Gitani (Cikáni) – Karel Anton (1921)

cikaniFacciamo un piccolo salto temporale indietro a livello cronologico con Cikáni, un film che ho sempre rimandato perché mi sembrava piuttosto pesante visto l’argomento e la lunghezza di due ore. Inutile dire che le mie paure si sono confermate, quindi il mio masochismo dovuto al desiderio di completezza ha colpito ancora!

Giacomo (Hugo Svoboda) è un gondoliere veneziano innamorato della bella Angelina (Olga Augustová). Questa viene però sedotta da un Conte ceco (Theodor Pištěk), Valdemar Lomecký che la porta con sé in Boemia. Le cose tra i due però non vanno benissimo e un giorno Angelina viene ripudiata assieme al figlio (Alfons Rasp). Non sapendo cosa fare la ragazza abbandona il bambino che viene raccolto e cresciuto proprio da Giacomo che, dopo essersi unito a un gruppo di gitani, è arrivato nelle terre del conte per cercare vendetta. Passano gli anni e il ragazzo cresce, mentre Angelina vive ormai priva di senno per quelle terre. Il suo giovane figlio di innamora di una ragazza, Lea (Bronislava Livia) e inzia una relazione con lei. Un giorno la ragazza gli rivela di essere stata abusata dal Conte e così, per ironia della sorte, il ragazzo uccide il padre per vendetta. Viene rivelata la vera natura del giovane che diviene nuovo conte, mentre Giacomo si autoaccusa del delitto di Lomecký finendo sulla forca. Ma il dramma non è finito: Lea si è infatti uccisa per la vergogna e il nuovo conte fugge verso sud per non fare più ritorno in quelle terre.

L’unica cosa che mi è piaciuta di questo film sono i paesaggi, specie quelli veneziani, nonostante gli stereotipi del protagonista gondoliere et similia, questi non sono stati offuscati. Per il resto Cikáni è un polpettone in costume che, come sapete, è un genere che proprio non digerisco. Ad un certo punto c’è pure un intermezzo con Napoleone (Karel Faltys) e le sue truppe che non sono riuscito a inserire bene nella trama perché purtroppo ho visto il film senza traduzione e le didascalie erano troppo verbose per il mio ceco stentato. Il film prende le mosse dal romanzo di Karel Hynek Mácha, maggior esponente del romanticismo ceco che non poteva che avere una sua trasposizione cinematografica nel neonato cinema locale.

 

Ritorno al paradiso terrestre (Back to God’s Country) – David Hartford (1919)

Back_to_God's_CountryIl nostro viaggio intorno al mondo arriva per la prima volta in Canada, con il maggiore successo della produzione locale: Back to God’s Country. Partiamo dal presupposto che il film, purtroppo, non mi è piaciuto particolarmente, questo perché gira intorno ad una protagonista che non rientra esattamente nel genere di personaggio che amo di più. Di contro i paesaggi sono davvero stupendi e il film sembra quasi girato solo per esaltarli e dare un’idea delle bellezze locali.

Le vicende girano intorno alle vicende della giovane Dolores LeBeau (Nell Shipman), ragazza molto bella che vive con il padre (Roy Laidlaw) in una foresta attorniata da animali selvaggi. Un giorno conosce Peter Burke (Wheeler Oakman), un naturalista governativo e scrittore dilettante, i due si innamorano e si sposano. Peter deve però partire per tornare alla civiltà, e durante la sua assenza giunge a disturbare la quiete dei LeBeau un ricercato, Rydal (Wellington Plater), che è riuscito in qualche modo a spacciarsi per agente di polizia. Si finge ferito e ne approfitta per violentare Dolores e arrestare il padre di lei per poi ucciderlo in uno strapiombo facendo perdere le proprie tracce. Il tempo passa, e Dolores vive ora sofferente in città. Peter le promette di dimettersi dopo aver compiuto la sua ultima missione per la terra di Baffin e Dolores si propone di partire con lui. Si imbarcano e scoprono solo quando ormai è tardi per tornare indietro che il capitano altri non è che Rydal. Questi prima mette fuori gioco Peter e per ritardare il più possibile gli aiuti si avvale della complicità di Blake (Charles Arling), direttore di un trading post in cui la nave è costretta a sostare per via del cattivo tempo. La storia si tinge qui di una vena quasi esoterica. Quarant’anni prima di queste vicende un uomo orientale era stato ucciso in Canada durante la corsa all’oro e il suo cane, Tao, aveva giurato vendetta. Un suo discendente viveva proprio da Blake e sembra farsi avvicinare solo da Dolores. La ragazza riesce a partire con una slitta di cani verso la città più vicina. Parte l’inseguimento di Rydal che viene però ucciso proprio da Tao che compie così la sua vendetta nei confronti della malvagità che ha ucciso il suo antico padrone. Peter si salva e, assieme a Tao, torna con Dolores nella sua terra natia dove vivranno felici e contenti in comunione con la natura.

