Quel giorno smise di ridere: la mistificazione di Virginia Rappe nella Hollywood delle origini

241466535_988189852002922_5337504366471482541_nEsattamente cent’anni fa Hollywood fu travolta dal suo primo grande scandalo: il comico più famoso del tempo, Roscoe “Fatty” Arbuckle, fu incriminato per lo stupro dell’attrice Virginia Rappe, che morì pochi giorni dopo per le lesioni riportate. In seguito a questa tragedia le major furono costrette ad adottare il famigerato “Codice Hays” per ripulire la propria immagine: in tal modo le produzioni hollywoodiane furono obbligate a pesanti censure per decenni.

L’accaduto

Prima di andare avanti, ricordiamo i fatti: il 5 settembre 1921 migliaia di americani festeggiavano il “Labour Day” e tra questi c’era anche “Fatty” Arbuckle. La sua celebrità era all’apice: solo Charlie Chaplin gli stava alla pari e aveva appena siglato con la Paramount un contratto da un milione di dollari l’anno, una cifra mai raggiunta prima da un attore.

240432817_924747558253100_3454519740271859671_nIl comico aveva appena girato tre film in simultanea e così decise di concedersi una pausa a S. Francisco: prenotò tre suite comunicanti al prestigioso St. Francis Hotel e per il 5 settembre organizzò una festa sontuosa con alcool a fiumi, nonostante si fosse in pieno proibizionismo.

A questa festa prese parte anche Virginia Rappe, che risiedeva nel vicino Palace Hotel e venne invitata quella mattina da una telefonata. Virginia era un’attrice e fino ad allora aveva ricoperto solo ruoli secondari; aveva già conosciuto Arbuckle e si presentò al party in compagnia di un’amica, Maude “Bambina” Delmont. Nel primo pomeriggio Virginia Rappe si allontanò dagli altri ed entrò nella stanza 1219; dopo di lei, anche un alticcio Arbuckle fece lo stesso. Le testimonianze su ciò che accadde dopo sono discordi: alcuni invitati sostennero che i due fossero rimasti nella stanza per dieci minuti, altri che fosse passata un’ora. Di certo c’è che in un momento indefinito Arbuckle uscì dalla stanza perché Virginia Rappe stava avendo una crisi: l’attrice urlava di dolore e si strappava istericamente gli abiti di dosso. 241329646_381769599972903_2847116264306063238_nI presenti tentarono di soccorrerla con rimedi improvvisati ma la crisi non scemava perciò Arbuckle, dopo alcuni momenti di indecisione, prenotò una nuova stanza e vi fece portare la ragazza; lì le furono prestate le prime cure da un paio di medici. Nel frattempo il party proseguiva e la mattina dopo Roscoe Arbuckle partì per Los Angeles; quattro giorni dopo Virginia Rappe morì in ospedale per una peritonite provocatale dalla rottura della vescica.

William Hays Salvatore

dopo l’omicidio di Taylor, William Hays viene rappresentato come il salvatore da tutti gli scandali di Hollywood

Maude Delmont, l’amica di Virginia, sporse denuncia contro Arbuckle per stupro e omicidio colposo e da quel momento cominciò per il comico un declino vertiginoso da cui non si sarebbe mai più ripreso:subì tre processi, al termine dei quali fu assolto con formula piena, ma nel corso di essi i media dipinsero a tinte fosche ciò che era avvenuto durante il “Labour Day Party”; il caso divenne l’emblema della depravazione hollywoodiana (solo l’anno prima si era verificata la morte prematura dell’attrice Olive Thomas, coinvolta in torbidi giri di droga; pochi mesi dopo, il 1 febbraio del 1922, il regista William Desmond Taylor fu ucciso nella sua villa con un’arma da fuoco e il delitto è tutt’ora insoluto). L’intera industria del cinema fu travolta dalle critiche dei benpensanti per aver alimentato questi eccessi e così i produttori, allarmati dalle proteste e dai boicottaggi che giungevano dai media e dal paese, corsero ai ripari: accettarono di sottoporre i propri film a un rigido controllo censorio per ripulirsi agli occhi del pubblico e per questo fu creato il famigerato “codice Hays”. Fatty Arbuckle, dal canto suo, non riuscì più a tornare ai fasti di un tempo e fu costretto a dedicarsi alla regia sotto pseudonimi; dodici anni dopo, subito dopo aver firmato il primo contratto che gli avrebbe consentito il ritorno da protagonista sul grande schermo, morì per un infarto all’età di 46 anni.

