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Archive for the ‘Fantascienza’ Category

Příchozí z temnot – Jan Kolár (1921)

gennaio 11, 2018 Lascia un commento

Příchozí z temnot è un film molto interessante, purtroppo poco noto, ma che merita di essere riscoperto come molta della produzione muta dell’allora Cecoslovacchia. Il titolo può essere tradotto con “L’Uomo venuto dalle Tenebre” e proviene da un soggetto di Karel Hloucha sviluppata da Jan Kolàr. Vi avevo detto che il progetto di Fantascienza era probabilmente finito, eccomi smentito perché Hloucha è uno dei pionieri della fantascienza del ‘900 e Příchozí z temnot rientra a conti fatti in un genere horror-fantascientifico. In realtà questa è l’occasione per dare il via a un progetto che mi ripropongo da tanto tempo dedicato ai muti cecoslovacchi (come vedremo solo un numero ristretto dei film prodotti allora sarebbero oggi considerati slovacchi, la maggioranza, come questo ad esempio, è di produzione ceca).

Bohdan Dražický (Theodor Pištěk) è un ricco possidente appassionato di libri antichi, passione che spesso sovrasta quello per la bella moglie Dagmar (Anny Ondra). Così il malvagio Richard Bor (Vladimír Majer), da sempre innamorato di Dagmar, decide di preparare un tranello mortale al suo rivale in amore: gli regala un libro con all’interno una storia bizzarra sui segreti della torre nera che troneggia tra i possedimenti di Bohdan. Preso dalla lettura, Bohdan decide quindi di andare a visionare il misterioso rudere di persona. Qui lo aspetta però Bor che, con una ingegnosa trappola, lo mura all’interno della torre con la speranza di essersi definitivamente liberato di lui. Non tutto va come previsto: Bohdan, vagando nella torre, scopre un laboratorio da alchimista con all’interno un corpo esanime e delle istruzioni su come rianimarlo. Costui è Ješek Dražický, “l’Uomo venuto dalle tenebre” (Karel Lamač), che in passato aveva amato alla follia Alena (sempre Anny Ondra) che però, come nella migliore delle tradizioni, era morta giovanissima. Spinto dal dolore, egli aveva appreso dall’alchemista Balthasar Borro (ancora Vladimír Majer) il modo per entrare in uno stato di morte apparente da cui si sarebbe risvegliato per ricongiungersi con la sua amata. Inutile dire che Ješek, una volta rianimato, tenterà di rapire Dagmar in quanto vede in lei la reincarnazione della sua amata Alena. [se non volete sapere la fine non leggete a partire da qui] Così mentre Bohdan finge di essere ancora rinchiuso nella torre, “l’uomo venuto dalle tenebre” rapisce Dagmar e nella fuga uccide Bor. Accortosi del terribile potere dell’uomo, Bohdan decide allora di distruggere la torre maledetta per porre fine all’esistenza del malvagio uomo del passato. L’esplosione è tanto potente che…Bohdar si sveglia di colpo e scopre di essere ancora nel suo studio con in mano il libro datogli da Bor. Che sia stato tutto un sogno? Giunge improvvisamente una notizia terribile, Bor viene ritrovato morto e proprio nello stesso punto in cui “l’uomo giunto dal passato” lo aveva ucciso nel sogno. Cosa sarà accuduto realmente?

