Lights of Old Broadway – Monta Bell (1925)

Nel pieno della settantacinquesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, in cui ogni cinefilo che si rispetti segue con la massima attenzione il susseguirsi di proiezioni, incontri stampa, conferenze, fischi e applausi, qui si continua a dare uno sguardo (ormai nostalgico) a quella che fu la trentatreesima edizione del Cinema Ritrovato.

Direttamente dagli archivi Library of Congress e UCLA abbiamo una copia di Lights of Old Broadway di Monta Bell (già montatore e assistente alla regia per alcuni film di Charlie Chaplin e in seguito regista del primo film americano di Greta Garbo, Torrent), film che venne distribuito anche in Europa: in Spagna e nel Regno Unito con i titoli rispettivamente di Las luces de Broadway e di Little Old New York.

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Un twin movie delle origini, Lights of Old Broadway narra la vicenda delle due sorelle gemelle la bionda Fely e la mora Anne (interpretate entrambe da Marion Davies) separate alla nascita durante la traversata in nave dall’Irlanda agli Stati Uniti: Fely viene adottata dai poverissimi O’Tandy, Anne dalla ricca famiglia De Rhonde. La narrazione si sviluppa intorno alla crescita di Fely, sognatrice romantica e ballerina del teatro di Tony Pastor; innamoratasi, guarda caso, di Dirk De Rhonde (Conrad Nagel), il fratellastro di Anne, verrà a conoscenza dell’esistenza di quest’ultima solo dopo un bel po’ di tempo. La questione, però, lights-of-old-broadway-grangerè meno dolce del previsto. L’effetto sorpresa della riconciliazione tra le due sorelle dura fin troppo poco e non dà spazio a quello che probabilmente chiunque si aspetterebbe, vale a dire lo sviluppo di una sincera amicizia e di una certa complicità tra sorelle. Occhi sgranati, un fugace abbraccio e conoscenti come prima: la gemella perduta Anne viene frettolosamente archiviata, surclassata da Fely, per poi apparire in qualche breve inquadratura del tutto superflua. Da come la trama era inizialmente tutta concentrata su Fely e la sua sgangherata famiglia irlandese, la situazione cambia ben poco. In una New York investita dai primi barlumi della luce elettrica di Thomas Edison, in sostituzione all’obsoleta illuminazione a gas, l’obiettivo primario diventa far riconciliare le famiglie, da sempre rivali, dei futuri sposini. Quindi, dopo un bel po’ manganellate goliardiche tra Don O’Tandy e Mr. De Rhonde, il finale è tanto prevedibile quanto sorprendente. New York finalmente si illumina e acquista nuova luce anche sul piano del materiale della pellicola, passando dal bianco e nero al metodo di colorazione a mano Handschiegl. La bellezza dei fotogrammi e l’imponenza della bandiera degli Stati Uniti con colori veri è il reale punto di forza di Lights of Old Broadway, che rimane comunque una bella commedia, brillante anche nella fluidità dei dialoghi.

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Lights of Old Broadway / Monta Bell. – Soggetto: dal lavoro teatrale Merry Wives of Gotham; or Two and Sixpence(1925) di Laurence Eyre. – Sceneggiatura: Carey Wilson,
Joseph Farnham – Stati Uniti d’America: Cosmopolitan Productions per Metro-Goldwin-Mayer (MGM), 1925. – Con Marion Davies, Conrad Nagel, Frank Currier, Julia Swayne Gordon, Charles McHugh. Lunghezza: 2016 metri circa. Stato: sopravvissuto.

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‘A Santanotte – Elvira Notari (1922)

santanotte2Concludiamo la rassegna sui film di Elvira Notari con ‘A Santanotte, film preferito da Alessia in questa sezione del Cinema Ritrovato e che io invece metto in seconda posizione in classifica dietro è Piccerella. Entrambi i film sono del 1922 e hanno come protagonisti gli stessi attori: Rosé Angione e Alberto Danza. Immancabile, come sempre, Eduardo Notari sempre come Gennariello qui presentato come “Guaglione ‘e core”. Come sempre la Notari trae ispirazione da una canzone napoletana, in questo caso scritta da Eduardo Scala e Francesco Buongiovanni.

