viene così portata dal condannato a morte. Qui, invece di trovare un uomo burbero e desideroso di sesso, la giovane trova un uomo distrutto che ha necessità di compagnia e consolazione. Nonostante nulla sia successo in quel carcere, al suo ritorno Tonka viene maltrattata da compagne e clienti e inizia a essere soprannominata con nomignoli come “Tonka la Forca” o “La Vedova dell’Impiccato”. La sua nomea diventa così grande che la sua protettrice (Antonie Nedošinská) è costretta a licenziarla e Tonka si ritrova per strada. Qui reincontra casualmente Jan e, ormai lontana dal suo lavoro, decide di accettare la sua proposta di matrimonio. Ma il passato della giovane torna prepotente: il giorno delle nozze un cliente del bordello (Jindrich Plachta) conosce Jan e gli racconta la storia di Tonka. Lui la ripudia e lei fugge terrorizzata lasciando la madre svenuta per l’orrore e il disonore. Tornata a Praga, la giovane vaga per la città in un vortice senza via di uscita che terminerà una triste notte quando, incontrato nuovamente Jan, finirà investita da un cavallo durante una fuga…

Questo film andrebbe raccontato per immagini ancora più che tramite parole, per questo ho deciso di riempire questo articolo di stralci del film. La fotografia è curatissima così come la costruzione delle immagini ed è straordinario vedere come si passi da regimi stilistici diversi alternando momenti di estremo realismo ad altri molto espressionistici come nella scena del carcere. Ma partiamo dall’inizio con la splendida scena del treno, che viene presentato partendo prima dagli elementi che caratterizzato la stazione, con la campanella che annuncia l’arrivo del treno, i binari e poi con dettagli della locomotiva per presentare solo all’ultimo tutto il mezzo e permettendo, infine, il lettore di entrare dentro di esso.

Qui veniamo rapiti dalle immagini dei locali, quasi tutti anziani, che interagiscono con la bella protagonista e si stupiscono di quanto lei sia diversa da loro sia per età che per costumi. Truccata e vestita di tutto punto, infatti, risulta quasi un elemento alieno rispetto al villaggio da cui proviene. Tonka Šibenice ha spazio anche per la descrizione dei costumi locali con immagini di festa ma anche scene della vita di tutti i giorni tra pascoli e suonate in compagnia.

Passiamo ora alle scene più forti: nel bordello i poliziotti cercano una ragazza che voglia fare compagnia al condannato a morte. La telecamera passa in rassegna tutte le giovani ma nessuna si fa avanti, anzi fanno un passo indietro appena sentono la notizia. Unica ad essere rimasta al centro della stanza è proprio Tonka che alza lo sguardo e fa cenno di essere disposta ad andare in carcere.

Arrivata nel carcere ecco la scena più espressionista del film: Tonka è spaventata e l’uomo si avvicina a lei con fare minaccioso. Eppure accade qualcosa di straordinario perché l’ombra proietta inizialmente una figura ben maggiore di quella che rappresenta nella realtà l’uomo e anche le sue intenzioni sono nella realtà molto meno malvagie di quanto lei possa immaginare. Il linguaggio del corpo nell’immagine finale è chiaro: se lei vuole può anche andare via.

Qui c’è un’alternanza bellissima che notavamo con Danilo durante la visione. Tonka e il condannato sono in basso e ripresi dall’alto, mentre le guardie sono riprese dal basso e stanno in piedi. Probabilmente ha un significato simbolico particolare, ma in generale quello che ho notato rispetto a grandi drammi svedesi, ad esempio, è che manca completamente il giudizio: mentre in alcuni film il solo fatto di aver peccato è una giustificazione per la morte finale, qui i personaggi sembrano vittime di un destino avverso. Non sappiamo perché Tonka ha deciso di fare la prostituta e non la vediamo mai consumare con clienti. Il condannato non è noto per quale motivo è in carcere e in questa scena specifica, in tutto il suo dolore, mostra soltanto una grande umanità ricambiata da Tonka. Tra ultimi ci si capisce.

