La miniera delle idee sepolte (Šachta pohřbených ideí) – Antonín Ludvík Havel & Rudolf Myzet (1922)

Sachta pohrbenych ideiNel corso di questi articoli ci capita spesso di parlare di alcuni personaggi importanti per la definizione di una nazione Ceca e la diffusione dei suoi elementi identitari. Šachta pohřbených ideí ci da l’occasione per parlare di Petr Bezruč, poeta ceco noto principalmente per i suoi Slezské písně (it. Canti della Slesia) pubblicati nel 1909 e poi ampliati nel corso degli anni. Bezruč dedicò parte della sua produzione a parlare di problemi sociali, ed è proprio a partire da una delle sue poesie che si ispira il film di cui andremo a parlare oggi, più in particolare Ostrava (qui la traduzione inglese).

La storia è piuttosto contorta e, come capitato altre volte, mi son dovuto affidare alla trama presente su Czech Feature film (CFF) per capire meglio quanto stava accadendo. Purtroppo anche questo film è molto “verboso” negli intertitoli e non sempre riuscivo a seguire con il mio ceco di base.

Durante la dominazione Austro-Ungarica, l’ingegnere Oblomoský (Anatol Montalmare) diventa proprietario di una miniera. Durante alcune agitazioni dei lavoratori uno di loro, di nome Havlena (Eduard Bartos), viene ferito gravemetne e muore poco dopo lasciando vedova la moglie. Passano gli anni e Oblomoský, che è rimasto colpito dalla vicenda, inizia a frequentare il giovane ingegnere Skála (Antonín Ludvík Havel), innamorato del socialismo e che vorrebbe rendere la minera una proprietà collettiva dello stato. Si intreccia qui la storia di Kohlmann (Eduard Sevcík), un imprenditore che vorrebbe acquisire la miniera e sfruttarne in esclusiva la sua produzione. Viste le agitazioni dei minatori, diventato ancora più potente grazie ai suoi legami con la famiglia dei Rothschild, manda i gendarmi per costringere con la forza i riottosi a riprendere il loro lavoro. Per ottenere quello che vuole decide di preparare addirittura un sabotaggio in miniera, servendosi di Machácek (Rudolf Myzet), un minatore che è diventato sorvegliante e per questo viene evitato dai suoi ex compagni di lavoro. Viene la guerra e Oblomoský muore, lasciando così a Kohlmann la possibilità di prendere la miniera. Ma il suo sfruttamento non durerà tanto: la nuova Repubblica decide di confiscare le miniere e statalizzarle facendo così diventare i lavoratori statali e togliendoli dalle grinfie dell’imprenditore senza scrupoli.

Šachta pohřbených ideí è il primo film a tematica sociale prodotto in Cecoslovacchia e riprende la tematica socialista che abbiamo imparato a conoscere in film provenienti da diversi stati europei dopo la Rivoluzione del ’17. Tra quelli che abbiamo visto posso citare rapidamente l’ungherese Bánya titka (1918), il norvegese Revolutionens Datter (1918) o anche Christian Wahnschaffe (1920-21) che sono stati presentati durante il Cinema Ritrovato 2018.  Il film venne inizialmente censurato alla sua presentazione del ’21 e venne rilasciato solo a seguito di un nuovo editing. Bisogna dire che rispetto a quelli degli altri stati qui non sembra esserci un giudizio negativo. Il motivo è strettamente collegato alla nascita dello neonato stato cecoslovacco, infatti la conquista finale è proprio la confisca della miniera da parte del consiglio nazionale e quindi sostanzialmente la statalizzazione dei dipendenti.

La cosa che ho apprezzato del film sono le scene di massa, l’attenzione al “verismo” con riprese della miniera e dei minatori tra scontri con i militari, con i padroni della miniera o semplicemente in riunioni interne. La scena rappresentata nella locandina riguarda invece un’altra scena molto emozionante e “ricca” a livello visivo, durante la quale i minatori scappano in massa, trasportando anche i feriti, dopo un attentato da parte di Machácek.

