La famiglia di Borg (Saga Borgarættarinnar | Borgslægtens historie) – Gunnar Sommerfeldt (1920)

borgslektUn mese fa abbiamo visto come sia complessa la storia del cinema islandese con film spesso girati in Islanda ma di produzione danese. Il primo lungometraggio non documentario girato in questa splendida terra è infatti Saga Borgarættarinnar, romanzo famigliare tratto dal romanzo del più importante autore islandese Gunnar Gunnarsson e noto in Italia come La famiglia Borg (1914) e nei paesi anglosassoni come Sons of the Soil. Il film si divide di fatto in due parti e riprende un po’ le tematiche bibliche legate alla presenza di un padre e due figli, uno buono e uno cattivo, e tutte le vicende a loro collegate. Si può parlare di film islandese? Il romanzo originale proviene, come detto, da lì, il film è stato girato lì e troviamo inoltre alcuni attori della zona. Però… è in realtà un film danese di produzione (Nordisk Film), con regista danese e attori principali provenienti da lì. Insomma dobbiamo, a mio avviso, aspettare ancora qualche anno per parlare di cinema islandese ma è evidente che queste incursioni ispireranno i pionieri del posto per dare il via alla prima produzione totalmente locale. Per chi conosce il mio amato Berg-Ejvind och hans hustru (it. I Proscritti) di Victor Sjöström (1918), il film era ambientato sì in Islanda ma girato in Svezia. A proposito di Sjöström potremmo dire che, per certi versi, il film si avvicina alla saga degli Ingmar scritta da Selma Lagerlöf.

Örlygur (Frederik Jacobsen) è il più grande proprietario terriero di Borg, tanto da venir scherzosamente chiamato il “Re del castello”. L’uomo ha due figli, Ormarr (Gudmundur Thorsteinsson) e Ketill (Gunnar Sommerfeldt) ma ha cresciuto come una figlia anche la piccola Rúna (Ingeborg Spangsfeldt) che era stata letteralmente salvata prima di andare incontro a morte certa. La vicenda si concentra in un primo momento proprio su Ormarr che è un giovane estremamente ligio e devoto al padre ma con una spiccata dote per il violino. Questa sua capacità è talmente forte che viene inviato in Danimarca a studiare con il grande Professor Grahl (Victor Neumann) che deve rendere la sua arte eccelsa ma selvatica qualcosa di più canonico. Il giorno del suo debutto Ormarr sembra aver conquistato tutti ma sul finale decide di virare su sonorità più spaventose creando il caos. Fugge e decide di investire su una società di navi per creare una compagnia islandese di trasporti che possa superare tutte quelle danesi. Il giovane riesce nel suo intento e decide dunque, avendo dato il suo contributo alla comunità, di tornare a Borg dal padre. Nel frattempo Ketill si era dato da fare. In una pausa dagli studi di reverendo era infatti tornato a Borg abusando di Rúna che aspettava ora un bambino. Si era poi trasferito in Danimarca dove aveva conosciuto Alma (Inge Sommerfeldt) e l’aveva sposata prima di tornare anche lui a Borg come reverendo e pieno di speranze perché pensava di essere lui a dover gestire la fattoria. Si inizia quindi a creare una faida interna con Örlygur, che conosce tutta la storia, che bacchetta ripetutamente il figlio Ketill che, peccatore, si mostra invece integerrimo e accusatore nei confronti di tutta la comunità. Pur di affossare il fratello, arriva prima a diffondere in giro la voce del figlio illegittimo e poi persino ad accusare in un’arringa il fratello, che ha sposato Rúna pur di non disonorarla, chiedendo di chi fosse realmente il figlio presentato come loro. Sarà il padre a rivelare la verità a Ketill, maledicendolo in chiesa e poi morendo di dolore. Nel panico generale Alma perde la ragione e Ketill scompare dopo aver donato tutti i suoi avere ai poveri. Qui si chiude la prima parte della storia. Passano tanti anni e il piccolo figlio del reverendo, Örlygur (Ove Kühl) anche lui, vive come uno dei più onesti giovani di Borg. Il ragazzo è perdutamente innamorato di Snæbjörg (Elisabeth Jacobsen). La ragazza è a sua volta collegata a Ketill perché l’uomo si era rifiutato, quando era infante, di battezzarla perché era figlia di un uomo che aveva tradito la moglie. La mamma e la bimba erano poi state accolte proprio da Örlygur che aveva provveduto a farla battezzare in un’altra chiesa. Giunge a Borg Gest (Gunnar Sommerfeldt), un viandante noto per aver sempre fatto il bene della comunità che non era però mai arrivato nelle terre di Örlygur. Si scopre molto presto che questi altri non era che Ketill che, per espiare la sua colpa, aveva vagato senza sosta cercando ora di raggiungere la terra paterna prima di morire. Ormarr lo riconosce e lo perdona così come Alma che recupera la ragione sul letto di morte del marito. Il giovane Örlygur può ora sposare Snæbjörg non sentendo più su di sé il peso della maledizione del padre.