Altra bella scena è quella del matrimonio con Jan che viene a conoscenza della storia di Tonka dal venditore ambulante e torna a casa dove la ragazza e la madre lo aspettano felici. Si consuma il dramma e la mamma getta via la sciarpa che Tonka le aveva regalato con i soldi della prostituzione.

Avviciniamoci ora al finale: Tonka vive ormai per strada e pur di raccattare da bere è disposta a raccontare qualsiasi cosa e romanza la storia della sua nottata con l’impiccato. Nella birreria c’è però Jan la ragazza fugge, recupera il vestito (da notare nell’ebbrezza emotiva la visione multipla di esso) ma viene investita da un cavallo.

Tra le braccia di Jan inizia a sognare la sua vita possibile da sposata e ma muore tra le braccia dell’amato che cammina in processione assieme agli ultimi che avevano accompagnato la sua esistenza.

Sicuramente è una recensione diversa dalle altre ma è proprio il film, per tanti motivi, ad essere diverso e meritare un trattamento del genere anche per via dello splendido stato della versione che ho potuto visionare. Su internet troverete sicuramente delle versioni che sono riversamenti di una trasmissione televisiva del film. La qualità delle immagini non è il massimo ma vi invito comunque a vederlo se potete.

Wara Wara – José María Velasco Maidana (1930)

wara_wara-157076166-largeIl caro vecchio E Muto Fu è fatto di tante contraddizioni ed eccentricità. Abbiamo quasi tutta la produzione cinematografica ceca recensita ma neanche un film di Chaplin e cerchiamo sempre di scovare filmografie periferiche e nascoste tralasciando tantissimi grandi classici. Da tempo immemore, ormai, mi ripromettevo di visionare e recensire il cardine della produzione muta boliviana, l’ormai per me mitico Wara Wara, ma aspettavo il momento propizio. La quarantena forzata è stata la molla per spingermi a vederlo con la compagnia virtuale di Danilo Magno con cui sto condividendo tantissime visioni interessanti in questo periodo. Che dire di questo film? Prima di tutto un nome: José María Velasco Maidana un artista davvero poliedrico che con la sua passione ha messo su un film che sicuramente non lascia indifferenti. Compositore, pittore, ballerino, direttore d’orchestra e regista. A ulteriore dimostrazione della sua versatilità in Wara Wara non solo dirige dirige ma recita e cura la musica, la produzione e in parte anche fotografia e sceneggiatura, quest’ultima basata su “la voz de la quena” opera teatrale di Antonio Diaz Villamil. Ma fare tante cose non vuol dire per forza saperle fare bene e le conclusioni le trarremo a breve, andiamo prima a riassumere brevemente la trama:

Il film riprende un po’ le tematiche stile Pocahontas: siamo intorno al 1530 quando l’ultimo sovrano Inca Atahualpa viene catturato dai conquistadores. Le comunità locali cercano di raccogliere l’oro necessario per riscattare il loro sovrano ma i conquistadores mostrano tutta la loro malvagità uccidendo anzitempo il sovrano e massacrando i locali. A farne le spese sono anche i famigliari della principessa Wara Wara (Juanita Taillansier), unica che riesce a sopravvivere nella città di Hatun Colla grazie all’aiuto dello stregone Arawicu (Damaso Delgado) e del sommo sacerdote Huillac Huma (Arturo Borda). Passa un anno durante il quale i locali cercano di riorganizzandosi attorno alla principessa vivendo come possibile. Il giorno della cerimonia dedicata a Inti Raymi, Wara Wara viene intercettata da un gruppo di conquistadores che cercano di violentarla. Interviene in difesa della ragazza il capitano Tristan de la Vega Florida (José María Velasco Maidana) che viene però ferito gravemente. La principessa riesce a farlo portare nella sua dimora e durante la convalescenza di quest’ultimo i due si innamorano. La loro unione non sembra però destinata a durare: Wara Wara non vuole sposare un uomo che rappresenta la distruzione della sua genia e Tristan deve far ritorno dalla sua gente. I due si allontanano e, sulla via del ritorno, il giovane incontra il suo aiutante Barbolin Gordillo (Emmo Reyes) che si offre di portare la ragazza da lui (rapendola, ma sono dettagli). Mentre Tristan e Wara Wara stanno parlando affettuosamente, vengono scoperti dagli Inca che li portano davanti al sommo sacerdote. Il conquistadores non era infatti stato ucciso perché la Principessa aveva fatto promettere ai suoi di non torcergli un capello finché non fosse guarito: sciolta la promessa i suoi si erano fatti avanti e avevano catturato lei come traditrice in quanto in combutta con il nemico. I due vengono gettati in una fossa senza cibo e acqua ma vengono salvati da Arawicu. Nel finale i conquistadores, guidati da Tristan, uccidono tutti gli Inca rimasti e i due giovani coronano il loro sogno d’amore.

