The Last Man on Earth, diretto da J. G. Blystone, è un film muto comico di fantascienza che lavora su un’idea tanto semplice quanto radicale: cosa succede se il mondo perde improvvisamente tutti gli uomini adulti? A partire da questo punto di partenza quasi distopico, il film costruisce una satira sociale che alterna comicità slapstick, elementi fantascientifici e una sorprendente vena di critica ai ruoli di genere.
Elmer Smith (Earle Foxe) è un giovane goffo e sostanzialmente inadeguato, rifiutato da Hattie (Derelys Perdue), la ragazza che ama fin dall’infanzia. Ferito e incapace di integrarsi, nel 1940 decide di isolarsi nei boschi e vivere come eremita. Ma mentre lui si allontana dal mondo, il mondo cambia in maniera irreversibile: una misteriosa epidemia, la “Masculite”, elimina tutti gli uomini sopra i quattordici anni. Nel 1950 Elmer scopre così di essere l’ultimo uomo sulla Terra. Quello che segue è una deriva narrativa sempre più surreale. Elmer viene trovato dalla Tea House Gang e addirittura messo all’asta, diventando una sorta di oggetto di contesa politica ed economica. Il governo lo acquista per dieci milioni e subito si apre una competizione tra senatrici che rivendicano il diritto di “possederlo”. La situazione degenera fino a trasformarsi in un incontro di boxe che dovrebbe stabilire chi avrà Elmer come ultimo uomo del pianeta. Proprio durante questo combattimento, Elmer rivede Hattie, finalmente disposta a ricambiare il suo amore.






Il film si inserisce chiaramente in un immaginario post-pandemico che, pur essendo costruito in chiave comica, non è così lontano da paure reali del periodo. L’idea di una malattia globale che elimina selettivamente una parte dell’umanità riflette infatti un’ansia molto diffusa nel primo Novecento, ancora segnata dall’esperienza della Spagnola e da una crescente fiducia ambivalente nella medicina moderna: da un lato capace di salvare, dall’altro potenzialmente distruttiva o incontrollabile.
Interessante è anche la costruzione della società femminile che emerge dopo la scomparsa degli uomini. Il film la rappresenta come una sorta di mondo speculare e grottesco, in cui le donne finiscono per imitare comportamenti maschili, quasi a dimostrare che il potere non cambia davvero natura ma si limita a essere riassegnato. È una satira piuttosto esplicita del patriarcato, anche se filtrata attraverso la comicità slapstick e l’esagerazione caricaturale tipica del cinema muto. Le sequenze di massa, in particolare quelle in cui le donne reagiscono alla presenza di Elmer, sono costruite su un delirio collettivo che sfiora il comico puro: anche figure apparentemente fragili o impossibilitate, come donne su sedia a rotelle, riacquistano improvvisamente energia nel momento in cui “ritrovano” l’ultimo uomo sulla Terra. È una scelta volutamente eccessiva, che spinge il concetto di desiderio e scarsità fino al parossismo.






Accanto a questa componente sociale ritorna anche, in modo quasi contraddittorio, il tema della fiducia nella scienza. L’idea che la medicina possa alla fine “riparare” tutto resta sempre sullo sfondo, come se il film oscillasse tra catastrofismo e ottimismo tecnologico senza mai scegliere davvero una posizione netta. Il problema principale dell’opera sta però nella costruzione comica del protagonista. Elmer è un personaggio volutamente macchiettistico, costruito su una comicità fisica fatta di smorfie e gesti ripetitivi che, alla lunga, rischiano di risultare più irritanti che efficaci. La sua inadeguatezza è il motore della narrazione, ma non sempre riesce a sostenere il ritmo del film. Anche la lunga sequenza del combattimento di boxe, che dovrebbe rappresentare il climax narrativo, risulta dilatata oltre il necessario e priva di una reale tensione. Il finale, già ampiamente intuibile, non riesce a sorprendere e conferma la natura più satirica che realmente narrativa del film.
Nel complesso, The Last Man on Earth resta un esperimento interessante di fantascienza comica muto, più significativo per le sue idee (la pandemia selettiva, il ribaltamento dei ruoli sociali, la mercificazione dell’individuo) che per la sua riuscita narrativa. Un film che funziona meglio come distorsione sociale e allegoria che come racconto davvero coinvolgente.