Il film è interessante ma ci sono degli elementi che purtroppo non rendono del tutto godibile la sua visione. Prima di tutto Příchozí z temnot non è al momento edito in dvd e circola solo in una vecchia proposizione su Česká televize 1 (la loro Rai per intenderci). Inoltre quella versione è gravemente mutila e la parte centrale in cui si comprende cosa è accaduto e da dove proviene questo uomo del passato è del tutto mancante. Inoltre alcuni dialoghi sono davvero poco profondi e non poche risate ha scatenato il commento di Bor a seguito della scoperta della provenienza di Ješek riassumibile con un “sai che vengo dal passato?” “wow, incredibile! Scusami ma adesso devo andare a fare una cosa…”. Inoltre alcune scene che dovrebbero essere ricche di pathos, risultano piuttosto oscure, quasi troppo ponderate, creando più che altro confusione nello spettatore. Ripeto comunque che questa sensazione potrebbe provenire anche dallo stato in cui si trova il film. Passiamo invece alle note positive: personalmente ho molto apprezzatto l’ambientazione e devo dire che il regista è riuscito a ottenere un’atmosfera tenebrosa che giova molto al film. La recitazione non mi ha affatto deluso, in particolare per quanto riguarda i ruoli maschili visto che Anny Ondra qui non ha particolari possibilità di far vedere quanto è in grado di fare. Anny Ondra che, per chi non avesse seguito la rassegna sui film muti di Hitchcock, è stata la prima “musa” del Maestro del Brivido recitando in due ottimi film come L’isola del peccato (The Manxman) e Ricatto (Blackmail) entrambi del 1929. Insieme a Ondra troviamo anche il futuro marito Karel Lamač, qui nei panni di attore come “l’uomo del passato”, ma che, come vedremo, ebbe un’ottima carriera come regista che proseguì anche con l’avvento del sonoro. Per concludere sebbene la trama non sia originalissima, il film è comunque ben sviluppato e una bella ambientazione condita da una recitazione di buon livello fanno del film un’opera decisamente apprezzabile.

Insomma nonostante tutti i difetti di cui Příchozí z temnot è ricco, mi permetto di consigliare la visione a chi ne ha la possibilità. Il motivo è semplice, questo film è uno specchio che ci permette di vedere come il filone horror veniva sviluppato in un luogo tanto vicino alla Germania, una delle grandi patrie dei film relativi a questo genere.

 

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Aggiornamenti fantascientifici

ottobre 25, 2015 1 commento

Con colpevo ritardo ecco alcuni aggiornamenti al progetto fantascienza segnalatami, quasi un anno fa, dal gentilissimo Oskis War. I corti qui di seguito seguono in parte schemi già visti in precedenti corti, magari ampliandoli e rendendoli più enteressanti. La costante sono le macchine volanti, come spesso accade nella fantascienza di quegli anni. Si passa da viaggi straordinari in giro per i pianeti e non solo, fino a un futuro per la polizia nel mitico anno 2000. Unico corto a discostarsi è il divertente Electric Transformation che gioca su fantasiosi impieghi per la corrente elettrica.

– A la conquête de l’air – Ferdinand Zecca (1901)

Prima versione di corti relativi alle macchine volanti tipo The Twentieth Century Tramp di Edwin S. Porter (1902) o il più articolato Rescued in mid air di Percy Stow (1906). In pochi minuti un uomo fluttua magicamente nell’aria con il suo trabiccolo volante. Di Ferdinand Zecca avevamo avuto modo di parlare alcune volte in passato (fu autore di una versione di Quo Vadis?), qui finalmente lo vediamo brevemente all’opera.

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– Electric Transformations – Percy Stow (1909)

Uno scienziato riesce a trasformare le fattezze delle persone attraverso l’elettricità. Una signora ne fa le spese quando si ritrova con l’aspetto dell’inventore. Ci penserà un’altra ragazza a riportare tutto alla normalità…o quasi.

Carine le fasi di trasformazioni e divertente l’idea, comunque niente di straordinario. In generale il film rientra nel genere di “esperimenti con l’elettricità”, che si pensava potesse rivoluzionare il mondo molto più di quanto non avesse fatto.

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– La Police en l’an 2000 – Anonimo (1910)

Questo divertente corto è dedicato ad un’immaginaria polizia del 2000, in grado di pattugliare su dirigibili le strade della città. Come fare per catturare i criminali da lassù? Ecco delle fantastiche tenaglie estensibili e una cella provvisoria a bordo dove infilare i malfattori. Terminata la ronda i prigionieri vengono scaricati attraverso un tubo direttamente nella stazione di polizia, cani ruba-salsiccia compresi.

Il corto racconta simpaticamente le aspettative di sviluppo tecnologico per le forze dell’ordine. Come spesso accade in questo periodo l’occhio del regista si sposta verso il cielo. Vederlo nel 2000 vi farà certamente divertire.

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– The Automatic Motorist – Walter R. Booth (1911)

Variante più complessa di The “?” Motorist dello stesso Booth (1906).Il corto ricorda molto i viaggi fantastici di Mèliès, indubbi ispiratori della vicenda.

Quale miglior autista di un robot per due novelli sposi? Il folle guidatore si porterà sulla luna e su saturno il suo inventore, gli sposi, un poliziotto e un cane rimasti aggrappati sul retro della macchina. Arrivati su saturno eccoli attaccati dagli alieni. Finiranno nell’acqua e infine, saranno riportati a terra da un tiro di schioppo.