Come avrete intuito questo film mi è piaciuto molto, perché racconta tematiche sociali senza quella negatività post rivoluzionaria che abbiamo incontrato tante volte. Inoltre, pur essendo presenti personaggi negativi tra i minatori, si avverte una certa umanità o comunque un desiderio di giustizia che muove le azioni rivoluzionarie. Viene il sospetto che questa rivolta abbia avuto successo filmicamente solo perché rientra all’interno del volere dello stato che, nazionalizzando, porta giustizia ed equità. La tematica socialista sembrerebbe essere ben lontana da quella comunista sovietica nella volontà di chi ha fatto il film o comunque, se la censura riguardava proprio questo, in questa edizione rieditata, ma la sensazione vedendo oggi le vicende è sicuramente diversa.

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Ruth Stonehouse al Cinema Ritrovato

Ruth_StonehouseNon si può non solidarizzare un po’ con Ruth Stonehouse, attrice piuttosto mediocre e regista piuttosto anonima che intervistata dal “Motion Picture Magazine” (febbraio 1919), sui suoi progetti disse: “naturalmente voglio essere un’attrice famosa… per un po’… ma poi voglio diventare una regista, una produttrice; voglio occuparmi della parte materiale del cinema, che poi è anche la sua parte artistica”. Bello sognare cara Ruth, la sua carriera da regista durerà appena due anni e si interromperà proprio con Rosalind at Redgate mentre quella di attrice vedrà la fine con l’avvento del sonoro, sintomo forse di una voce non all’altezza.

– Gilded Cage – Anonimo (1916)
Marie (Ruth Stonehouse) è figlia di prime nozze di un padre assente (morto?) e per questo è costretta a vivere come domestica della matrigna (Louise Crolius) e della sorellastra Eloise (Betty Scott). Quest’ultima è fidanzata con Kent (Bryant Washburn), un ragazzo che non è particolarmente ricco, seppure buono di cuore. Ella decide dunque di lasciarlo per sposare Weston (John Thorn) decisamente più abbiente. Si renderà presto conto di aver fatto una scelta sbagliata: il marito la tradisce e minaccia di toglierle tutto qualora osi ribellarsi. Elloise si trova quindi in una gabbia dorata da cui le è impossibile uscire. Nel frattempo Marie inizia a frequentare Kent che probabilmente sposerà vivendo felicemente.

Questo corto ha lo stesso titolo di uno con regia di Harley Knoles dello stesso anno ma che non ha decisamente stessi attori o budget (vi recitano Alice Brady, Irving Cummings e Montagu Love). La storia ricalca un po’ quelle fiabesche stile Cenerentola, con una ragazza bruttina sfruttata dalle sorelle ma che alla fine trova l’amore del suo principe azzurro.

– Rosalind at Redgate – Ruth Stonehouse (1919)
La Storia di Rosalind at Redgate è veramente intricata, a dire a vero senza motivo a tratti, e ci regala anche l’emozione di vedere Ruth Stonehouse come regista e attrice nell’interpretare due cugine identiche: una banca familiare fallisce a causa di uno dei membri, per non far sapere in giro cosa è accaduto l’uomo firma una confessione e promette di restituire il maltolto (cambiale finta). Tutti i beni finiscono alla sorella che rifiuta di dargli il denaro perché questo passa il tempo a farsi mantenere. Assieme al fratello hanno figlie che sono identiche. Alla morte dell’uomo a cui ha fatto la promessa, il banchiere truffatore cerca di recuperarla per ripulirsi la reputazione senza spendere un soldo. Per motivi di onore, infatti, il fratello non aveva rivelato alla famiglia di chi era la colpa. Alla fine, dopo vicende varie, la verità viene a galla e lui fugge colmo di vergogna.

Non so come fosse il romanzo di Meredith Nicholson, ma la storia non è il massimo, sebbene cerchi di riprendere le avventure americane del tempo, e soprattutto Ruth Stonehouse ci mette davvero poco di personale nelle riprese che sono davvero asettiche. Non credo sia da attribuire solo alla misoginia del mondo dello spettacolo la sua prematura scomparsa dal mondo registico, la Stonehouse, seppur a suo modo pioniera, non ha davvero il mordente per mettere in scena film di rilievo.

Pour Don Carlos – Musidora, Jacques Lasseyne (1921)

doncarlos1Nel 1920 usciva il romanzo Pour Don Carlos Pierre Benoît, appena un anno dopo vedeva la luce il suo adattamento. Si tratta del primo lavoro della Société des Films Musidora, girato nei paesi baschi. Determinò l’incontro tra Musidora e Antonio Cañero, qui non come attore ma come consulente tecnico, e quindi l’inizio della storia d’amore tra i due di cui abbiamo già parlato per Soleil et Ombre (1922).