Il finale mi ha lasciato molto perplesso perché fino a quel momento sembrava un film “pro-nativi” che denunciava le nefandezze dei conquistadores, che colpiscono a tradimento, trucidano senza motivo, stuprano e così via, e invece poi sembra che l’uccisione finale degli Inca rimasti in vita non sia solo l’unica possibilità percorribile ma addirittura la cosa giusta. I personaggi del film, primo tra tutti proprio Wara Wara, sono totalmente privi di spessore e purtroppo non lasciano il segno nel corso della visione. Quello che colpisce però, è l’estrema cura nell’immagine, specie in quelle esterne con riprese fatte al tramonto davvero molto evocative. C’è anche una particolare attenzione ai primi piani per tutto il film che mostra una cura per la composizione e un’attenzione al dettaglio che non mi sarei mai aspettato in un film sud americano. Questo è però forse l’unico elemento positivo di tutto il film. José María Velasco Maidana era probabilmente un cinefilo onnivoro e ha provato a mettere dentro al film tutto quello che gli piaceva: si passa da elementi tipici dell’espressionismo tedesco, a corse in stile slapstick totalmente prive di logica quando entra in scena Barbolin Gordillo, abbiamo scene tipiche dei western con inseguimenti a cavallo a guasconate in stile Fairbanks.

Ho selezionato, nlele immagini, alcune delle carattersitiche principali del film come i primi piani, le “inquadrature paesagistiche” e le scene di massa tra western e I Tre Moschettieri (sotto) in modo tale da darvi un’idea di quello che intendevo.

Per dirla alla romagnola, Wara Wara è un paciugo davvero buffo ma indigesto che crea uno spaesamento nello spettatore che si ritrova a dover gestire generi diversi in contrasto tra loro ma soprattutto con lo svolgimento delle vicende. Ad un certo punto c’è anche un timido accenno alla religiosità che viene subito però ricacciato via lasciando il dubbio di una possibile conversione al cristianesimo di Wara Wara. Tutti questi elementi, uniti a personaggi piatti, fanno di Wara Wara una sorta di enorme colossal amatoriale, perché per quanto José María Velasco Maidana ci metta impegno e avesse già girato qualche corto, la sua inesperienza si vede tutta. Nota a margine per la musica, composta dallo stesso José María Velasco Maidana e davvero particolare per alternanza di sonorità tipica locali con melodie flautistiche a tratti quasi indigeste per un pubblico non educato, e melodie decisamente più classiche. Anche qui, però, si avverte una certa schizzofrenia nel voler alternare temi musicali decisamente diversi tra loro e non sempre affini. Il film era stato a lungo ritenuto perduto ma è stato recuperato grazie a una donazione degli eredi Velasco alla Cineteca Boliviana. I negativi originali sono poi stati egregiamenterestaurati dall’Immagine Ritrovata di Bologna che hanno donato una pulizia delle immagini davvero incredibile.

