Within Our Gates – Oscar Micheaux (1920)

erotikonAd un certo punto della storia del cinema si faceva un po’ a gara a fare i “primi film” di un po’ di tutto. Nel 1924, ad esempio, venne fatto His Busy Hour, diretto forse da Albert Ballin, che includeva un cast composto solo da persone sorde. Cito questo perché, da specializzato sul sostegno per altro con tesi teorica sulla sordità, si tratta di una di quelle pellicole difficilmente reperibili che vorrei tanto vedere. Within Our Gates è invece un film composto da cast principalmente afroamericano e che porta avanti, come è giusto che sia, la problematica relativa all’uguaglianza dei diritti. Il regista è Oscar Micheaux, considerato uno dei primi registi afroamericani della storia del film e autore di molti di questi “race movie” di cui Within Our Gates era uno dei primissimi. Penso sia sempre bello sapere che già nel primo ‘900 ci fossero persone che avevano a cuore determinate tematiche. Lo abbiamo visto in passato, ad esempio, con Anders als die Andern (it. Diverso dagli altri) e lo andremo a vedere oggi con questo film:

Sylvia Landry (Evelyn Preer) lavora come insegnante in una scuola per neri nel nord degli Stati Uniti. Vive assieme alla cugina Alma (Floy Clements) e subisce una corte serrata da parte di Larry (Jack Chenault), fratello di lei affiliato alla malavita. Sylvia è però promessa a Conrad Drebert (James D. Ruffin) che sta per tornare dal Brasile per sposarla. Invidiosa della cugina, Alma fa credere a Conrad che Sylvia abbia avuto una relazione con un altro uomo e il loro fidanzamento viene così rotto. Per cambiare aria e complice la necessità da parte della scuola di reperire fondi per non chiudere, Sylvia parte per Boston. Qui incontra il Dr. Vivian (Charles D. Lucas) con cui inizia una relazione. La ricerca di denaro non va purtroppo a buon fine fino a quando la giovane non viene investita dalla macchina dell’anziana filantropa Elena Warwick (Mrs. Evelyn) che decide, nonostante l’opposizione dell’amica Geraldine (Bernice Ladd), di finanziare la scuola. Tornata a casa, Sylvia viene minacciata da Larry che dice che se non cederà alle sue lusinghe renderà pubbliche le presunte infamie da lei commesse. La ragazza lascia quindi la scuola. Nel finale Larry viene ferito dalla polizia e finisce per essere soccorso proprio da Vivian. Conoscerà dunque Alma che gli racconterà il terribile passato di Sylvia. La giovane viveva infatti prima nel sud dove era stata adottata dalla famiglia Landry. Il Signor Landry era stato accusato di aver ucciso il padrone Philip Gridlestone (Ralph Johnson) ed era stato linciato assieme alla moglie. Sylvia era stata quasi violentata dal fratello del Signor Gridlestone (Grant Gorman) che aveva desistito solo perché, vedendo una cicatrice, aveva realizzato che quella era in realtà sua figlia. Vivian ritrova Sylvia e le dichiara il suo amore e cerca di farle guardare oltre al razzismo ed amare la sua splendida nazione (sic).

A fronte di una tematica davvero interessante, il film sembra una sorta di miscuglio sconclusionato tra tante piccole storie. Troviamo elementi che non vengono poi più approfonditi (ad esempio il promesso marito di Sylvia o la scuola). Inoltre alcuni colpi di scena della trama sono davvero tirati per i capelli, tra tutti la scoperta da parte del Signor Gridlestone che Sylvia era in realtà sua figlia. Ci sono però delle parti molto interessanti. Da docente amo particolarmente i film in cui si parla di scuola e qui è bello vedere l’impegno per l’istruzione dei ragazzi neri anche se ovviamente è veramente doloroso, per me, pensare che ci dovesse essere una scuola separata per loro rispetto a quelli dei bianchi o comunque dei più ricchi. Molto bella anche la parte le due anziane signore bianche discutono tra loro sui diritti dei neri. Infine troviamo l’epilogo doloroso con il linciaggio dei due genitori adottivi di Sylvia accusati di aver ucciso Philip Gridlestone. Non mancano però delle ombre come il finale stesso in cui troviamo una strana esaltazione degli Stati Uniti come patria perfetta che a pensar male potrebbe essere giustificata solo da motivi di distribuzione. In sostanza sarebbe quasi un modo per voler dire che, nonostante le brutture raccontate, gli USA sono comunque la migliore nazione del mondo in cui vivere.

Tolte le tematiche andiamo a dire due parole sul resto. A causa di una fotografia poco in linea con altri film degli stessi anni, il film sembra uscito dagli anni ’10 ed ha inquadrature molto poco dinamiche con un gusto per la composizione decisamente poco innovativo. Il film ne risente, in particolare, nelle scene di massa. Le scenografie sono molto semplici e poco curate. Gli attori non spiccano per le loro abilità recitative, esclusi pochi casi, ma questo senso di “casereccio” contribuisce in alcuni frangenti, specie nel flashback relativo alla giovinezza di Sylvia e al linciaggio, una maggiore empatia con i personaggi. Il vero problema, come detto, è la sceneggiatura veramente mal scritta e piena di buchi narrativi.

Concludendo, a fronte di problemi evidenti, Within Our Gates è comunque un film estremamente interessante per le tematiche trattate e per come racconta il razzismo e l’emarginazione dei neri dal punto di vista degli afroamericani. La parte del linciaggio è probabilmente quella più forte perché rende coscienti di quanto, fino a non troppo tempo fa, potesse portare ad estreme conseguenze l’odio e il pregiudizio e, al contempo, ferisce ancora di più vedendo quanto la tematica sia incredibilmente attuale e viva negli Stati Uniti. Sicuramente in futuro recupererò altri film di Micheaux.

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