Nel 1876 i Carlisti controllano la parte nord della Spagna ed Allégria Petchart (Musidora), è la loro anima rivoluzionaria. Olivier de Préneste (Stephen Weber), giovane Duca di Biarritz, sta per sposare Lucille de Mercoeur e accetta il posto vacante di sottoprefetto di Villeléon, nei paesi Baschi. Dopo il suo arrivo scopre che il suo posto è stato preso da Allegria, che lo fa prigioniero promettendogli la libertà in cambio del suo aiuto. La rivoluzionaria convince Lucille ad unirsi alla sua causa e fugge. Viene raggiunta da Olivier all’accampamento carlista e parte per combattere. Viene fatto prigioniero in battaglia assieme al Conte di Magnoac (Paul Clérouc). Per liberarlo, Allégria si traveste da stracciona e, dopo aver sedotto il Comandante nemico (Jean Daragon) e avergli fatto firmare una richiesta di rilascio per Olivier, lo uccide. I due giovani iniziano una lunga fuga, aiutati da un vecchio pastore (Henri Janvier) fedele alla causa Carlista e da sua figlia Conchita (Simone Cynthia). I fuggitivi vengono però scoperti e Allégria resta a fare da diversivo e manda Olivier a Biarritz dove vive Lucille. I fidanzati, finalmente riuniti, aspettano il ritorno della loro amica, ma questo non avverrà mai. Il nascondiglio di Allégria viene scoperto e lei viene uccisa dai soldati nemici…

Il finale è davvero emozionante, perché proprio quando Allégria viene uccisa, Lucille e Olivier ricevono una lettera che dice loro di aspettare, anche a lungo, il suo ritorno con fiducia. Mentre vediamo le immagini del funerale del personaggio interpretato da Musidora, i due fidanzati aspettano quindi con ansia di rivedere colei che è riuscita a riunirli. Purtroppo non ci sono molte immagini del film in rete ed il film non è reperibile facilmente. La scena più celebre, che è possibile vedere anche nel documentario Musidora: La Dixième Muse di Cazals, è quella in cui Musidora mangia avidamente il cibo offertogli dal Comandante nemico, mentre questo la guarda o la bacia sempre più eccitato dall’idea di poterla avere. Nel mentre Allégria, per essere certa di poterlo uccidere, continua a richiedere brindisi, versando poi però il suo vino a terra per non rischiare di perdere la propria lucidità.

Tra i tre film spagnoli, questo è certamente il più riuscito ed emozionante, quello dove Musidora dà prova maggiore delle sue capacità attoriali. I paesaggi sono molto belli e la storia emozionante. Speriamo che presto questa trilogia spagnola venga rilasciata per il mercato home video.

La Finta Gattina (Falešná kočička) – Svatopluk Innemann (1926)

Falešná kočičkaChi mi conosce saprà che ho la tendenza, quando intraprendo un progetto, di seguire l’ordine cronologico per avere un’idea generale dell’evoluzione di un artista o, in questo caso, della cinematografia di un paese. Falešná kočička è la prima commedia che mi abbia preso realmente e divertito della cinematografia ceca (e sapete che non sono un grande appassionato del genere nella sua forma muta). Il film rientra in una serie di tre commedie della Oceanfilm con Vlasta Burian e Zdena Kavková su soggetti di Josef Skružný che comprendeva, oltre a Falešná kočička, anche Lásky Kačenky Strnadové (1926) e Milenky starého kriminálnika (1927) sempre con regia di Svatopluk Innemann. La carattersitica di questa prima commedia, oltre alla sua freschezza, è quella di essere dinamica sia nello svolgimento che proprio nelle scene, grazie alla mobilità della telecamera che riprendono inseguimenti o parate in movimento.