La trama è particolarmente approfondita perché, come spesso capita, su internet si trovano informazioni errate scritte da persone che evidentemente non hanno visto il film. La più comune vedrebbe il motivo dello scontro tra Ormarr e Ketill nell’amore per Rúna quando si tratta di mero possesso di terre. La terra e l’attaccamento ad essa sono una delle tematiche principale del cinema e della letteratura di molti paesi e abbiamo imparato a conoscerli anche nel cinema muto. Come non pensare a La Terre di André Antoine o anche le già citate saghe tratte dalla Lagerlöf per poi passare alla Russia o all’Unione Sovietica e così via. Avere terra in molti paesi, voleva dire avere potere e allo stesso tempo era un segnale forte di legame con il territorio. Ormarr è un figlio di questa logica perché pur viaggiando cerca di portare ovunque vada qualcosa della sua terra sia attraverso la musica, con splendide esposizioni multiple che mostrano, non potendo farlo tramite musica vera e propria, i luoghi del suo cuore (vedi gif) sia con la scelta di creare una compagnia di trasporti e navigazione islandese per dare prestigio al suo paese. Il personaggio di Ormarr è il protagonista della prima parte del racconto mentre Ketill diventa, sostanzialmente, quello del secondo riuscendo, contrariamente a quanto capita in tanti film con morale protestante, a redimersi e liberarsi della propria maledizione. La sua condanna non grava sulla testa del figlio, che è retto e meritevole, e la seconda parte della storia diventa una sorta di chiusura del cerchio con poco dramma e tanta speranza.

I paesaggi che rendono l’Islanda unica sono, purtroppo, meno presenti di quanto mi sarebbe piaciuto. Dimenticatevi le splendide immagini del già citato I proscritti, qui si è cercato di economizzare girando probabilmente sempre negli stessi tre/quattro luoghi. Nonostante questo si riesce comunque ad apprezzare la bellezza incontaminata dell’Islanda dei primissimi anni ’20 del ‘900. Gunnar Sommerfeldt dirige molto bene e le immagini sono sempre estremamente pulite e ben composte. Non mancano attenzioni a particolari, spesso realizzate con primi piani, specie quando si cerca di far arrivare allo spettatore le emozioni provate dagli attori. Rare, ma presenti, anche delle scene con qualche ricercatezza stilistica come quella presente in gif dove al telefono Ketill mostra la sua futura moglie inizialmente avvolta dal mistero grazie all’oscuramento della sezione sinistra dello schermo.

Sebbene anche qui, come in Hadda Padda, ci sia una certa sovrabbondanza di didascalie, la cosa non pesa più di tanto visto che la narrazione è ben più profonda così come i personaggi sono, se non a tutto tondo, quantomeno a bassorilievo. Il mio preferito è sicuramente Örlygur, un uomo che riesce con amore e saggezza a portare avanti la sua famiglia senza perdersi in “tradizionalismi” come spesso capita nei film del genere. Accoglie presso di sé tutti i bisognosi e si mostra sempre disponibile ad agire per il bene degli altri.

La versione restaurata da me visionata presenta didascalie in islandese che sono una traduzione di metà secolo scorso a partire da quelle danesi, segno di un forte attaccamento dell’Islanda a questo film. Bellissima anche la colonna sonora di Þórður Magnússon diretta dal SinfoniaNord.

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