 

Le vicende seguono un racconto di James Oliver Curwood in cui era il cane protagonista e vero salvatore, mentre qui è la protagonista a salvare di fatto il marito con la sua forza d’animo e intraprendenza, nonostante la situazione difficile in cui si ritrova, perennemente a rischio di subire violenza da parte del capitano e, al contempo, costretta sulla nave per salvare la vita al marito. Nonostante questo, il personaggio di Dolores l’ho trovato veramente fastidioso perché guidato da una sorta di provvidenza e fiducia nella giustizia che non la rendono mai realmente artefice del suo destino. Dopo la parte iniziale, in cui è stata violentata e ha perso il padre in maniera drammatica, assistiamo a un salto temporale in cui lei, apparentemente di buon umore e per nulla turbata da questi eventi, si coccola col marito nella sua nuova casa di città. Possibile una così poca profondità psicologica da parte di un personaggio? Non mi stupisce che il film abbia avuto così tanto successo, specie in America, una storia così buonista sembrava confezionata appositamente per quel mercato lì.

 

Dopo le critiche passo alla parte più bella del film che riguarda le riprese della scena di inseguimento tra i ghiacci dove vediamo piano piano avvicinarsi la slitta di Rydal e salire l’ansia (nonostante il finale a lieto fine sia di fatto scontato visto l’andazzo del film). Back to God’s Country è noto inoltre per avere una delle prime scene di nudo del cinema. La protagonista sta infatti facendo il bagno nuda nel fiume la prima volta che viene vista da Rydal: viene prima difesa dal suo amico orso ma poi lei se lo ritrova in casa. Se, nonostante tutto, vi siete incuriositi il film è reperibile su amazon nella versione britannica edita dalla simply video.

L’organista della Cattedrale di San Vito (Varhaník u sv. Víta) – Martin Frič (1929)

La storia di questo film prende spunto da un racconto di Vítězslav Nezval, autore molto prolifico che scrisse portando avanti un forte sentimento nazionale. Protagonista di questo racconto è la Cattedrale di San Vito con il suo organo, che scandisce i momenti della giornata della città di Praga tramite le note suonate dal suo organista. Essendo la Cattedrale uno dei simboli della capitale, fin dal principio troviamo tantissime immagini della città, specie di sera, cosa che fa rientrare questo film nel filone di quelli nazionalisti/propagandisti che abbiamo imparato a conoscere in questi mesi.

L’organista della Cattedrale di San Vito (Karel Hasler) è un uomo umile che vive solo per il suo strumento. Un giorno riceve la visita di un vecchio amico (Otto Zahrádka) che è evaso dal carcere e lo prega di consegnare alla figlia soldi e una lettera prima di uccidersi. Il protagonista è disperato e a peggiorare le cose il vicino Josef Falk (Ladislav H. Struna) ha visto tutto, ha intascato la lettera e lo minaccia di accusarlo davanti alla polizia se non gli cederà il denaro. Disperato accetta il ricatto e in seguito si reca da Klára (Suzanne Marwille), la figlia dell’amico, che vive come monaca in un convento. Ricevuta la notizia della morte del padre e priva di vocazione, la ragazza fugge e va a vivere dall’organista. La presenza in casa della ragazza cambia la vita all’uomo che ora ha una nuova ragione di vita. Purtroppo la felicità non è destinata a durare: Josef un giorno entra in casa dell’organista e non ricevendo soldi mente a Klára e gli dice che il padre è stato ucciso dall’organista. La giovane fugge e trova rifugio da Ivan (Oscar Marion), un pittore profondamente innamorato di lei. L’organista perde invece tutta la sua gioia di vivere e per lo shock ha una paralisi al braccio destro che gli impedisce di suonare l’organo e lo porta al licenziamento. Il finale è però a lieto fine: Josef si pente per i suoi peccati vedendo le condizioni del suo nemico e consegna a Klára una lettera in cui il padre rivela il suicidio. L’organista ritrova l’affetto della ragazza, che si sposa con Ivan, e per miracolo la paralisi svanisce consentendogli di tornare a suonare il suo amato strumento.