Il Dottor Karel Verner (Karel Hašler) vuole assolutamente sposarsi ma tra le donne che conosce non ne trova una adatta e quelle dell’alta borghesia in generale lo disgustano. Ha quindi la geniale idea di trovarne una tra il popolino e crescerla ed educarla secondo i suoi gusti. I suoi primi tentativi non sono certo fortunati: la prima ruba l’argenteria e la seconda si porta la famiglia gitana in casa. La giovane Milča Janotová (Zdena Kavková), ragazza borghese, decide di fare uno scherzo al dottore e, dopo aver ingaggiato l’ubriacone Vendelin Pleticha (Vlasta Burian) come guida, va nei bassifondi ad imparare gli usi delle donne di strada. Con l’aiuto della sua vecchia tata Amálka Holoubková (Antonie Nedošinská), ora assistente del Dottore, si fa abbordare e portare in casa come nuova pretendente. Dopo aver provato a farle far lezione da un insegnante (Svatopluk Innemann), senza particolare successo, il medico inizia ad impartire lui stesso gli insegnamenti alla giovane; i due si avvicinano sempre più tanto che Verner inizia a trascurare i suoi pazienti. Secondo il piano Vandelin, spacciandosi per il padre di Milča, sarebbe dovuto andare a riprenderla dopo qualche tempo terminando così lo scherzo. Ma il Dottore, dopo averlo fatto bere, gli chiede la mano della “figlia” offrendogli anche del denaro. L’ubriacone non crede alle sue orecchie e accetta. La situazione degenera: un’amica di Milča va dal medico per un problema ai denti e svela l’inganno. Verner la ripudia e lei, distrutta dal dolore, entra in un delirio che la sta portando alla morte. Viene chiamato sul letto di morte di Milča proprio il Dottore che si commuove e decide di perdonarla. Non è il solo finale a lieto fine: Vendelin aveva iniziato a bere perché era stato lasciato dalla sua ragazza che altri non era che Amálka. I due si ricongiungono e si sposano proprio come Milča e Verner.

Questo film è il primo che abbia incontrato che propone il classico della donna compita che cerca di apprendere i costumi dei bassifondi seguito da un insegnante. Più di recente una cosa simile credo sia stata messa sul grande schermo da Lillo e Greg in una commedia cinematografica di cui ho visto il trailer qualche anno fa. Evidentemente la storia di fondo si ispira a Pygmalion di George Bernard Shaw (1913), ridicolizzandone però la morale sociale e con una conclusione che mette in dubbio la possibilità che realmente un uomo di alto borgo possa sposare una poveraccia analfabeta dopo averla istruita.

La scena che più mi ha divertito vede Vendelin, ubriaco, che, chiamato da un paziente del dottore che non resiste più al dolore, decide di spacciarsi per dentista e operare. Vandelin gli strappa un dente e il paziente, basito, gli dice che non era quello giusto. Il “dottore” fa spallucce e gliene strappa un altro, al ché il paziente sviene per lo shock. Anche qui non si tratta certo di chissà quale scena originale, ma il modo in cui è stata girata, la fisionomia dei personaggi e la loro mimica l’hanno resa davvero divertente a parer mio. A testimonianza, invece, della dinamicità delle riprese potete vedere sotto la rincorsa di Vendelin a un fogli di carta con sopra l’indirizzo del Dottore che dovrebbe usare per andare a riprendere Milča.

Se vi siete incuriositi è in vendita l’edizione ceca in dvd, mentre i sottotitoli in inglese reperibili su internet.

Sylvester – Lupu Pick (1924)

SylvsterStrano che un regista che ha fatto un film così tradizionale nella sua composizione come Tötet nicht mehr (1919), abbiamo girato nel giro di poco tempo dei film sperimentali seguendo il movimento Kammerspiel. Sia il regista Lupu Pick che lo sceneggiatore Carl Mayer avevano precedentemente lavorato a film sul genere, i due erano per altro alla quarta collaborazione.

Nella notte di San Silvestro un Uomo (Eugen Klöpfer) si ritrova ad accogliere la madre (Frida Richard) con l’iniziale ritrosia della moglie (Edith Posca). Il sentimento di astio si trasforma presto in affetto e le due sembrano legare molto. La madre cambia però totalmente atteggiamento quando vede la foto del figlio con la moglie e poi quella di lei assieme a lui, forse per gelosia. L’anziana donna tenta quindi di strangolare la moglie e ne nasce un acceso diverbio che porta la ragazza a imporre al marito la cacciata della madre. Conteso tra i due amori, l’uomo si toglierà la vita mentre la gente festeggia per le strade l’arrivo del nuovo anno.