Storia divertente per le sue trovate che migliora, se possibile, il vecchio episodio di Booth. L’immagine della macchina sui vari pianeti con il poliziotto e il cane attaccati sul retro del mezzo valgono da sole la visione di The Automatic Motorist.

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Liquid Electricity – Stuart Blackton (1907)

dicembre 6, 2014 2 commenti

Grazie all’utente Oskis War sono venuto a conoscenza del fatto che nella serie britannica Hollywood (1980), dedicata al cinema muto americano, in un episodio si trova un frammento dell’introvabile Liquid Electricity (1907) di Stuart Blackton, inventore della Vitagraph nonché grande pioniere del passo a uno e dell’animazione. Nell’episodio numero 11 (su 13) dal titolo Trick of the Light, spunta improvvisamente un estratto dal corto. Il film doveva durare intorno agli otto minuti ed era incentrato su uno scienziato che trovava il mondo di ricavare energia elettrica da un fluido misterioso. Ogni essere a contatto con esso iniziava immediatamente a muoversi a folle velocità anche se l’effetto terminava in poco tempo. Dopo aver provato su di sé il liquido, lo scienziato si diverte a testare la reazione su altre persone come si vede bene dall’estratto presente nel documentario. Il film era anche noto come The Inventor’s Galvanic Fluid, rinominato così proprio per via della capacità del fluido di galvanizzare chi ne veniva a contatto. Il successo del corto spinse Stuart Blackton a presentare un anno dopo The Galvanic Fluid sullo stesso argomento. Questo secondo film, sfortunatamente, non mi risulta sia reperibile in alcun modo. Purtroppo insieme alla splendida notizia del “ritrovamento” del frammento, Oskar mi ha dato anche la triste notizia che Madrid en el año 2000 di Manuel Noriega (1925) è ormai considerato dalla Filmoteca Española come del tutto perduto.

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Algol: Eine Tragödie der Macht – Hans Werckmeister (1920)

giugno 9, 2014 1 commento

Algol è un sistema stellare nella costellazione di Perseo, visibile ad occhio nudo ma estremamente variabile. Nella cultura araba Algol era associato a un demone, Ghul, dal significato del nome “Stella del Demonio”, mentre nella Grecia antica era invece noto come Testa della Medusa. Ma cosa potrebbe succedere se un abitante di Algol scendesse sulla terra? Questo è quanto accade nel dramma di Hans Werckmeister, che porta nella tipica ambientazione espressionista tedesca, un elemento nuovo e fantascientifico.

Robert Herne (Emil Jannings) è un minatore estremamente dedito al suo lavoro. Herne divide le sue ore in minera con Maria Obal (Hanna Ralph) con cui stringe una forte amicizia. La calma non è destinata a durare: un giorno, infatti, nella miniera appare un essere inquientate di nome Algol (John Gottowt) che corrompe l’animo di Herne fornendogli una macchina aliena in grado di produrre energia illimitata, promettendogli che grazie a quel macchinario i lavoratori non avrebbero più dovuto rompersi la schiena in maniera. Grazie a questo Herne diventa presto l’uomo più potente del mondo, ma più diventa potente, più perde contatto con la moglie, e i figli Reginald (Ernst Hofmann) e Magda (Käthe Haack). Presto Magda, stufa della situazione fugge da Maria Obal, ritiratasi in un’area lontana dall’influenza di Robert Herne assieme al figlio Peter Hell (Hans Adalbert Schlettow). Inutile dire che tra Magda e Peter nascerà l’amore. Purtroppo la situazione degenera ulteriormente: Robert Herne è sempre più accecato dal potere e rifiuta di rivelare il suo segreto macchinario. Quando Maria Obal andrà da Robert Herne per chiedere aiuto energetico per la sua area, da lui sempre negato, questi si renderà finalmente conto di quanto il potere lo abbia logorato e, finalmente rinsavito, decide di distruggere per sempre la macchina che tanto dolore ha provocato a lui e ai suoi cari.