Nanninella (Rosé Angione), è una giovane cameriera laboriosa che si vede regolarmente portare via i soldi dal padre alcolizzato. Un giorno Tore Spina (Alberto Danza) e il suo amico Carluccio soccorrono la ragazza mentre viene malmenata del genitore scontento perché lei non gli ha portato da bere. Entrambi si innamorano subito di lei. L’amicizia verrà quindi rotta dalla gelosia: chi sceglierà Nanninella? Il prescelto è Tore e così Carluccio pianifica un subdolo piano per portargli via la ragazza. Prima corrompe il padre di lei pagandogli una giorno da bere, tanto che lascia il lavoro di lustrascarpe che faceva con Gennariello (Eduardo Notari). La condizione per continuare quel rifornimento di alcolici è che l’uomo rifiuti di concedere a Tore la mano della figlia. Visto che neanche questo serve a rompere l’unione tra i due ragazzi, Carluccio si spinge oltre. Durante una discussione tra Tore e il padre di Nanninella, Carluccio colpisce il padre da lontano facendolo precipitare in mare. Questi muore e Carluccio testimonia contro l’amico mandandolo da innocente in carcere e creando mille pene alla povera madre (Elisa Cava). Gennariello scopre però la verità e la annuncia a Nanninella che, per averne conferma, accetta di sposare Carluccio. Gennariello cerca di evitare l’estremo sacrificio della ragazza e aiuta Tore ad evadere dal carcere, ma non fa in tempo: Carluccio sposa Nanninella e le confessa quanto ha fatto e di fronte all’odio profondo manifestato dalla sua amata perde la ragione e la accoltella. Tore giunge allora alla casa di lei senza sapere cosa è accaduto

Tu si’ scesa, finalmente. Mme sentive?
E dimmello: cu chi stive?
Dimme ‘o nomme, primma ‘e mo.

Ma tu cade? Staje gelata.
Parla… Ah! E’ sango ‘mpiett’a te.
Mme ll’ha accisa ‘o scellarato:
morta io ‘a stregno ‘mbracci’a me.

Poveru core,
t’hanno spezzato.
‘Sta Santanotte
mo ll’ha da avé chi more!

 

Il finale è tragico: Nanninella muore tra le braccia di Tore che corre in casa assetato di vendetta. Questa, però, non potrà essere compiuta perché il suo vecchio amico è ormai completamente uscito di senno. Di fronte all’impossibilità di porre rimedio a quanto accaduto tutto ciò che resta è la più cupa disperazione. La Notari con ‘A Santanotte esce dai suoi schemi ricorrenti: non ritroviamo più la mala femmina che distrugge l’animo del povero malcapitato innamoratosi di lei, ma siamo di fronte a una vera e propria storia d’amore sincera, purtroppo tormentata dalla gelosia e dai vizi altrui. I personaggi acquisiscono così un notevole spessore e la vicenda risulta decisamente coinvolgente. Contorno della vicenda è come sempre Napoli, ripresa con un occhio di riguardo che solo chi conosce e ama la città partenopea può avere.

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Vedi Napule e po’ mori! – Eugenio Perego (1924)

vedinapuleVedi Napule e po’ mori! è un titolo che sembra rimandare al cinema di Elvira Notari, fatto di sangue e passionalità. Sembrerebbe, e invece questo film è proprio l’opposto: prodotto dalla Lombardo Film e uscito nel 1924 questa è la proposta del regime per un nuovo cinema napoletano da esportazione che sappia portarsi dietro un’idea di Italia bella e senza ombre. Protagonista del film è Leda Gys il cui personaggio, Pupatella, già dal nome si differenzia dalle “male femmine” che abbiamo imparato a conoscere durante il Cinema Ritrovato.

Billy (Livio Pavanelli) è un produttore americano che è in Italia per girare un film. Quando cerca la protagonista femminile si imbatte nella bella e spontanea Pupatella (Leda Gys), di cui presto si innamora. Finito il film le propone di andare con lui negli Stati Uniti perché è certo che lei possa fare strada nel cinema internazionale. La ragazza lascia così il povero padre pescatore e il fratello (Nino Taranto) per imbarcarsi verso il nuovo continente. Una volta lì sente nostalgia di casa e instaura così una relazione di amicizia con un sua conterraneo, sposato e con figli, che gli insegna l’inglese. Billy pensa che lei abbia una relazione con l’uomo e, pieno di gelosia, la scaccia. Tornata a Napoli, Pupatella perde il suo proverbiale sorriso, entra in depressione e si indebolisce sempre più. Inevitabile il lieto fine…

In questo film tutti vogliono bene a Pupatella, una sorta di raggio di sole per parenti e amici, capace di far cambiare umore a chiunque. Che bella la vita a Napoli tra sole cuore e amore! Il film è decisamente più stucchevole e banalotto rispetto a quanto visto in precedenza, ma il mio affetto per la Gys mi spinge a dargli comunque una sufficienza piena. Essendo un film da esportazione non mancano i momenti di festa in cui vediamo processioni con lanci di coriandoli e suonate.