Il film è stato proiettato in piazzetta Pasolini in ricordo di Enno Patalas che vide una splendida copia giapponese del film durante le Giornate di Pordenone innamorandosene. Purtroppo non ho condiviso l’amore per Syvelster, nonostante avesse alcune particolarità interessanti. Il film alterna alle vicende dell’uomo quelle della festa per le celebrazioni della notte di San Silvestro, che si accendono in funzione dello svolgimento delle vicende. Oltre a questo compare quattro volte la scena di un mare in tempesta che nel finale si calma finalmente con la morte dell’uomo, cosa che sembrerebbe simboleggiare il patimento interiore del protagonista che si calma finalmente nel momento del suicidio. Devo dire che questi intermezzi non mi sono sembrati integrati con la narrazione e sembrano un’aggiunta accessoria. C’è sicuramente un bel lavoro con le inquadrature, specie dei volti dei personaggi, che in linea con il genere sono poco truccati e tendenti ad una rappresentazione più “realistica”. Le riprese si alternano tra quelle molto dinamiche nelle scene ambientate in strada a quelle più statiche e claustrofobiche ambientate nella stanza dove sono presenti i personaggi principali.

Che dire, non è certo un film che si vede tutti giorni, la sua trama è abbastanza sperimentale sviluppandosi sostanzialmente in pochi minuti ma portando in essi grandi e, forse troppo, repentini stravolgimenti. Contando la versione reperibile sul web, vi consiglio sinceramente di starne alla larga, perché non godreste affatto di quei dettagli e particolari che rendono il film interessante, lasciandovi solo alla narrazione con tutti i suoi limiti.

L’infanzia di Krishna (Kaliya Mardan – कालिय मर्दन) – Dhundiraj Phalke (1919)

Dopo lo splendido Shiraz (1928) dello scorso anno, il Cinema Ritrovato ha dedicato nuovo spazio al cinema indiano con la proposizione di Kaliya Mardan, un film che racconta l’infanzia di Krishna, interpretata dalla figlia del regista, fino alla sconfitta del serpente Kaliya, rappresentata con scene subacquee che sono state all’epoca esaltate dalla critica. Il regista aveva visto un film sulla vita di Cristo e si era chiesto se fosse possibile fare qualcosa del genere con la loro religione. Iniziò quindi a girare film come Lanka Dahan (1917) e Shri Krishna Janma (it. nascita di Shri Krishna – 1918) per arrivare poi a questa infanzia di Krishna.

Per quanto possa risultare interessante questa rappresentazione locale della mitologia indiana, sinceramente il film non èstato di mio gusto, prima di tutto per la sua presenza di un’attrice bambina, cosa che di solito non amo, e poi per una sensazione generale di inconcludenza della trama. Qual è lo scopo del film? Non c’è una vera trama! Vista la mia sensibilità anche in ambito mitologico avrei pensato che Kaliya Mardan potesse piacermi, invece questi quaranta minuti si sarebbero potuti riassumere in molto meno alleviando lo spettatore da scenette evitabili. L’unica parte interessante è quella della lotta contro il serpente che sfortunatamente è proprio nel finale e prenderà massimo cinque minuti del film.

Per completismo ma soprattutto per armi del male ho deciso di visionare anche gli altri due film del regista che vi riporto qui sotto:

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– Lanka Dahan – लंका दहन – Dhundiraj Phalke (1917)

Lanka Daham si basa sul poema epico induista Rāmāyaṇa, e racconta le vicende di Rāma (avatar di Viṣṇu) che cerca di liberare la sua consorte, Sītā, dal re rakshasa Rāvaṇa.

Rama, principe di Ayodhya, è esiliato nella foresta per quattordici anni. Viene raggiunto da Sita e dal fratello Laxman. Sita è però desiderata anche da Ravana che vuole vendicarsi di Rama e la rapisce. Il Principe invia allora Hanuman, un vānara (spirito dall’aspetto di scimmia), per rintracciarla. Lo spirito la trova nell’isola di Lanka ma viene catturato da Ravana che ordina che la sua coda venga data alle fiamme. Hanuman inizia allora a distruggere l’isola per poi spegnere le fiamme nel mare e tornare da Rama.

Del film ho potuto vedere solo la parte in cui Hanuman trova Sita e si rivela a lei dopo che quest’ultima ha rifiutato Ravana. Questo film sembrerebbe tendenzialmente meglio del precedente perché si basa effettivamente su una vicenda mitologica ben sviluppata e devo dire che il vānara è realizzato molto bene.

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– La Nascita di Shri Krishna (Shree Krishna Janma – श्री कृष्ण जन्म) – Dhundiraj Phalke (1918)

Shree Krishna Janma racconta la nascita di Krishna (sempre interpretata dalla figlia del regista) con lo stesso stile di Kaliya Mardan. Per gli stessi identici motivi ho trovato quindi il film pesante e non assolutamente vicino ai miei gusti.

