Costumi nazionali (Gou feng – 國風) – Luo Mingyou, Zhu Shilin (1935)

goufengPrima di vedere Goufeng conoscevo ben poco della storia cinese dalla fine della Prima guerra mondiale all’arrivo di Mao e il film mi ha aiutato a colmare, parzialmente, questa lacuna. Siamo negli anni ’30 e la Cina sta vivendo un periodo di grande incertezza culturale, economica e politica. In questo contesto, in avversione al partito comunista e alla contaminazione culturale proveniente dall’estero, si sviluppò il movimento per la “Nuova Vita” che aveva lo scopo di ripristinare gli antichi valori. Proprio in seno a questo movimento venne sviluppato Goufeng (it. costumi nazionali), film dal titolo decisamente chiaro negli intenti e dal carattere propagandistico. Attrice principale Ruan Lingyu (*), star del cinema cinese, qui alla sua ultima interpretazione. Si suicidò, infatti, incapace di sostenere le pressioni scandalistiche dei tabloid locali che si occupavano giorno e notte delle sue questioni private, in particolare riguardo le sue relazioni sentimentali con tanto di accusa di adulterio e processo. Ruan Lingyu si tolse la vita la notte prima che quest’ultimo avesse luogo. Anche gli altri attori principali del film non ebbero vita facile negli anni successivi: Zheng Junli, divenuto poi teorico del cinema oltre che regista e attore, venne perseguitato con l’arrivo della rivoluzione culturale e morì in carcere. Li Lili sopravvisse fino al 2005 ma venne torturata.

Se volete saperne un po’ di più sulla situazione culturale del paese quando venne girato il film vi rimando alla scheda delle Giornate del Cinema Muto, molto ben strutturata. Adesso andiamo a vedere la trama del film:

Zhang Lang (Ruan Lingyu), come la madre (Cho-cho Lam) preside della scuola locale, crede fermamente nel valore dato dallo studio e dall’insegnamento, il quale deve avere come fine ultimo quello di creare persone oneste capaci di contribuire alla attivamente nella società. La sorella Zhang Tao (Li lili) non è però altrettanto attenta a queste questioni. Prima sposa Chen Zuo (Zheng Junli), che in realtà ama, ricambiato, la sorella e poi si fa mantenere negli studi da lui. A Shangai, invece di dedicarsi solo allo studio, la giovane Tao si lascia corrompere dai costumi esteri e intraprende una relazione adulterina con Xu Boyang (Peng Luo), ragazzo impomatato e dai costumi occidentali. Ironia della sorte Boyang e Tao si laureano per tempo, mentre Lang, vittima di maldicenze e troppo studio, ha un collasso e deve rimandare la discussione. La madre, preoccupata, lascia momentaneamente la scuola in mano alla figlia minore e il nuovo compagno per andare a trovare la figlia. Sarà l’errore più grande che poteva commettere perché i due daranno vita a una rivoluzione culturale che trasformerà la piccola località di campagna e tradizione in un covo di esterofili corrotti. Ma non tutto è perduto, a fronte di tanta corruzione nasce un movimento reazionario, la “Nuova Vita”, che prende presto il sopravvento. Gli stessi Tao e Boyang si redimono e decidono di andare ad insegnare in una località rurale per portare avanti i valori tradizionali ormai perduti.

Nel film troviamo continuamente un parallelismo inconciliabile tra città e campagna dove la prima è portatrice di corruzione e la seconda protettrice delle tradizioni. I discorsi sono molto importanti e servono a veicolare i messaggi del movimento facendolo anche piuttosto bene con frasi ad effetto: “le abitudine stravaganti sono come le alluvioni e le bestie feroci” oppure “lo scopo delle persone è quello di diventare persone oneste e dare contributo allo stato, non di essere vuoti parassiti della società”. Non mancano le critiche verso donne che comunque sono un elemento centrale del racconto tanto che si parla comunque di emancipazione: “Siamo tutti bravi ad abbellire il nostro aspetto esteriore ma non riusciamo purificare nostro cuore. Siamo come una tomba, esterno magnifico ma dentro un mucchio di ossa” e dopo “Chiediamo continuamente l’emancipazione delle donne ma ci trucchiamo come bambole. I soldi devono essere usati per salvare la nazione”. Nel film i personaggi sono un po’ stereotipati nei loro estremismi, in particolare le due sorelle sono due opposti che non possono incontrarsi: Lang è una bacchettona moralista, odiata da tutti e incapace di vedere oltre il bene della nazione, Tao è frivola e interessata solo al suo aspetto esteriore. I loro continui scontri risultano alla fine piuttosto noiosi e ripetitivi. La regia e la fotografia mi hanno colpito perché rispetto a quello che mi aspettavo sono molto occidentali. Specie all’inizio, quando si descrivono i personaggi e i momenti dell’innamoramento, si ritrovano tanti stereotipi del cinema statunitense in particolare (sono totalmente ignorante in materia, questo era il mio primo muto cinese, quindi magari il mio stupore è figlio di un preconcetto). Altra particolarità è l’attenzione per i piedi e le gambe dei protagonisti che vengono inquadrati molto spesso nel loro movimento dando agli arti inferiori un ruolo che raramente troviamo in altri film.  

Concludendo: dal titolo mi aspettavo, sinceramente, qualcosa di più documentaristico e forse “pesante”, ma sono rimasto piuttosto sorpreso sia per la vicenda, tutto sommato piuttosto scorrevole, che per un montaggio moderno con transizioni molto veloci e alcuni scene interessanti. Si tratta pur sempre di un film di propaganda e il fatto che non conoscessi le vicende sicuramente ha contribuito a destare il mio interesse ma i pistolotti morali restano sempre tali. Vi consiglio di recuperarlo, finché potete, online durante le giornate oppure è anche caricato su youtube.

(*) manteniamo qui l’ordine del nome cinese con prima il cognome e poi il nome

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