Il film, purtroppo, non è disponibile in formato Home Video ma è facilmente reperibile sul web.

The Vortex – Adrian Brunel (1928)

the-vortexNel 1924 Noël Coward metteva in scena per la prima volta la storia struggente di un uomo che cadeva nel vortice della dipendenza da cocaina. Si tratta di una vicenda forte, ambientata subito dopo la Prima Guerra Mondiale e che racconta dei vizi della alta borghesia di fronte a un clima finalmente privo di preoccupazioni belliche. Visto il successo che lo spettacolo ebbe, i Gainsborough Studios comprarono i diritti e puntarono forte sul prodotto scritturando Ivor Novello nel ruolo di protagonista e mettendo Eliot Stannard, uno dei loro migliori sceneggiatori che stava lavorando anche al fianco di Hitchcock in quegli anni, a lavorare sulla trasposizione.

Nicky Lancaster (Ivor Novello) è un abile pianista e compositore che si innamora di una giovane giornalista, Bunty Mainwaring (Frances Doble). La madre di Nicky, Florence (Willette Kershaw), è una donna tutto pepe che vuole scrollarsi di dosso gli anni della guerra spendendo soldi in arredamenti alla moda per la casa, vestendosi in maniera giovanile e comprandosi la compagnia di uomini giovani e prestanti. L’ultimo di questi, di cui lei si invaghisce è Tom Veryan (Alan Hollis). Il caso vorrà che Bunty e Tom erano stati fidanzati, arrivando quasi a sposarsi, e mentre i due frequentano le nuove fiamme hanno un riavvicinamento. Roso dalla gelosia, Nicky si rifugia nella cocaina, mentre Florence ha un terribile attacco di gelosia svergognandosi in pubblico e mostrando la vera natura dei rapporti extraconiugali che portava avanti. Nel finale Nicky rivela alla madre la sua dipendenza e lei gli strappa la promessa di smettere in cambio di una ritrovata morigeratezza. Proprio Florence chiederà a Bunty di perdonarla per averla accusata, ingiustamente, di aver tradito il figlio e gli chiederà di tornare da lui.

Quest’ultima parte non mi pare fosse presente nell’opera finale di Conward, ma probabilmente è stata aggiunta per addolcire il finale che era comunque struggente, seppur per certi versi lieto. Nonostante in teoria le vicende possano sembrare avvincenti, la realtà dei fatti rivela una certa inconsistenza nello svolgimento e un’attenzione piuttosto scadente ai dettagli. Si perde più tempo nella premessa che nel descrivere in maniera ricercata il declino del protagonista che a volte sembra quasi passare in secondo piano trascinato dalle vicende e incapace di incidere su di esse. Anche la vicenda legata alla dipendenza, ovviamente anche perché era un argomento scomodo, viene lasciata intendere attraverso l’uso di una scatolina che non viene però mai realmente utilizzata.

Vedere la stessa sera questo film e Blind Husbands ha sicuramente fatto un torto a The Vortex, però quest’ultimo ha decisamente deluso le mie aspettative visto il cast e le premesse del soggetto. L’ho trovato anonimo e poco incisivo quando avrei sperato in qualcosa di più.

Mariti Ciechi (Blind Husbands) – Erich Von Stroheim (1919)

Sapete il mio folle amore per Erich Von Stroheim e la conseguente ritrosia a parlarne ma questi giorni di coronavirus mi hanno portato, come sapete, a dare vita ad un progetto che permette la visione di film su Kast (cliccate qui se volete entrare nel gruppo) e uno dei film visti con i diritti scaduto è stato proprio Blind Husbands, la prima opera del regista e attore tedesco. Ma andiamo prima alla trama:

Nella bella Cortina d’Ampezzo giungono quasi in contemporanea il Tenente Erich von Steuben (Erich von Stroheim) e il Dottor Armstrong (Sam de Grasse) con la moglie Margaret (Francelia Billington). La loro relazione non va benissimo e lei. pur essendo ancora innamorata. viene quasi ignorata dal marito. Notata questa cosa, von Steuben, Don Giovanni senza scrupoli, cerca di intrufolarsi nella coppia per portarsi a letto la ragazza. A vigilare sulla situazione c’è però un vecchio amico del Signor Armstrong, il taciturno Sepp (Gibson Gowland) assieme al suo cagnolone. La situazione diventa sempre più critica: Il Dottor Armstrong è costretto a partire per andare a salvare degli sconsiderati che hanno osato sfidare le vette da passaggi non battuti. Il Tenente, allora, rinnova il vigore delle sue avance arrivando quasi a far cedere la ragazza. Quando la spedizione di salvataggio torna, accompagnata da campane a morto, Margaret teme che sia capitato qualcosa a suo marito e sviene. Il giorno dopo Armstrong parte con moglie, Sepp e von Steuben verso un rifugio da cui poi il Dottore e il Tenente partiranno per conqusitare la vetta. Da qui partiranno una serie di equivoci orchestrati magistralmente dal regista che renderanno incerto lo spettatore sull’effettivo consumo o meno del tradimento. Nel finale i fili del destino porteranno i malvagi verso la pena meritata e i giusti verso la riconciliazione.

La cosa che mi ha sempre stupito è l’attenzione alla fotografia e ai dettagli nella costruzione delle scene che Von Stroheim, forse facendo sue le nozioni apprese da Griffith e dagli altri registi con cui aveva lavorato prima, mostra di avere in un’opera prima. La fotografia è curata da Ben F. Reynolds, che aveva già iniziato la sua collaborazione con John Ford e stava per far partire quella fruttuosissima proprio con Von Stroheim. Riguardo la vicenda, scritta dallo stesso Stroheim, ritroviamo alcuni elementi ricorrenti della sua produzione come la presenza di un uomo vizioso e senza scrupoli, di una donna combattuta e tentata dal peccato e di un elemento naturale visto come metafora del bene e del male. Un altro elemento decisamente caratteristico è quello di dare continuamenti indizi su quale sarà l’esito della vicenda che, puntalmente, si avvera. Se avete letto Paprika sapete di cosa parlo, qui sappiamo già la fine che farà il tenente von Steuben già prima che la scalata sia iniziata. Ma torniamo alle immagini che, più che descrivervele, preferisco farvi direttamente vedere. Nella prima vediamo una splendida inquadratura allo specchio (sappiamo bene quanto siano difficili, quindi chissà se vi era realmente uno specchio o se si tratta di una controfigura di spalle che crea il finto effetto riflesso), dove vediamo prima Margaret a fuoco che guarda il marito, successiva sfocatura di lei e messa a fuoco del Dr. Armstrong ad indicare che si tratta del pensiero della ragazza. Il medico viene sostituito da una coppia felice, ovvero ciò a cui Margaret aspira per la sua relazione. Si torna poi alla dura realtà quando la giovane ritorna a fuoco e si mostra disperata. Mi ha colpito molto anche la scena dell’incubo, in cui il sospetto di Armstrong e i sogni della moglie si mescolano rendendo equivoca la possibile presa di coscienza da parte dell’uomo di quanto sta accadendo.

Nel gruppo di immagini qui sopra ho invece scelto di mettere in risalto il ruolo della lettera e del non compreso: dai gesti di lei e quelli di lui, infatti, si capisce esattamente il contrario di quanto realmente è successo e siamo convinti che Margaret abbia invitato il Tenente ad andare da lei durante la notte. Solo alla fine, quando Armstrong legge la lettera, scopriremo che le cose sono andate in maniera esattamente opposta.