La storia narra della venuta di Krishna nella prima parte e poi, nella seconda, viene raccontata la storia di Prahlada e dei tentativi del padre di ucciderlo per la sua grande devozione per Krishna. Si cerca prima di farlo schiacciare da un elefante, poi di friggerlo vivo nell’olio bollente e infine di avvelenarlo senza successo. Il padre si convince dunque della bontà della sua fede.

Il film viene spesso citato per i suoi effetti speciali mirabolanti, ma con tutta sincerità non mi sembrano tali, tanto che alcune cose le aveva fatte quasi venti anni prima Méliès con risultati di gran lunga migliore (vedi la testa volante qui sopra). Certo, si parla di cinema indiano, ma non credo sia una giustificazione sufficiente.

Il tesoro di Arne (Herr Arnes pengar) – Mauritz Stiller (1919)

sirarneCon Stiller e il cinema svedese in generale sono sempre andato sul sicuro e anche in questo caso sono stato piuttosto soddisfatto della visione, anche se capitata alle 9 di mattina dopo che la giornata precedente era  finita a mezzanotte in serale. La storia è tratta da Heir Arnes penningar di Selma Lagerlöf, quindi potete immaginare che è ricolmo di moralismo protestante  arricchito da elementi riferibili a leggende locali.

Sir Arne (Hjalmar Selander) è un uomo altero che custodisce nella sua diocesi un tesoro maledetto che nessuno osa toccare. Sir Archie (Richard Lund), Filip (Erik Stocklassa) e Donald (Bror Berger), tre mercenari scozzesi sfuggiti dal carcere e pieni di risentimento, lo trafugano dopo aver ucciso  tutti i membri della famiglia tranne Elsalill (Mary Johnson), che si è nascosta, e scappano nel punto più estremo della Svezia aspettando di poter salpare. Ma il fato non vuole la loro fuga: l’inverno è incredibilmente lungo e freddo e il mare ghiacciato. Caso vuole che Elsalill venga adottata da Torarin (Axel Nilsson), venditore di pesce essiccato che vive proprio nella città dove i mercenari stanno aspettando di poter partire. Sir Archie, vedendo la ragazza, inizia a provare sensi di colpa per quanto ha fatto e decide che l’unico modo per espiare le sue colpe è quello di sposare la giovane. Elsalill si innamora di lui ma scopre presto la verità sul suo conto. A causa sua i tre scozzesi vengono braccati dalle guardie cittadine e Archie, volendosi vendicare per il tradimento, la usa come scudo umano uccidendola. Nel finale i tre vengono catturati e vanno verso una giusta esecuzione.

La storia non è proprio del mio genere,  Selma Lagerlöf è un po’ troppo retorica e ricerca sempre la moralità dietro ogni cosa. Però nel complesso il film mi è piaciuto, i personaggi erano ben costruiti e, pur con i loro limiti, interessanti. Il film è permeato da un senso di inesorabilità del destino con la presenza costante del volere divino. I banditi, giunti nel luogo che dovranno usare per imbarcarsi in Scozia, sono bloccati da un interminabile inverno che, come il capitano dell’unica nave presente dice più volte, è segno del fatto che qualche peccatore vuole uscire dall’isola ma deve prima essere punito. Lo capirà anche Sir Archie, che dopo aver lottato come un leone si arrende nel finale al suo destino, conscio che ormai è stato voluto da una volontà più alta. Come tradizione della scrittrice non mancano i fantasmi, che tanto hanno caratterizzato il mitico Körkarlen di Victor Sjöström (1921). Qui si ritrova nella presenza della sorellina di Elsalill, uccisa senza pietà da Archie e che perseguita lui e guida lei verso la ricerca della verità.

Per chi, come me, non ama i film eccessivamente retorici e moraleggianti, l’apprezzamento o meno si basa sul giusto equilibrio tra una buona narrazione e gli altri elementi. In questo caso mi sembra sia stato abbastanza rispettato quindi tendenzialmente consiglierei la visione. Herr Arnes pengar ha un gusto molto vicino al pubblico svedese e abbiamo già visto in passato opere simili, quindi tendenzialmente se vi piace questo tipo di cinema dovreste andare sul sicuro. Il film è disponibile in edizione restaurata per la Kino Video.