Rosita – Ernst Lubitsch (1923)

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Io adoro Mary Pickford, qui lo dico e qui lo affermo: attrice, diva invidiatissima per i suoi lunghissimi boccoli biondi e soprattutto produttrice, contribuì all’evoluzione dell’industria hollywoodiana, essendo stata co-fondatrice della United Artists insieme a Charlie Chaplin, D. W. Griffith e Douglas Fairbanks nel 1919 e nel 1927 uno dei trentasei fondatori dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences. Una donna fabbro del suo destino e di quello degli altri. La Pickford non era quindi una stupida, a differenza dei personaggi spesso ingenui che doveva interpretare nei suoi film da prima attrice, forse solo un po’ brusca nel dichiarare che “aggiungere il suono ai film sarebbe come mettere il rossetto alla Venere di Milo”, tant’è che nel 1933, guarda un po’, si ritirò dalle scene continuando però a produrre pellicole per la United Artists fino al 1956.

Nel 1922 avvenne l’incontro con Ernst Lubitsch, appena emigrato negli Stati Uniti per lanciarsi in nuove avventure registiche. L’anno dopo produssero insieme Rosita, il primo film americano del regista tedesco. Una collaborazione che doveva essere più longeva (il contratto tra i due prevedeva tre film), ma i progetti si interruppero, così come anni dopo la Pickford decise di testa sua per ragioni sconosciute che Rosita era un film da rottamare, sebbene venne accolto invece molto positivamente da critica e pubblico. Vedere Rosita proiettato una sera di giugno (nemmeno molto calda, fortunatamente) sullo schermo gigante più grande d’Europa in piazza Maggiore a Bologna è stata una soddisfazione immensa per me e per la grande folla che il Crescentone bolognese ha saputo accogliere e, non meno importanti, sono stati i numerosi applausi. Una scelta ottima e coraggiosa da parte della Cineteca di presentare un muto che non fosse il solito Keaton o la certezza Chaplin.

Azzarderei a definire Rosita una commedia: il motivo, tanto banale quanto evidente, è che  non smettevo di sorridere e spesso mi trovavo a ridacchiare e fare commentini sarcastici con la mia amica seduta di fianco a me. Ne sono stata piacevolmente coinvolta e naturalmente non è stato così tanto difficile provare simpatia verso Rosita (Pickford), la musicista spagnola che porta allegria per le strade di Siviglia e sbarca il lunario suonando e cantando per portare a casa qualche soldo. E’ stato anche impossibile non ghignare di fronte alle continue avances nei suoi confronti da parte del pasciuto e infido re di Spagna (Holbrook Brinn), o accennare un risolino divertito ogni volta che appariva la cacofonica famiglia ritratta come buffe figurine di contorno (sì, anche se muto si potevano captare molto bene le imprecazioni e gli improperi della madre di Rosita).

Detto ciò, Rosita è un film simpatico, per i più romantici c’è anche una tenera storiella d’amore tra Rosita e il (bel) capitano Don Diego, una dose di femminismo in endovena (col cavolo che la tostissima Rosita finisce a letto col re!) e l’immancabile Lubitsch touch esportato alla grandissima nel territorio della nascente produzione hollywoodiana dei primi anni Venti. Rosita scorre leggero come le note della chitarra imbracciata dalla Pickford, è un film in cui nessuno è davvero cattivo, nemmeno il re che condanna a morte gratuitamente Don Diego rischiando così di spezzare un amore appena sbocciato, o almeno, è proprio merito di Lubitsch, il quale costruisce una trama psicologica per ogni personaggio tale da forgiare una profonda empatia tra spettatore e protagonista della scena. La testimonianza che ci lasciano Mary Pickford e Ernst Lubitsch è quasi unica, poichè come accennato poco sopra, la produttrice volle ogni che copia del film andasse completamente al macero. Ci riuscì, ma ne sopravvisse una, sempre e solo quel granello di nitrato, una copia piccina e rara, ritrovata improvvisamente in Russia. Ancora una volta un immenso colpo di fortuna che ci mostra la modernità di una commedia di successo: Rosita ce l’ha fatta.