La copertura del caso

241410049_1219469295238285_3243129807419215618_nIl caso è stato oggetto nel tempo di diverse trattazioni: la più nota è “The Day the Laughter Stopped” (1976) del criminologo inglese David Yallop. Un’altra celebre pubblicazione che si occupa del caso è “Hollywood Babilonia” (1959) di Kenneth Anger, considerata la Bibbia dei gossip hollywoodiani. Al momento solo queste due opere risultano tradotte in Italia; in lingua inglese ne sono presenti altre più recenti: una di esse è “Frame-up!” (1991) dello scrittore Andy Edmonds, un’altra è “Room 1219” (2013) dello studioso di cinema Greg Merritt.

Tutte queste pubblicazioni, eccetto l’ultima, hanno qualcosa in comune: si concentrano quasi esclusivamente su “Fatty” Arbuckle. Ciò è comprensibile considerando che gli autori sono appassionati di cinema; un cinefilo non rimane indifferente di fronte al declino precipitoso di una stella.

241212485_4892175620798075_542225966953160182_nIn aggiunta a questo, però, sono stata colpita anche da un altro aspetto: il modo in cui viene rappresentata o è assente la figura di Virginia Rappe. Come ho scritto, Virginia pagò il prezzo più alto a seguito dell’infausto “Labour Day Party” ma, a dispetto di questo, la sua figura viene spesso rappresentata – quando viene rappresentata – con toni sprezzanti, alimentati dal vasto campionario di maldicenze diffuso al tempo dello scandalo. In un primo momento, infatti, l’attrice venne dipinta dai giornali come una fanciulla senza macchia, vittima delle torbide attenzioni di Arbuckle. Successivamente, all’incirca dal secondo processo in poi, la sua rappresentazione cambiò di tono: la ragazza innocente diventò una squallida attricetta affetta da molteplici malattie veneree, alla ricerca di un uomo da accalappiare; il sottinteso era che, in un certo senso, Virginia si fosse creata da sola i presupposti per la sua fine.

241338827_559073452175332_5826836767658533822_nIl processo di colpevolizzazione della Rappe non è rimasto circoscritto al suo tempo ma è sopravvissuto fino a oggi soprattutto grazie a due opere: la prima è “Hollywood Babilonia”, un compendio di pettegolezzi che qualsiasi ricercatore serio esiterebbe a usare come fonte. Purtroppo i contenuti del libro sono stati sottoposti raramente a un esame rigoroso, col risultato che le menzogne contenute al suo interno si sono radicate nell’immaginario collettivo. L’altra fonte largamente responsabile di perpetuare questa immagine di Virginia Rappe è “The Day the Laughter Stopped”: l’autore di questo saggio, mosso dall’intento evidente di riabilitare l’immagine di Arbuckle, non ha esitato in più occasioni a trattare con disprezzo la figura dell’attrice, quasi come se la sua fine fosse una perdita accettabile in confronto alla carriera distrutta di Fatty Arbuckle. Eppure chi ama il cinema dovrebbe saper apprezzare il talento dei suoi fautori anche quando il loro spessore umano si rivela non all’altezza della loro arte; l’ammirazione per un attore, persino un grande comico come Arbuckle, non può passare attraverso la distruzione di un’altra persona, perché in questo modo non solo viene meno l’onestà intellettuale ma si sta mistificando quello stesso attore che si vuole proteggere attribuendogli un’identità che non gli appartiene.