Algol è una Tragedia di Potere, come dice il titolo, e riesce davvero bene a mostrare i lati oscuri che un potere assoluto può portare in un uomo di nobili intenti. Si tratta in generale di un film impregnato di morale cristiana e di messaggi messianici. Il potere dato da Algol, è un potere demoniaco, che logora l’animo di chi lo usa non fornendo di fatto alcun beneficio a chi inizialmente doveva averlo. Come sempre la via più facile e senza apparenti patimenti, si rivela in realtà la più distruttiva e finisce per creare disastri ben maggiori di quelli dati da una vita semplice da minatore. Robert Herne, nella sua orgia di potere, perde nel giro di poco tempo l’affetto della famiglia, degli amici ma soprattutto l’amore della popolazione che di fronte al suo comportamento autoritario si rivolterà contro di lui. Pur partendo come rappresentante dei meno agiati, insomma, Herne finisce per diventare come i padroni che tanto aveva disprezzato in passato. Così, un errore tanto grave quanto quello di aver abbandonato la fede, lo porterà alla morte, una morte che sa di redenzione, perché finalmente il protagonista ha saputo ascoltare un amico e vedere il suo operato sotto nuovi occhi, gli occhi della purezza e della fede. Emil Jannings ha dato vita ad un personaggio eccezionale in grado di reggere da solo, con la sua presenza scenica e interpretativa, tutta la vicenda. I cambiamenti psicologici ma anche fisici dei personaggi sono il punto focale di Algol, e questa caratteristica è per Jannings una splendida occasione per dare sfoggio delle sue qualità recitative eccelse. Gli altri attori, seppur bravi, vengono oscurati e passano in secondo piano di fronte alla sua grandezza.  Per chi è appassionato della vita Berlinese dei primi del ‘900 Algol è inoltre una buona occasione per vedere recitare Sebastian Droste, attore e poeta tedesco, qui nel ruolo di un danzatore piuttosto androgino, un ruolo che consolida il suo collegamento con il mondo omosessuale dell’epoca. Andiamo all’analisi fantascientifica: su Fantafilm fanno notare come “gli extraterrestri non si distinguono ancora dagli angeli o dai demoni” nei primi film di fantascienza. Questo è in parte vero, ma sono convinto che la ragione di fondo sia da ricercare, in generale, all’interno del contesto storico-geografico-cultrale in cui si sviluppavano questi film. Per l’Europa in particolare, credo vi fosse la convinzione di fondo secondo cui ciò che era al di fuori del nostro pianeta non poteva che essere relativo al divino. Per forza di cose, quindi, questi esseri non potevano che essere angeli o demoni. Certo, già c’era stata la guerra dei mondi di Wells, ma prima che attecchisse completamente nel Cinema ci sarebbero voluti molti anni.

Con la scusante che fino al 2010 questo film era considerato perduto, non sono ancora uscite edizioni dvd di riferimento. Da anni, ormai, è prevista l’uscita della edizione Filmmuseum con sottotitoli in inglese e un buon restauro. Così non mi è rimasto che visionare una copia pessima, trascrivere tutte le didascalie e tradurle una per una. Un lavoraccio che ha però reso il film ancora più tragico.

Il fantasma del Moulin Rouge (Le Fantôme du Moulin-Rouge) – René Clair (1925)

giugno 6, 2014 1 commento

La storia de Le Fantôme du Moulin-Rouge potrebbe essere la più banale tra tutte e invece…facciamo un passo indietro: Julien Boissel (Georges Vaultier) è un noto deputato perdutamente innamorato della bella Yvonne Vincet (Sandra Milovanoff) che ricambia il suo amore. Sorge però un problema, il padre di lei, Victor Vincet (Maurice Schutz) in gioventù ha compiuto atti illegali e il malvagio giornalista Gauthier (José Davert) minaccia di diffondere dei documenti compromettenti se Yvonne rifiuterà di sposarlo. Colto dal terrore, Victor allontana Julien dalla sua casa negandogli il permesso di rivedere sua figlia. Giunto al Moulin-Rouge per passare il tempo, Julien viene raggiunto dal Dr. Window (Paul Ollivier) che accortosi del dolore del ragazzo gli propone di andare nel suo studio promettendogli di avere il rimedio contro le sue sofferenze. Con uno straordinario esperimento, il dottore riesce a separare l’essenza corporea di Julien da quella inanimata. Julien, sotto forma di spettro, sia aggira quindi per la città facendo scherzi e dispetti a tutti, immemore delle sue sofferenze passate. Sulla vicenda si metterà ad investigare Jean Degland (Albert Préjean), giornalista presso il giornale di Gauthier ma per niente d’accordo con i metodi del malvagio padrone. Inutile dire che dopo aver sbrogliato tutte i complicati fili della trama, non mancherà il lieto fine.