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Rosita / Ernst Lubitsch. – Soggetto: Norbert Falk e Hanns Kräly dall’opera Don César de Bazan di Adolphe Philippe d’Ennery e Philippe-François Pinel. – Sceneggiatura: Edward Knobloch. – Stati Uniti d’America: Mary Pickford Company, 1923. – Con Mary Pickford, Holbrook Blinn, Irene Rich, George Walsh. Lunghezza: 2736 metri circa. Stato: sopravvissuto.

Naples au baiser de feu – Serge Nadejdine (1925)

naples-800x562Naples au baisier du feu, è stato uno dei film proiettati con la lanterna a carbone durante il Cinema Ritrovato e devo dire che mi è piaciuto davvero molto grazie alla sua maniera tutta particolare di raccontare la mia amata Napoli. Già le premesse sono bizzarre: si tratterebbe di un film francese, ma il regista Serge Nadejdine (Sergej Michajlovič Nadejdine|Сергей Михайлович Надеждин) è in realtà un Russo costretto, come tanti, a fuggire dal il regime sovietico. Di lui non si sa molto, probabilmente girò qualche film prima del suo arrivo in Francia, anche se non se ne hanno tracce. La storia di Naples au baiser de feu si basa sul romanzo omonimo di Auguste Bailly che ebbe un discreto successo all’epoca, tanto da ispirare poi una seconda trasposizione nel ’37 ad opera del nostro Augusto Genina. Comunque questo strano mix di culture ha dato vita a un film veramente molto bello in cui Napoli assume una dimensione a metà tra il cinema della Notari e quello dela Lombardo Film.

Antonio Arcella (Georges Charlia) è un violinista tanto squattrinato quanto dotato, la sua opera più importante è una taranta capace di scaldare il cuore di qualsiasi persona. Vive ormai da tempo nella casa di Pinnatucchio (Gaston Modot), una sorta di santone vestito col saio che guadagna denaro dando i numeri “vincenti” del lotto ai cittadini di Napoli. Ogni volta che qualcuno vince si ricorda del buon Pinnatucchio e gli regala qualche soldo. Due donne si intrecciano nel destino di Antonio: La prima è Sylvia d’Andia (Aline Dunin) una giovane marchesa straniera dalla salute cagionevole che ascoltando le note ispirate di Antonio si innamora di lui, dandogli ricche ricompense. Sulla strada della loro felicità ci si mette la giovane vedova Costanzella (Gina Manès), salvata una notte Pinnatucchio dalle avances molto esplicite del cognato. Il santone, spaccinadosi per frate disinteressato, ospita la giovane perché se ne è innamorato e fa promettere ad Antonio di non andarci a letto. Inutile dire che i due inizieranno un rapporto clandestino dandosi alla pazza gioia mentre Pinnatucchio dorme grazie a un potente sonnifero. Una notte il santone si sveglia prima del dovuto e scoprendo la tresca ha un forte attacco epilettico e si accascia a terra come morto. I due scappano e vivono di espedienti per qualche tempo: lei si unisce a un Don Giovanni locale come ballerina di taranta e Antonio, nonostante la gelosia, continua a suonare il suo violino in giro per i ristoranti. Intanto la giovane straniera, privata della musica del suo amato, si ammala gravemente. Un giorno Antonio e Costanzella litigano e lei, per provocarlo, torna dal Peppinuccio. Quando lui la raggiunge trova Peppinuccio ancora una volta in stato epilettico, questa volta per essere stato sedotto dalla ragazza. Lei invita il giovane ad un amplesso, Pinnatucchio si sveglia e, accecato dalla gelosia, accoltella la donna uccidendola. Atonio scappa e Pinnatucchio viene arrestato. Rotto l’incantamento della donna fatale lui si ricorda finalmente della giovane e torna da lei guarendola e andando a vivere con lei.