Varhaník u sv. Víta rientra nel filone realista dei film cechi muti che forse preferisco di più, con atmosfere cupe e riprese a tratti sperimentali. Nonostante ci sia un lieto fine, infatti, la storia racconta il dramma di un uomo che si ritrova invischiato in una spirale discendente che sembra avere solo nella morte la sua risoluzione. Per uscire da questo empasse, è richiesto l’intervento salvifico divino, che nel momento più buio, quando cioè l’organista pensa addirittura di distruggere l’organo che tanto ama con un’ascia, ritrova l’uso del suo braccio destro che gli permetterà quindi di suonare nuovamente l’organo. Non mi è capitato spesso di vedere un film che racconta di un rapporto così stretto tra un uomo e il suo strumento musicale, per questo forse chi ha questo rapporto con la propria musica dovrebbe certamente dargli un’occhiata. La vicenda, pur con alcuni punti morti, è ben raccontata e dura appena un’ora e venti.

La maschera e il volto – Augusto Genina (1919)

maschera_volto.jpgVedere La maschera e il volto di Genina al cinema è piuttosto difficile, per questo sono stato molto felice quando ho letto sul programma del Cinema Ritrovato 2019 che sarebbe stato proiettato. Non conoscevo la storia e devo dire che mi ha molto divertito, tanto che il film rientra senza dubbio nella mia top3 di questa edizione.

Paolo Grazia (Vittorio Rossi Pianelli) è sicuro che se dovesse trovare la moglie Savina (Italia Almirante Manzini) con un altro la ucciderebbe. Inutile dire che gli capita proprio quello che temeva, ma quando tenta di ucciderla, non ci riesce. Decide quindi di risparmiarle la vita ma la spedisce lontano da casa e le fornisce una nuova identità. Agli amici dice di averla strangolata e poi gettato nel corpo il fiume. Paolo viene processato e il suo avvocato (Ettore Piergiovanni) altri non è che l’amante della moglie, cosa che però lui ignora. L’arringa è ben fatta e l’uomo viene assolto per aver commesso un legittimo delitto d’onore. La ben architettata scenetta si deve però presto scontrare con la realtà: Savina torna da Paolo che la perdona, ma dal lago emerge un cadavere quasi irriconoscibile e tutti sono convinti sia della donna, tanto che viene riconosciuta da diversi testimoni. Paolo è quindi costretto ad organizzare il funerale della donna sconosciuta e durante questo Savina fa la sua comparsa davanti agli amici di lui e all’amante avvocato. Assurdità delle assurdità: per evitare beghe legali per il finto omicidio, i due, nuovamente innamorati, sono costretti a fuggire e farsi una nuova vita certi del silenzio dei loro cari.

Anche se la critica dell’epoca non fu molto favorevole al film, preferendogli la versione teatrale, ho trovato La maschera e il volto una commedia davvero ben riuscita con pochi punti morti. Mi è stramente capitato di ridere diverse volte, probabilmente perché sono un amante delle commedie dell’assurdo, qui in una sua declinazione borghese molto ironica. Paragonato spesso al Fu Mattia Pascal di Pirandello, questa commedia scritta da Luigi Chiarini, non è certamente altrettanto brillante, ma presenta comunque degli elementi originali e divertenti. La storia è tra l’altro spunto per una riflessione sempre attuale: è facile avere posizioni forti, ma saremo in grado di rispettarle qualora dovessi trovarci in quella determinata situazione? Paolo Grazia non ne è capace ma allo stesso tempo non riesce a darsi pace per questo e quindi architetta una soluzione creativa per autoconvincere se stesso di aver rispettato i suoi principi e dimostrare agli amici di averlo fatto. Fortunatamente il delitto d’onore è stato definitivamente abrogato in Italia nel 1981, ma all’epoca faceva certamente discutere l’atteggiamento che un uomo poteva avere nei confronti della moglie fedifraga. I vari personaggi hanno posizioni contrastanti sull’argomento, in particolare uno di loro, il più anziano, è piuttosto scettico di fronte alle dichiarazioni tanto forti di Paolo, forse conscio che la vita è molto più complicata delle convinzioni e degli slogan. La storia ebbe diverse trasposizioni, alcune anche piuttosto recenti, e potrebbe essere consigliata a quelle persone che, proprio come Paolo, amano pontificare senza immaginare quanto la realtà possa essere diversa dalle sfuggevoli parole.

Le immagini sono prese da davidbordwell.net

Il Colonnello Švec (Plukovník Švec) – Svatopluk Innemann (1930)

Plukovnik SvecLunedì abbiamo parlato della legione cecoslovacca nel film propagandistico Za československý stát (1928), oggi andiamo ad un film decisamente più strutturato e meglio girato che parla proprio dei soldati cechi nel delicato momento di passaggio nel ’17 al momento della rivoluzione. Al contrario del titolo di lunedì, Plukovník Švec è un film decisamente più maturo e godibile, con una splendida regia di Svatopluk Innemann e basato sull’opera omonima di Rudolf Medek, scrittore e poeta che partecipò in prima persona alle vicende essendo egli stesso arruolatosi nella legione cecoslovacca durante il primo conflitto mondiale.

