La maschera d’oro (Die Pratermizzi) – Karl Leiter, Gustav Ucicky (1927)

Maschera d’oro (Die Pratermizzi), diretto da Karl Leiter e Gustav Ucicky, è uno di quei melodrammi degli anni ‘20 che sembrano vivere soprattutto di contrasti. Contrasto tra classi sociali, tra desiderio e innocenza, tra il volto reale e quello nascosto dietro una maschera. Ma soprattutto è un film che sfrutta la sua ambientazione viennese come elemento narrativo fondamentale, trasformando il Prater in un luogo sospeso tra sogno romantico, illusione e tragedia.

Tutto nasce quasi per caso. Al Prater di Vienna un misterioso uomo organizza un appuntamento al buio con il barone Christian von Lautenwald (Igo Sym). È così che Christian incontra Maria, detta Pratermizzi o semplicemente Mizzi (Anny Ondra), ragazza semplice e spontanea che lavora nel celebre parco divertimenti viennese. Tra i due nasce immediatamente un sentimento sincero, ma il destino interviene presto a complicare ogni cosa. Christian infatti conosce al Grand Hotel la ballerina Valette (Nita Naldi nella sua ultima apparizione cinematografica). Il barone inizialmente la ignora e proprio questo rifiuto accende nella donna un desiderio quasi ossessivo di conquista. Valette decide allora di sedurlo e, quando finalmente ci riesce, sparisce misteriosamente. Christian la segue e finisce intrappolato in una relazione morbosa e ambigua. La donna infatti danza sempre mascherata e ciò che l’uomo non può sapere è che dietro quella maschera si cela il volto devastato dalla malattia di un’altra ballerina (Hedy Pfundmeyer). La scoperta sconvolge Christian al punto da lasciarlo paralizzato e costretto su una sedia a rotelle. Valette lo assiste e lo tiene accanto a sé non tanto per amore quanto per preservare il proprio segreto. Nel frattempo Mizzi aspetta inutilmente il ritorno dell’uomo che ama e crede di essere stata abbandonata. Ancora una volta interviene il misterioso uomo del Prater che prova a far riavvicinare i due innamorati, mentre Valette, ormai completamente consumata dalla gelosia e dal desiderio di possesso, tenta addirittura di eliminarlo. Christian, esasperato e disperato, decide infine di togliersi la vita proprio nel luogo dove tutto era iniziato: il Prater. Ma sulla ferrovia della grotta ritrova improvvisamente Mizzi e, in uno di quei finali miracolistici tipici del melodramma dell’epoca, recupera anche l’uso delle gambe.

Maschera d’oro lavora costantemente su archetipi molto chiari e riconoscibili. Da una parte troviamo la femme fatale sofisticata e seducente rappresentata da Valette, dall’altra la figura quasi angelicata di Mizzi, povera ma sincera, spontanea e genuina. È una contrapposizione estremamente classica, persino prevedibile, ma il film riesce comunque a renderla interessante grazie ad alcuni ribaltamenti narrativi ben costruiti e a un tono che oscilla continuamente tra il melodramma sentimentale e il feuilleton più morboso.

Il personaggio di Valette non è soltanto una seduttrice manipolatrice, ma anche una donna indipendente che pretende di essere desiderata e riconosciuta. La sua ossessione nasce proprio dall’essere ignorata da Christian e il film sembra quasi suggerire come il desiderio maschile sia necessario alla sua stessa esistenza. Allo stesso tempo però la maschera dietro cui si nasconde trasforma il personaggio in qualcosa di profondamente tragico. Non siamo lontani da certe figure del gotico o addirittura da alcune future ossessioni horror legate al doppio volto e all’identità nascosta. Anny Ondra, invece, porta sullo schermo la sua consueta vitalità. Mizzi è il personaggio della luce e della semplicità, quasi sempre associata agli spazi aperti del Prater e alle attrazioni popolari. La sua presenza alleggerisce continuamente il tono del film e rende ancora più evidente il contrasto con gli ambienti eleganti, chiusi e soffocanti frequentati da Valette.

Uno degli elementi più interessanti del film è proprio il ritorno del tema del doppio, qui strettamente collegato al corpo e alla disabilità. Valette esiste infatti attraverso due identità: quella della seduttrice elegante e desiderabile e quella nascosta dietro il volto sfigurato. La maschera non serve soltanto a celare una deformità fisica, ma diventa lo strumento attraverso cui il personaggio può continuare a vivere il desiderio e il riconoscimento sociale. In questo senso il film riprende un tema molto presente nel cinema muto europeo: il timore della deformazione del corpo e della perdita dell’identità. Anche Christian entra però in questa dimensione di sdoppiamento. Prima è il giovane aristocratico sicuro di sé e pienamente inserito nel mondo mondano viennese, poi diventa improvvisamente un uomo immobilizzato e dipendente dagli altri. La disabilità è quindi estremamente presente all’interno della narrazione e non soltanto come espediente melodrammatico. La sedia a rotelle di Christian modifica completamente i rapporti di forza tra i personaggi: Valette acquisisce il controllo assoluto su di lui, mentre Mizzi resta esclusa da quel mondo chiuso e malato in cui l’uomo si è ritrovato intrappolato. Anche il recupero finale della capacità di camminare, del tutto irrealistico, risponde perfettamente alle logiche emotive del melodramma muto, dove il sentimento e il ricongiungimento amoroso possono arrivare addirittura a guarire il corpo.

Uno degli aspetti più affascinanti del film resta però proprio la rappresentazione del Prater viennese. Vengono mostrate numerose attrazioni storiche, tra cui naturalmente la celebre ruota panoramica, ma anche la suggestiva ferrovia della grotta che diventa addirittura il luogo chiave del finale. Oggi il film possiede quindi anche un valore documentaristico involontario, perché permette di osservare uno dei luoghi simbolo di Vienna agli inizi del Novecento. Il Prater non è soltanto uno sfondo pittoresco, ma uno spazio sospeso tra realtà e fantasia dove possono convivere amore, morte, inganno e rinascita.

Il film nel complesso resta assolutamente godibile. Certo, i cliché melodrammatici sono numerosi e alcune soluzioni narrative risultano decisamente improbabili, soprattutto nel finale, ma il ritmo riesce quasi sempre a mantenersi vivo grazie ai continui colpi di scena e a una messa in scena elegante. Maschera d’oro non è probabilmente uno dei grandi titoli del cinema muto viennese, ma possiede un fascino particolare proprio per questa sua natura sospesa tra melodramma popolare, racconto romantico e oscuro gioco di maschere.

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