 

La storia contiene elementi molto forti ed espliciti, per questo non superò il visto della censura, all’epoca. Personalmente ho amato molto questa Napoli esoterica e dannata, che pur riabilitandosi nel finale con il lieto fine ha comunque degli elementi intensi del cinema della Notari che abbiamo imparato ad apprezzare in queste settimane. Il degrado, il sesso, la malattia e i sentimenti portati al loro eccesso portano i personaggi a scelte estreme. Tutto ruota ancora una volta intorno alla mala femmina, questa volta incarnata dal personaggio di Costanzella, che distrugge tutto quello che le capita per le mani. Paradigmatico, a riguardo, il fatto che Antonio si ricorderà della giovane Sylvia solo una volta morta Costanzella, quasi questa lo avesse realmente incantato rendendolo cieco a tutto il resto. Gli attori recitano in maniera prodigiosa, in particolare Gaston Modot capace di rappresentare un personaggio difficile e caratteristico come Peppinuccio, un falso frate che si guadagna da vivere dando i numeri e che pur con il saio finisce per dare più di un’attenzione alle ragazze che gli capitano a tiro. Capitolo a parte merita la fotografia, davvero ben curata e che rende omaggio alla magia della città di Napoli. Purtroppo il film non è edito in alcun formato e quindi non è possibile mostrarvi delle foto. Quelle che trovate qui le ho trovate sul web e sono foto tratte dall’evento del Cinema Ritrovato; purtroppo non conosco gli autori ma qualora si palessassero metterò volentieri i credits.

Naples au baiser de feu è un film che merita di essere visto e rivisto ma soprattuto riscoperto. Non poteva esserci film migliore per festeggiare un doppio evento: i 7 anni dalla nascita del blog e i 300 film recensiti. Viva Napoli ed evviva E Muto Fu!

The Star Prince (Twinkle Twinkle Little Star) – Madeline Brandeis (1918)

vlcsnap-2018-06-04-15h21m24s949Siamo nel 1918 e la talentuosa scrittrice di storie per bambini Madeline Brandeis decide di fare una bella accoppiata scrivendo un racconto e mettendosi dietro la macchina da presa per dirigerlo. Parliamo di The Star Prince, uno dei rari film prodotti dalla misconosciuta Little Players Film Company. Particolarità del film è che gli attori sono tutti bambini e quindi, quando devono fare ruoli adulti, indossano parrucche e barbe davvero bruttine. Il film era stato presentato sulla rete come di fantascienza ma si tratta di una fiaba fantastica e quindi non rientra nel genere che abbiamo imparato ad analizzare in questi anni. Per completezza riporto comunque trama ed analisi:

 

Un giorno cade una stella sulla terra e accanto ad essa compare un bambino, il Principe delle Stelle (Zoe Rae). Egli viene adottato da un uomo che lo cresce come suo figlio. Purtroppo il carattere del ragazzo è dispotico nei confronti dei suoi fratellastri e non esita a maltrattarli visto che si considera un principe. Un giorno compare una vagabonda (Edith Rothschild) e il ragazzo aizza gli altri bambini contro di lei umiliandola e picchiandola. Incredibilmente si scopre che la donna altri non è che la madre del giovane, ma lui la scaccia e rifiuta di riconoscerla. La regina delle Fate (Gulnar Kheiralla) vede tutto e trasforma il bambino in uno straccione dai tratti deformi. Il protagonista si pente e decide allora di partire alla ricerca della mamma. La sua vita si intereccerà con quella di una Principessa (Dorphia Brown) a cui è stato predetto il matrimonio con il Principe delle stelle, ma il loro amore verrà ostacolato da un nano cattivo (John Dorland) e da una strega (Marjorie Claire Bowden).

Di rado ho visto un film diretto e montato così male: senza alcun motivo apparente ogni tanto vengono inseriti primissimi piani dei protagonisti che muovono gli occhi o fanno strane smorfie senza alcuna continuità con la scena che si sta svolgendo. Oltre a questo alla Brandeis piace molto inquadrare i personaggi all’interno di forme particolari come la stella, per il Principe, o un giglio per la fatina, cosa che può essere carina se fatta una volta, ma qui la cosa si ripete per più scene e diventa fastidioso. In generale la storia è troppo smielata per i miei gusti, i protagonisti al limite del sopportabile anche a causa del loro stile recitativo che esaspera la gestualità. Si tratterà pure di un film per bambini degli anni ’10, ma l’ho trovato davvero indigesto. Da notare anche la presenza di uno scoiattolo, mosso credo con la tecnica stop motion, ma realizzata talmente male che l’animaletto si muove in maniera scattosa e a velocità tripla rispetto al solito. Zoe Rae, attrice che interpreta qui il protagonista maschile, è forse il personaggio più noto del cast ma la sua interpretazione non mi ha certo colpito in positivo. Se qualcuno avesse l’insana curiosità di vedere il film, questo è facilmente riperibile su vimeo.