Concludo con il gruppo di immagini qui sotto che ho scelto di inserire nella classica griglia dei terzi che dovrebbe guidare le inquadrature. Von Stroheim teneva tantissimo a costruire scene armoniche e ragionate ma qui si trova di fronte a un dubbio: fare una scena ad effetto con girato di carrozza in corsa a bordo di un’altra carrozza in movimento (suppongo io) o dare vita ad un’inquadratura perfetta? Ha optato la prima opzione e infatti potete osservare come nel giro di pochi frame cambi completamente la composizione.

Sebbene sia il primo film di Erich Von Stroheim, questo Blind Husbands è forse il film più lineare della sua produzione ma, al contempo, contiene già il seme di quelli che sono gli elementi caratterizzanti della sua produzione. Se potete, insomma, visto anche che è facilmente reperibile online, vi consiglio di recuperarlo e vederlo e magari acquistarlo in DVD qualora vi dovesse piacere particolarmente.

Il padrone delle ferriere – Eugenio Perego (1919)

Quale miglior ritorno al cinema muto se non con un film con una delle grandi dive? Oggi ci occupiamo de Il padrone delle ferriere di Eugenio Perego (1919) tratto dal romanzo di fine ottocento Le Maitre des Forges di Georges Ohnet. Si tratta di un melodramma ad ambientazione borghese, quindi un pane decisamente ben gradito agli spettatori italiani dell’epoca che amavano il genere e lo dimostravano riempendo le sale all’uscita delle varie proposte.

La storia è piuttosto complessa e la possiamo riassumere brevemente come segue:

Il Marchese de Beaulieu è un nobile ormai decaduto e pieno di debiti. Distrutto per quanto sta accadendo l’uomo ha un infarto e lascia i figli Clara (Pina Menichelli) e Ottavio senza nulla. Clara sta avendo una relazione con il Duca Gastone di Bligny (Luigi Serventi) perché spera di ottenere un salto importante in società ma alla morte del padre e con il collasso economico viene lasciata per Atenaide Moulinet (Lina Millefleurs), figlia del re del cacao e il cui padre è capace di compensare le copiose perdite economiche di Gastone al gioco. A Clara non resta che sposare per ripicca il buon Filippo Derblay (Amleto Novelli) che da tempo la ama e non si accorge di essere solo un ripiego. Lo scoprirà, però, il giorno del matrimonio e interromperà, esclusi gli eventi pubblici, ogni rapporto con lei. Nel corso del tempo Clara inizierà ad amare realmente Filippo, pur non riuscendo a dichiararsi. Gastone, nel frattempo, comprende di amare a sua volta Clara e cerca di dichiararsi a lei e di approfittare dell’assenza di Filippo. Questa situazione intricata terminerà in una sfida a duello tra Filippo e Gastone che si concluderà con l’intervento di Clara stessa che si lancia in difesa del suo sposo ferendosi fortunatamente solo ad una mano.  A queste vicende si intreccia la storia d‘amore tra Ottavio e la sorellina di Filippo (Myriam De Gaudi), unione che vede prima l’opposizione di quest’ultimo che crede in un nuovo inganno, ma che poi riesce a concretizzarsi unendo più che mai le famiglie de Beaulieu e Derblay.

Il film aveva già avuto una trasposizione francese nel 1912 con regia di Henri Pouctal che purtroppo non sono riuscito a visionare. Devo dire che nonostante il melodramma non sia esattamente il mio genere preferito ho trovato Il padrone delle ferriere piuttosto piacevole anche perché si è trattato del mio ritorno alla visione di un film muto dopo tanto tempo. In tempi duri son riuscito a ritrovare conforto nella familiarità e non è certo cosa da poco. Devo dire che sono rimasto anche sorpreso per il lieto fine: mi sarei aspettato che Clara morisse per punizione ai peccati commessi come spesso capitava, oppure che fosse il buon Filippo a lasciarci le penne! A parte le scemate, complice forse la lunga sosta, devo dire che ho apprezzato la discreta varietà di ambientazioni, la recitazione e anche il modo in cui la vicenda viene sviluppata con le giuste tempistiche e mantenendo sempre un certo ritmo nello svolgimento pur con i dovuti limiti dovuti al genere.