René Clair stupisce come al solito. Da un soggetto apparentemente banale, riesce a creare l’impensabile, mettendo in scena le magie di un fantasma burlone, messo scena attraverso una sovrimpressione attuata piuttosto bene. Dico piuttosto bene, perché rispetto ad un capolavoro come Körklaren di Victor Sjöström, che porta all’apice massimo l’utilizzo di questa tenica, in Le Fantôme du Moulin-Rouge l’espediente non è a mio avisso usato in maniera perfetta e alcune scene tendono ad uscire dalle linee del mio gusto personale. In ogni caso il film colpisce nel segno anche solo per l’inserimento dell’elemento “ectoplasmico” che ravviva decisamente un trama eccessivamente prevedibile. Oltre ad essere prevedibile, il finale non è neanche del tutto chiaro e mi è sembrato decisamente forzato, quasi tirato via per chiudere in fretta una storia che aveva già dato il meglio di sé prima di finire. Se da un lato sceneggiatura non mi ha convinto totalmente, la recitazione, invece, mi ha invece colpito decisamente in positivo. Senza voler togliere a nessuno, l’attore che più mi ha stupito è stato un Albert Préjean in versione Douglas Fairbanks, sempre pronto a scalare edifici e difficili ostacoli pur di raggiungere la verità.

Passiamo ora all’analisi fantascietifica di questo lungometraggio, che in fondo è ciò che più ci interessa per il progetto. Con Le Fantôme du Moulin-Rouge siamo davanti a un tipico filone di fantascienza medico/scientifica. Un medico, tramite studi e macchinari astrusi, riesce a separare l’anima dal corpo di un uomo, togliendolo dalle problematiche del mondo reale e rendendolo libero dai beni terreni. Visti i risultati, speriamo che questa volta la realtà non incontri la fantasia! Con Le Fantôme du Moulin-Rouge, in fondo non ci allontaniamo troppo da Paris qui dort dello stesso anno, decisamente più geniale e che alla componente ectoplasmica contrapponeva un blocco temporale. Difficile sapere quale sia stata la prima attestazione dvritta riguardante i fantasmi, allo stesso modo è altrettanto difficile poterlo capire nel cinema muto, vista l’enorme quantità di film andati perduti. Sappiamo però che a Clair questo espediente piacque particolarmente visto che nel 1935 diresse Il fantasma galante (The Ghost Goes West). E poi, l’immagine del “bacio fantasma” non vi ricorda niente? Chissà che gli autori di Ghost non abbiano visto questo film…

Se si vuole acquistare Le Fantôme du Moulin-Rouge, le alternative sono davvero poche e tutte americane. Consiglio al limite di prendere la versione della Sinister Video, anche per via del prezzo decisamente contenuto.

Ladri, Pazzi e Visionari

Ed eccoci all’ultimo appuntamento con i corti, una sorta di “tutto quello di cui non abbiamo parlato fino ad oggi ma che merita di essere visto“. Sì perché questi quattro cortometraggi sono davvero divertenti e sono davvero meritevoli di essere trattati tutti insieme. Il viaggio per la Fantascienza del Cinema Muto ci ha fatto scoprire tanti cortometraggi interessanti ed è giusto finire in bellezza.

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– El Hotel Electrico – Segundo de Chomón (1905)

Come ci immaginiamo il futuro? Da sempre se pensiamo al nostro futuro tra un centinaio di anni lo immaginiamo pieno di stravaganti invenzioni e ricco di nuove incredibili tecnologie. Era così era anche nel 1905, quando Segundo de Chomón immaginava un Hotel elettrico, altresì un hotel controllato completamente da sistemi elettronici o da computer come diremmo noi oggi. Così quando i due protagonisti del nostro corto arrivano nell’incredibile Hotel Electrico, la loro valigia viene portataautomaticamente nella loro stanza e svutata nei cassetti adeguati ad ogni capo. Poi, una volta giunti nella sala, i due vengono svestiti e pettinati. Pronti finalmente per andare a dormire ecco il dramma, un dipendente ubriaco gioca con l’impianto elettrico e l’Hotel Electrico impazzisce.