Quando i bolscevichi prendono il potere, la legione cecoslovacca aveva avuto la garanzia di un libero passaggio verso Vladivostok dove poi sarebbe potuta imbarcarsi per continuare la sua azione. Improvvisamente giunge però un contrordine, l’esercito deve disarmarsi e unirsi all’Armata Rossa. A questa notizia la divisione prende le armi e, eletto come loro capo il Colonnello Švec (Bedřich Karen), inizia la sua lunga battaglia contro i Soviet in terra nemica per raggiungere la sua meta. Le prime battaglie sono vinte con successo ma col il passare del tempo la situazione diventa sempre più difficile e disperata. Il morale è a terra e l’esercito si ammutina decidendo di arrendersi all’esercito sovietico. Per spingere i suoi alla salvezza, il Colonnello Švec deciderà quindi di suicidarsi scambiando la sua vita per una rinnovata motivazione dell’esercito che con rinnovato vigore e motivazione riuscirà a raggiungere il suo obiettivo e partire verso casa.

Švec è un personaggio davvero ben riuscito, capace di mostrare tutta la sua complessità e umanità e in generale una profondità psicologica che non sempre è stata protagonista della produzione ceca vista fino ad ora. In due ore di film, di cui molte dedicate alle azioni belliche, troviamo tutto il dramma e la disperazione delle truppe che cercano disperatamente di tornare indenni nella loro terra. Costretti a vivere in una terra nemica, affronteranno la loro anabasi che potrà terminare solo con la morte del loro condottiero Švec. Si tratterà certamente di un cliché, ma una delle sottostorie più riuscite è certamente quella di Marie Ivanovna, ragazza che per amore si infiltra nell’esercito e combatte fino alla morte con l’uomo che desidera al suo fianco. Come abbiamo imparato a vedere, la regia di Svatopluk Innemann riesce sempre a impreziosire le immagini con alcune scelte e inquadrature davvero molto curate e interessanti, soffermandosi su particolari che magari altrimenti non si noterebbero.

 

Sono un grande appassionato di film e autobiografie di guerra, in particolare relative alla Prima Guerra Mondiale, e Plukovník Švec mi ha colpito perché rispetto a tantissimi altri film muti di questo tipo ha una maturità e profondità davvero incredibili, frutto probabilmente della sua uscita piuttosto tarda, siamo comunque nel 1930. Potrei quasi sbilanciarmi e dire che assieme a J’accuse (1919), potrebbe essere il mio film muto preferito sull’argomento. La grandezza nel film sta nel concentrarsi sugli uomini, i loro drammi e la lroo umanità e la capacità di non tirarsi indietro di fronte alle enormi difficoltà. La traversata della legione ceca mi ha riportato alla mente quella disperata che dovranno fare gli italiani dalla campagna di Russia nel conflitto successivo.

Se, come me, siete appassionati di film o testimonianze di guerra, vi consiglio caldamente di vedere questo film, pur con la difficoltà di dover vincere la mancanza di traduzione delle didascalie. La storia e le splendide immagini sono però comprensibili anche senza di essa e vi assicuro che ne vale la pena.

Il Protettore (Der Mädchenhirt) – Karl Grune (1919)

der-madchenhirtCento anni fa Karl Grune iniziava la sua carriera da regista con tre film di cui Der Mädchenhirt è considerato il primo. Girato per le strade di Praga, e qui si ricollega in parte al nostro progetto dei film cechi, e con un’attenzione al realismo, questo film, ispirandosi al romanzo di Egon Erwin Kisch, racconta la storia di un ragazzo dei bassifondi che per denaro perde ogni moralità arrivando a far prostituire anche la ragazza che ama.