Il film è visionabile nella pagina vimeo della cineteca e vi invito davvero a spulciarla per approffitare di questi giorni di ritiro forzato.

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Ménilmontant – Dimitri Kirsanoff (1926)

novembre 21, 2019 Lascia un commento

Ménilmontant (1926) di Dimitri Kirsanoff è un piccolo capolavoro dell’impressionismo francese che ha il merito di coniugare una tecnica sperimentale di montaggio e di ripresa (è uno dei primi film che fa uso della doppia esposizione) con una forte tensione verso l’umano.

Sibirskaia

Il film si apre con il brutale assassinio dei genitori delle due protagoniste, che sono così costrette a trasferirsi in città in cerca di lavoro. Lì finiscono nelle mani di un seduttore senza scrupoli che ne metterà incinta una e farà prostituire l’altra. Con un movimento circolare, l’ultima scena mostra l’assassinio dell’uomo per mano di una prostituta.

Ménilmontant è un film all’insegna dell’instabilità, del mutamento e al contempo della stasi, del ritorno dell’uguale. Molti elementi si ripresentano simbolicamente lungo tutta la pellicola, a partire dagli orologi e dai calendari, che ricordano uno scorrere del tempo non quantificabile né intelligibile ma pervasivo. Un tempo spietato che si presenta subito attraverso le inquadrature delle tombe dei genitori delle ragazze: una serie di dissolvenze ci mostra la decomposizione delle loro sepolture e il ritorno ad una terra nuda che non porta più traccia della lapide e dei nomi.

Spesso la durezza della realtà temporale si apre a spiragli onirici, come nel caso dei tre sogni ad occhi aperti presenti nel film. Uno in particolare colpisce per la sua arditezza: una delle due sorelle immagina l’altra mentre si concede, e le inquadrature di particolari del suo corpo nudo si scontrano con il montaggio violento e le riprese con macchina a mano della città, nell’unico istante in cui si giunge a una comunione ideale e vitalistica con il mondo esterno. Parigi infatti, con il quartiere proletario di Ménilmontant, è la coprotagonista minacciosa del film, con una Senna pronta a inghiottire come una voragine gli abitanti, e che si sostituisce al fiume sereno dell’infanzia in campagna delle due sorelle. A dare l’impressione di smarrimento nella frenesia della vita cittadina è anche l’indecisione di movimento e di azione che caratterizza una delle due ragazze, interpretata in modo indimenticabile da Nadia Sibirskaïa, moglie del regista. I suoi primi piani e la sua espressività ricordano moltissimo Lillian Gish in Broken Blossoms di Griffith.

Per tutto il film non viene mai meno il coinvolgimento emotivo dello spettatore, grazie anche a un’immagine ridotta all’essenziale e all’eliminazione totale del supporto esplicativo delle didascalie, che favorisce un’immediatezza ereditata dal Kammerspielfilm.

Ménilmontant dura solo 37 minuti e si trova su YouTube con due diverse sonorizzazioni.

 

Pêcheur d’Islande – Jacques de Baroncelli (1924)

ottobre 17, 2019 Lascia un commento

cofAl Cinema Ritrovato è stato proiettato uno dei miei film preferiti, Finis terrae, ambientato in una delle mie terre di origine. Ovviamente su queste pagine già avevo parlato del film, ma oggi abbiamo occasione di tornare finalmente nelle terre di Bretagna con Pêcheur d’Islande, un film di cui purtroppo ci è rimasto solo qualche minuto ma che lascia comunque trasparire gli splendidi paesaggi locali in tutto il loro splendore. La storia prende origine dal romanzo omonimo di Pierre Loti (1886) che già aveva avuto una prima trasposizione nel 1915 con regia di Henri Pouctal, versione cinematografica purtroppo perduta. Il successo della storia porterà a nuove versioni con l’avvento del sonoro prima la cinema (1933 e 1959) e poi in televisione con un telefilm del 1996.