De Chomón incanta e diverte con un uso sapiente dello stop-motion e una notevole dose di ironia. Il senso sembra essere lo stesso di molti corti di Méliès ma il messaggio contiene un monito molto attuale, diffidate da controlli completamente elettronici, perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.

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– Le Voleur Invisible – Segundo de Chomón (1909)

Nel 1897 veniva pubblicato The Invisible Man di H.G. Wells, un libro destino a cambiare e ispirare profondamente tutti noi, tanto che ancora oggi, a distanza di quasi 120 anni, la vicenda è ancora nota a tutti. La prima versione francese del libro uscì nel 1901 ma ci vollero otto anni prima che il cinema muto ne fosse ispirato. Il protagonista di questa vicenda, dopo aver acquistato il libro, decide di seguire la fantastica ricetta di Wells per diventare invisibile. L’esperimento ha successo e l’uomo, dopo essersi tolto i vestiti, inizia una nuova sfavillante carriera come ladro inafferrabile.

Anche qui Segundo de Chomón riesce a incantare e divertire grazie all’uso intelligente di effetti speciali godibili ancora oggi. Consiglio caldamente la visione.

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– Onésime horloger – Jean Durand (1912)

Onésime è un personaggio di fantasia interpretato da Ernest Bourbon che prese vita per la prima volta nel 1912, sulla scia di altri personaggi burleschi del cinema muto apparsi prima prima guerra mondiale. Visto l’immediato successo del personaggio, alla prima avventura Onésime gentleman détective ne seguirono tantissime altre, tanto che fino al 1914 ne erano state girate più di 50. Onésime horloger è una storia divertente e affatto banale che cerca di far comprendere a suon di risate che in fondo il tempo è relativo.

Onésime viene designato erede di un suo vecchio zio che ha però posto una clausola. Nella speranza che lo sciocco nipote riesca a maturare negli anni, l’anziano impone che Onésime possa riscuotere la ricca eredità solo dopo che saranno passati vent’anni. Onésime è disperato ma non si rassegna e cerca uno stratagemma per incassare prima il denaro. Un giorno, mentre è intento a leggere un libro sugli orologi, scopre un metodo per velocizzare il passare delle ore. Onésime decide allora di aumentare la velocità dell’orologio centrale del mondo per rendere più rapida la vita e ricevere in meno tempo il denaro. La città inizia allora a prendere ritmi forsennati e tutte le attività quotidiane si svolgono ad una velocità insostenbile. Vengono allora analizzate diverse situazioni di ogni giorno mostrando come esse vengano svolte dopo lo stravolgimento del tempo. Alla fine Onésime, passati i vent’anni più veloci della sua vita, può ricevere finalmente la pensione.

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– The Fugitive Futurist: a Q-riosity by “Q – Gaston Quiribet (1924)

Vi avverto prima di farvi leggere quanto segue. Vedete il cortometraggio in fondo alla pagina prima di leggere, perché The Fugitive Futurist è breve e divertene e non vi consiglio di rovinarvi il finale. Se non vi interessa più di tanto passiamo alla trama:

All’ippodromo un uomo ha appena perso tutto ciò che aveva scomettendo sui cavalli. Mentre questi si è seduto su una panchina desolato, gli si avvicina di soppiatto uno strano signore che trasporta un pacchetto voluminoso. L’uomo racconta di essere un inventore braccato da malviventi che vogliono entrare in possesso di una macchina prodigiosa di sua invenzione, che si trova dentro al pacco, in grado di vedere nel futuro. Davanti ai nostri occhi appaiono così le varie aree di Londra come sono e come dovrebbero essere nel futuro. Quando l’uomo sta per essere conquistato definitivamente di questa invenzione, ecco arrivare due guardie. L’inventore non è che un pazzo fuggito dal manicomio e il pacchetto non contiene altro che mattoni.

L’effetto “liquido” del prima e dopo della varie aree di Londra è davvero molto bello e nel complesso tutto il cortometraggio è estremamente piacevole e avvincente. Gaston Quiribet mette in scena una commedia breve ma estremamente divertente, forse la più bella tra i corti di fantascienza che abbiamo analizzato. Non c’era modo per terminare in maniera migliore i corti del Progetto Fantascienza.