Jaroslav detto “Jarda il bello” (Peter Arnolds) è il figlio di una relazione extramatriominiale tra una donnetta (Lotte Stein) e il commissario di polizia Duschitz (Magnus Stifter). Questi è costretto a mantenere la madre del figlio per tenerle la bocca chiusa. Jaroslav, assieme agli inseparabili amici Albert “lo sveglio” (Paul Rehkopf) e Toni “il nero” (Franz Kneisel) iniziano a lavorare come protettori di ragazze. La situazione sfugge però di mano al giovane che sacrifica tutto quello in cui crede e finisce per essere arrestato per un furto (non commesso) e ricoverato per una malattia probabilmente venerea non specificata. Abbandonato da tutti tranne che dalla giovane Ilonka (Rose Lichtenstein), Jarda decide di iniziare una nuova vita e si reca dal padre, che gli si è rivelato dopo l’arresto, per ottenere da lui dei soldi per partire. Il commissario, però, lo vuole mandare al riformatorio e non vuole scucire un soldo. Disperato il ragazzo entra di notte nella casa dell’uomo per rubare qualche soldo, ma viene scoperto. Ne nasce una colluttazione e Jarda uccide per sbaglio il padre. Disperato, il ragazzo decide di porre fine alla sua vita e Illonka sceglie di accompagnarlo affogandosi a sua volta (sic).

Sebbene il film tratti una tematica come la prostituzione con tanto di presenza di una malattia venerea, visto il periodo sono tanti i “non detti” e tutto è lasciato intendere. Le ragazze sono portate alla casa di una certa signora, e lui si prende una malattia vergognosa per la quale tutti lo ignorano e la sua famiglia viene messa quasi al bando dalla società. Tutti abbandonano Jarda tranne la giovane Ilonka, da sempre innamorata di lui e che lui stesso ha spinto a prostituirsi. L’amore di quest’ultima è così forte che quando il ragazzo decide di porre fine alla sua vita affogandosi nella Moldava, lei lo segue senza battere ciglio così da essere unita a lui per sempre. Il finale, insomma, offre quasi una consolazione a un personaggio che ha fatto tanto male, soprattutto alla donna che ora dice di amare.

Der Mädchenhirt mi ha lasciato un po’ interdetto quando l’ho visto, perché presenta diverse contraddizioni che non si conciliano sempre benissimo tra loro. Nonostante questo tratta una tematica davvero delicata per l’epoca ed è tutto sommato una visione interessante che ha dalla sua anche la durata piuttosto ridotta. Purtroppo non mi risulta sia presente un’edizione home video e quella che son riuscito a reperire per le immagini è un riversamento piuttosto scadente.

L’Auto Blindata (Pancéřové auto) – Rolf Randolf (1930)

pancerove_autoAbbiamo imparato a conoscere il genere americano di azione alla Harry Houdini o alla Charles Hutchison, ebbene questo Pancéřové auto, che di ceco ha pochissimo a partire dalla regia e dall’attore protagonista, potrebbe benissimo sembrare un film di questo tipo girato negli Stati Uniti. Ci sono davvero tutti gli elementi, le scazzottate, gli stunt e i nomi americanizzati, ma ogni tanto sullo sfondo appare il belvedere praghese con il celebre castello. Tra i vari attori c’è pure una mezza sosia di Louise Brooks o forse più di Colleen Moore (Ida Fuchsová), ma di rado mi era capitato di vedere un calco cinematografico di questo tipo!

Il Bancheire Sam Hamilton (Hans Mierendorff) si ritrova a dover fare i conti con una banda di malviventi che assalta regolarmente i suoi trasporti speciali. Per porre fine ai furti decide di utilizzare una speciale auto blindata e farla guidare al pilota professionista Charly Allan (Carlo Aldini). Durante una festa in casa degli Hamilton, la banda rapisce Bessy (Zet Molas), la figlia del banchiere. Charly inizia la sua ricerca della banda insieme all’amico Frank (Carl Walther Meyer). Nel giro di qualche tempo scopre che la macchina che ha rapito Bessy appartiene al garage di Nick Houlton (Jan W. Speerger), dove viene tenuta anche l’auto blindata. Seguendo le varie tracce e dopo una serie di peripezie, il nostro eroe riuscirà a sgominare la banda e salvare la bella Bessy.

Non ho molto da dire riguardo questo film, ha sicuramente delle scene ben girate e tutto sommato è godibile se si ama il genere, ma è davvero puro intrattenimento. La scena più spettacolare è quella finale a bordo dell’aereo, anche se rispetto a quella di Houdini non è certo all’altezza, ma i mezzi a disposizione erano certamente differenti tra i due stati. La cosa più interessante è sicuramente vedere come uno stato, visto probabilmente il successo di film di questo genere, abbia voluto girare la sua versione senza però di fatto mettere niente di proprio. Persino i musicisti durante la festa in cui viene rapita la ragazza sono palesemente jazzisti afroamericani! Vi inviterei a dargli un’occhiata solo per confermare questa mia sensazione: se non vi dicessero che si tratta di un film ceco non ci arrivereste mai! Anche qui c’è il limite della traduzione mancante ma vi assicuro che è tutto talmente stravisto che si capisce senza bisogno degli intertitoli.