Lucie Höflich tra Gendarm Möbius e Die Ratten

hoflichNella prima giornata di Cinema Ritrovato il filo conduttore è dato da Lucie Höflich, attrice specializzata in ruoli drammatici grazie alla sua grande capacità di esasperare la gestualità dei suoi personaggi nelle situazioni di maggiore pathos. Entrambi i film sono purtroppo parzialmente mutili ma andiamo a vederli a grandi linee per poi parlarne un pochino nel dettaglio.

Il primo è Gendarm Möbius di Stellan Rye (1913), regista che avevamo visto qualche anno fa in occasione della sua versione de Lo studente di Praga con Paul Wegener come protagonista. Come da titolo il film racconta la vicenda del gendarme Möbius (Goerg Molenar) uomo che, come spesso capita in queste pellicole, svolge il suo lavoro con grandissima dedizione. A tenere in mano le fila della narrazione è però la figlia Stina (Lucie Höflich) che ha iniziato una relazione con Franz Lohmann (Lothar Körner), ragazzo non propriamente raccomandabile. I due hanno un rapporto e la ragazza resta incinta senza che il padre voglia prendersi alcuna responsabilità visto che, per altro, sta per sposarsi con un’altra ragazza. Möbius spinge la figlia ad andare in una località vicina per partorire ma quando giunge il momento il bambino nasce morto. Da qui partono i frammenti della collezione Tomijiro Komiya: Stina torna a casa e giura vendetta così, la notte prima delle nozze, appicca un incendio nella tenuta di Franz. Tutti gli indizi portano e lei e, interrogata dal padre, la giovane ammette le proprie colpe. Möbius, col dolore nel cuore, scorta la figlia fino al carcere facendo il suo dovere ma, di ritorno verso casa, si toglie ad uno ad uno i simboli del suo lavoro come gendarme (il mantello, l’elmo col cimiero, la spada, la pistola e le medaglie) e si annega nel fiume vicino.

A livello puramente visivo il film risente della data in cui è stato ambientato con inquadrature fisse e una profondità di campo decisamente poco sviluppata. Quello che colpisce sono i due stili recitativi agli opposti dei due personaggi principali: da una parte il padre che agisce solo per gesti perentori e secchi e dall’altra la giovane che esaspera la sua sofferenza a livello espressivo con una gestualità e una mimica portate quasi agli eccessi. Anche Franz è molto macchiettistico nel suo presentarsi allo spettatore perché ha un portamento e modi di fare ambigui e meschini. A tal proposito in una delle scene superstiti si vede il giovane salutare cordialmente il gendarme sintomo forse, non posso saperlo, che in realtà Möbius non sapesse chi fosse colui che aveva messo incinta la figlia.

gendarmmobius

hoeflich-ratten

da fembio.org

Molto più interessante e delineata la trama di Die Ratten, film di Hanns Kobe, di cui sinceramente non ho visto altro. Siamo nel 1921 e nonostante si stia entrando in pieno periodo espressionista, il film riprende alcuni film precedenti dedicati ai reietti e ai bassifondi che nel mio immaginario si esemplificano in Christian Wahnschaffe di Urban Gad e con Conrad Veidt (1920). Purtroppo la parte iniziale è mancante e le vicende sono tutt’altro che semplici. Questa è la mia ricostruzione:

Pauline Piperkarcka (Marija Leiko) viene convinta dalla signora John (Lucie Höflich) a venderle il proprio bambino. Pauline non sarebbe infatti in grado al momento di mantenerlo e la donna, sterile, è ossessionata dall’idea di avere un bambino. Il Signor John (Eugen Klöpfer) si ritrova dunque un bambino in casa ma è talmente sempliciotto da non rendersi bene conto di cosa sia successo. Ecco le complicazioni: la signora John ha un fratello, Bruno (Emil Jannings), che passa il tempo facendo piccole azioni illegali. Quando Pauline decide di volersi riprendere legalmente il figlio (riesce a registrarlo all’anagrafe prima che possa farlo la donna), la situazione degenera a tal punto che Bruno arriva ad ucciderla. Il finale è dolorosissimo: Bruno viene arrestato e il Signor John scopre finalmente cosa è accaduto. Distrutta dal dolore per la perdita del bambino che ha sempre desiderato la Signora John si getta dalla finestra e perde la vita.

Ho volutamente tagliato una sottotrama in tutto questo in cui veniva ad inserirsi un ulteriore bambino di una vicina inizialmente scambiato per il figlio di Pauline e che perderà la vita. Oltre a questo compare ogni tanto il Signor Harro Hassenreuter (Hermann Vallentin), che sembra essere un uomo rispettabile pur avendo delle amanti più giovani di lui (ma non ne ho capito bene il ruolo all’interno della vicenda).

Come potete immaginare Emil Jannings e Lucie Höflich sono il centro del film a livello recitativo ed è particolare pensare che proprio nel 1921 ebbero un rapido matrimonio. I loro personaggi colpiscono molto pur comportandosi e presentandosi in maniera molto diversa. Bruno è spavaldo e un po’ sopra le righe nel modo di fare. Ama fare il piacione ed essere al centro dell’attenzione degli altri. La Signora John è una donna amorevole che però finisce vittima della sua debolezza più grande: l’impossibilità di essere madre. Questo lo porterà a scendere sempre più nel fondo della morale con una spirale che finirà per colpire anche il fratello che si macchierà di un omicidio. Bellissime le scene finali in cui la donna protegge la culla dove si trova il bambino in maniera quasi ferina e lasciandosi ormai andare ai fumi della follia capito di stare per perdere tutto.

Al di là del racconto in sé è proprio il modo in cui viene girato ad allontanarlo dal cinema dell’epoca. Siamo quasi in un contesto naturalista e, nel catalogo, il film viene segnalato come sorta di precursore della Nuova Oggettività. Su questa questione, come detto sopra, io ci vedo più un legame con le produzioni locali precedenti. I personaggi femminili sono nel film quasi asessualizzati e, esclusa la Signora John, molto androgini. Questo espediente è stato adottato, nel caso di Pauline, con un trucco molto marcato e la quasi totale copertura dei capelli di cui si mostra solo una frangetta che arriva sopra agli occhi dell’attrice. A proposito di vestiario da notare quello di Jennings molto alla apache zalamortiano.

Concludendo abbiamo due film con Lucie Höflich entrambi legati per certi versi alla maternità con da una parte una non voluta gravidanza terminata con la morte prematura del nascituro e una terribile vendetta, dall’altra tutto è mosso dalla sterilità di una donna e dalla sua ossessione per ottenere ciò che la natura gli ha tolto. In tutto questo emerge l’attrice con la sua forte presenza scenica e capacità di mostrare i suoi sentimenti prima con una gestualità esasperata e poi con un crescendo drammatico che porterà a delineare sempre più nel suo personaggio i sintomi della follia che la porteranno alla morte.

Il Cinema Ritrovato 2021 è iniziato piuttosto bene. Cosa ci riserveranno i prossimi giorni? Continuate a seguire queste pagine per scoprirlo!

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