Questo meccanismo è ancora oggi largamente diffuso e lo troviamo di frequente nei casi di cronaca nera, quando le donne vittime di violenza subiscono un processo di colpevolizzazione: descrivendone il passato, le abitudini, l’abbigliamento, i media giustificano indirettamente gli abusi patiti da queste donne, “colpevoli” di non essere state capaci di evitarli, come se questa fosse una loro responsabilità. 241443790_1704363109952853_1821456283599737362_nA distanza di un secolo è sconcertante osservare le affinità tra ciò che avviene oggi e ciò che è accaduto a Virginia all’indomani della sua morte. Tuttavia, a differenza di cento anni fa, oggi disponiamo di maggiori strumenti critici per esaminare la vicenda e i suoi protagonisti con maggiore obiettività; soprattutto, abbiamo una maggiore consapevolezza delle discriminazioni di genere a cui è soggetta una donna in casi come questo.

Muovendo da queste considerazioni, nei prossimi articoli sarà mio intento esaminare la vicenda con un’ottica (spero) più oggettiva rispetto a quelle summenzionate. Nel corso della mia disamina mi avvarrò di alcune scoperte recenti e cercherò di costruire un’immagine più veritiera sia di Arbuckle sia di Rappe; in particolare, sarà mia premura trattare quest’ultima con maggior scrupolo rispetto a quanto è stato fatto in passato, nella convinzione che l’onestà sia la politica più adatta a restituire la dignità a soggetti defraudati da un secolo di mistificazioni.

Bibliografia:

  • Kenneth A., Hollywood Babilonia, Adelphi edizioni, Milano 1979.
  • Merritt G., Room 1219, Chicago Review Press, Chicago 2016.
  • Yallop D., Quel giorno smettemmo di ridere, Tullio Pironti editore, Napoli 1986

4 pensieri su “Quel giorno smise di ridere: la mistificazione di Virginia Rappe nella Hollywood delle origini

  1. Qui si sta parlando di un grande attore e regista a cui è stato tolto tutto. L’amore che il pubblico nutriva per lui, la pace interiore, la possibilità di lavorare come desiderasse e anche parte della sua eredità artistica. Nell’articolo si dimentica di dire come molti dei migliori film di Arbuckle oggi siano persi per sempre proprio per il cieco, bieco desiderio di distruzione a cui venivano sottoposti i materiali relativi alla sua produzione cinematografica. Ostracismo dettato soltanto dalla campagna denigratoria dei giornali.
    Lei cosa vorrebbe ricostruire, dopo cento anni?
    Di quale nuova fonte ha la presunzione di disporre?
    Dopo che tutto è stato volgarmente dato in pasto alle più pruriginose velleità editoriali prima ancora che suo padre o suo nonno nascessero.
    Il femminismo non c’entra nulla con tutto ciò, ne è solo contorta strumentalizzazione.

    • Gentile Lorenzo G. Tremarelli se avesse davvero letto l’articolo in questione noterebbe che l’intento non è quello di infangare ulteriormente il nome di Arbuckle, come peraltro fatto già ampiamente in passato, bensì di restituirne un’immagine quanto più vicina alla realtà, per quanto ciò sia possibile dopo un secolo. Forse, prima di esternare opinioni avventate, dovrebbe chiedersi
      A. se ciò che ha appena letto è effettivamente ciò che ha compreso a una prima lettura
      B. se non sia il caso di considerare altri punti di vista, egualmente validi, in aggiunta al suo – posto che abbia un minimo di onestà intellettuale naturalmente.
      La invito dunque a leggere anche i prossimi articoli che pubblicherò su questo caso: al di là di tutto, avrei piacere a sapere da altri il loro parere al riguardo.
      Sempre a disposizione,
      Esse

    • Più che femminismo, si tratta di considerare il dramma dell’uno, la cui vita è proseguita ma con notevoli difficoltà personali e sociali, e dell’altra, la cui esistenza si è interrotta senza sapere bene neanche in che modo e la cui fama pare essere agganciata più a dicerie che a testimonianze effettive.

Rispondi a EsseAnnulla risposta