Le vicende ruotano tutte intorno alla storia d’amore tra Yann Gaos (Charles Vanel), marinaio che ogni anno parte per la pesca grande in Islanda, e Gaud Mével (Sandra Milovanoff), figlia di un bretone arricchitosi a Parigi e poi tornato in patria. Nel frammento sopravvissuto Yann è molto dubbioso riguardo il suo fidanzamento con Gaud, probabilmente perché ogni anno si ritrova a dover stare lontano diversi mesi. Secondo quando raccontato nel romanzo i due, qualche anno dopo, riusciranno finalmente a parlarsi e sposarsi poco prima della partenza di Yann per l’Islanda. Peccato che la nave del protagonista non farà più ritorno, lasciando nella disperazione la povera Gaud.

Il film è rappresentativo del filone Bretagna e cinema in cui l’oceano e la natura in generale colpiscono con tutta la loro forza e imprevedibilità le vicende umane. L’oceano dà e l’oceano toglie, così come ogni anno aveva dato la felicità a Gaud nel rivedere l’uomo che amava, allo stesso tempo, quando finalmente l’amore aveva trionfato, essa si riprende tutto lasciando un vuoto incolmabile.

Questo dramma mi fa venire in mente una canzone dei Tri Yann che si chiama Franzosig in cui una giovane donna aspetta invano il ritorno del marito tornato in guerra e considerato perduto e decide allora di risposarsi. Il giorno del matrimonio…

Na pa oa tud an eured diouzh an taol o koanio,
N’em gavas ur martolod ’ban ti a c’houl’ lojo :
“Bonjour d’oc’h matez vihan, na c’hwi lojefe ?
Me ’zo martolod yaouank ’tistreiñ eus an arme”.

Quando gli invitati mangiavano al banchetto,
un marinaio chiese di poter essere ospitato:
“Buongiorno a lei signora, mi ospiterebbe?
Sono un giovane marinaio che torna dalla guerra”.

Anche qui ritroviamo il dramma di un uomo che torna dalla guerra e al contrario di quanto accaduto ad Ulisse con Penelope trova la moglie sposata con un altro. Chissà che non sia capitato lo stesso al giovane Yann che salvatosi in maniera rocambolesca era finalmente riuscito a tornare a casa trovando la moglie sposata con un altro.

Tralasciando queste elugubrazioni, vi lascio, se ne avete voglia, a quel che resta di Pêcheur d’Islande (1924):

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Il Paradiso e il Purgatorio di Vendelin (Vendelínův očistec a ráj) – Přemysl Pražský (1930)

ottobre 14, 2019 Lascia un commento

Vendelínův očistec a ráj mette in scena le divertenti vicende della famiglia Žemlička e di come essi cerchino di spingere la figlia Amálka (Máňa Ženíšková) a sposarsi con Vendelín Hrom (Jiří Hron). Vendelin scoprirà presto a sua spese l’invadenza e l’esuberanza della famiglia della donna che ama, che si spingerà addirittura ad interrompere a più riprese la loro prima notte di nozze facendo irruzione a casa loro. Nel finale, disperati per quanto sta succedendo, i due risolveranno tagliando il filo del campanello e potranno così andare liberamente in camera da letto.

Vendelínův očistec a ráj è un film frizzante e dinamico, che mi ha ricordato da vicino alcune commedie italiane dello stesso tipo (ad esempio la mitica famiglia Passaguai con Aldo Fabrizi). Si susseguono una dopo l’altra scene in cui gli Žemlička ne combinano di tutti i colori spinti soprattutto dalla paura che Vendelín possa decidere di non sposare Amálka essendo per altro lui un buon partito (lavora al ministero degli approvvigionamenti). Tutto andrà a finire per il meglio strappando risate anche a me che in genere non amo questo genere.