Oswald il coniglio fortunato e ritrovato

 

 

“Tutto è cominciato con un topo” (Walt Disney, Disneyland, 27 ottobre 1954). Mi sento di smentire subito questa affermazione: Mickey* aveva in realtà un fratello maggiore, Oswald. Oswald era un coniglio burbero, pasticcione, dalle lunghe orecchie (spesso prensili) e dagli occhietti scuri, un po’ diverso dall’insicuro, ma saputello, Mickey. Se Mickey ebbe il successo universale che tutti conosciamo a partire dall’iconico Steamboat Willie (1928), l’esistenza del buon Oswald fu breve. O almeno, in casa Disney. La vicenda riguarda un mero fatto burocratico e di diritti: Oswald divenne proprietà di Charles Mintz, distributore della Universal con cui Disney e il suo braccio destro Ub Iwerks avevano stipulato un contratto, consapevole del successo che Oswald stava ottenendo nel 1927. Dopo questa ingiustizia Disney decise che non avrebbe più lavorato all’animazione di un personaggio che non fosse esclusivamente sotto il suo controllo; per questo motivo si mise al lavoro per Mickey Mouse, mentre Oswald continuò ad essere prodotto dalla Universal fino agli anni ’60.

 

 

Oswald fu protagonista di 27 film prima di passare agli studi Winkler (di proprietà di Mintz): fece la prima apparizione in Poor Papa (1927) che non riscosse particolare clamore; al contrario Trolley Troubles (1927) lo portò alla consacrazione. Degni di nota furono anche i successivi Great Guns! (1927), Empty Socks (1927), Tall Timber (1928), Oh What a Knight (1928) e Sleigh Bells (1928). Molti film sono stati riscoperti solo recentemente, quando si presumevano perduti. Empty Socks Tall Timber, ad esempio, sono stati ritrovati in Norvegia: il primo, di cui mancano trenta secondi, nel 2014 nelle collezioni della Biblioteca nazionale norvegese, il secondo nel 2007 presso il Norsk Filminstitutt. Entrambe le copie sono state portate al Cinema Ritrovato 2018 e presentate prima della proiezione di The Navigator (B. Keaton, 1924).

Credo di nutrire una più profonda simpatia nei riguardi di Oswald, piuttosto che verso Mickey. Innanzitutto l’Oswald disneyano non ha subito, giustamente, particolari trasformazioni fisiche (quello della Universal è diventato nel tempo, non so come, la fotocopia di Tippete di Bambi) ed è rimasto sostanzialmente una linea in due dimensioni, continua, chiusa e riempita di nero, come piace a me. Il fatto poi che sia stato “rimpiazzato” da un topo coi guanti non gli rende giustizia. Un’apparizione da guest star avverrà nel 2010 con il videogioco Epic Mickey: Mickey viene inglobato in un mondo parallelo chiamato “Rifiutolandia” (Wasteland) in cui vi abitano i personaggi Disney dimenticati. Inutile dire che Oswald ha un ruolo rilevante nello svolgersi delle cose. Nel graphic novel tratto dal videogioco è memorabile il dialogo-scontro tra Mickey e Oswald. “Ascoltami Oswald…Prima di lasciare Male Street, Clarabella ha detto che potevi aiutarmi a tornare a casa!” “Almeno tu hai una casa! Anch’io ne avevo una…un tempo. Non era un granché, ma almeno era tutta nostra! Ma tu! Tu avevi tutto! Famiglia, amici! Ammiratori! Ammiratori che hanno dimenticato me, ma che erano pronti a dare qualsiasi cosa pur di comprare questa spazzatura…per ricordarsi di te!” (Epic Mickey – La leggendaria sfida di Topolino, 2010).

Oswald è solo un coniglio. Potremmo definirlo un “esperimento”, una premessa, una parentesi sfortunata della carriera di Walt Disney. Oswald, però, è fortunato. Perchè nelle sue rocambolesche disavventure sorride sempre, è felice di vivere nel suo mondo semplice, affiancato dalla gattina Ortensia e di tanto in tanto da dei piccoli coniglietti. Oswald ha vissuto due anni intensi, è stato dimenticato, ma c’è chi ha avuto il piacere di trovarlo, riscoprirlo e restaurarlo. E così Oswald è fortunato anche per questo.

 

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* Chiamo Topolino col nome originale “Mickey”, poiché arriva in Italia per la prima volta nel 1930 sul numero 13 del settimanale torinese “Illustrazione del Popolo”. Solo due anni dopo appare la definitiva traduzione “Topolino” sull’omonimo libro illustrato della casa editrice Nerbini.