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La Strega di York (The Road to Yesterday) – Cecil B. DeMille (1925)

The Road to Yesterday mi ha decisamente stupito, perché invece di fermarsi nello schema precostruito del suo filone, se ne discosta in maniera piuttosto vincente. Premetto, si tratta del classico film sentimentale/drammatico impregnato di morale cristiana, che solitamente trovo piuttosto stucchevoli per il loro buonismo piuttosto naive. In questo caso, però, lo svolgimento apparentemente semplice viene scosso completamente da un evento inatteso. Due coppie con problemi anche gravi, si trovano sullo stesso treno per motivi diversi, un treno che improvvisamente ha un terribile incidente. Una delle ragazze si ritrova catapultata nel passato dove scopre che le loro vicende hanno radici ben più profondo, e che i protagonisti non sono altro una proiezione nel futuro di personaggi che in un’altra vita hanno partecipato ad una vicenda sangiunosa e traumatica. Andiamo per ordine: la prima coppia è composta da  Kenneth, detto Ken (Joseph Schildkraut) e Malena (Jetta Goudal) Paulton, nel presente sono appena sposati ma non hanno ancora consumato il matrimonio. Ken ha un braccio inutilizzabile e non se ne comprende la causa, e Malena vede l’ombra di quella mano compiere gesti orribili nei suoi confronti, per questo non riesce a concedersi. Dall’altra parte mentre Beth Tyrell (Vera Reynolds) sta per sposarsi con Harriet (Trixie Friganza), incontra un giovane sacerdote protestante, Jack Moreland (William Boyd), con cui sente di avere un legame profondo nel passato. I due si innamorano ma quando Beth scopre la professione di Jack, decide di lasciarlo e rimettersi sul treno. Le due coppie si trovano sul treno per motivi diversi, Jack vuole seguire Beth e Harriet che vanno a sposarsi a San Francisco, Ken sta andando nella città per farsi operare al braccio. Proprio i problemi al braccio hanno portato Ken a non credere più in Dio e dare libero sfogo alla sua anima malvagia. Improvvisamente il treno si scontra con un altro treno e Beth viene trasportata nel passato e, pur mantenendo i suoi ricordi presenti, rivive gli eventi della sua passata vita. Siamo nel medioevo, Ken è un tiranno spregievole che nonostante sia sposato con Malena, accusata dal popolo di essere una strega, vuole a tutti costi sposare la povera Beth. Anche nel passato, Beth incontra Jack di cui si innamora, e quando lei viene catturata e portata a palazzo, lui fa di tutto per riuscire a salvarla. Il finale è tanto sanguinoso, che in Italia dovettero censurarlo. Muoiono tutti tranne Beth. Malena viene mandata al rogo come strega e prima di morire tra le fiamme, lancia una maledizione su di loro: “Through lives and lives – Through hells and hells – till the will that made has unmade – thou shalt pay – and pay – and pay!“. Si torna al presente dove i quattro protagonisti si risvegliano assieme. Jack salva Beth che promette di sposarlo nononstante la tonaca, Ken ritrova l’uso della mano dopo essersi appellato a Dio, e riesce così a liberare dalle macerie Malena. Nella scena finale i quattro si ritrovano in una vecchia chiesa, dove davanti a Dio dichiarano il loro amore reciproco.

Mi sono dilungato molto perché la trama è decisamente contorta e meritava di essere approfondita. Si tratta di uno dei primi film a trattare il tema dei viaggi nel tempo. Anche la scelta di mettere in scena il finale medievale tanto sanguinoso non doveva essere tanto scontato. Ignoro quali siano i contatti tra il film e l’opera teatrale di riferimento, The Road to Yesterday di Beulah Marie Dix e Evelyn Greenleaf Sutherland, ma immagino che questo componente fosse presente anche lì. Per il comparto regia c’è poco da dire, Cecil B. DeMille ha fatto centro, ed è riuscito nel difficile scopo di stupirmi a quasi cento anni di distanza. Gli attori, anche se a tratti un po’ legnosi, si adattano molto bene al loro ruolo romantico e drammatico. Un plauso particolare alla sceneggiatura ben scritta da Jeanie Macpherson  e ai dialoghi, mi pare siano di Howard Hawks, non eccessivi e mai troppo banali. Anche i costumi, specie quelli del passato, sono molto ben curati e non sfigurerebbero di certo di fronte a certe produzioni dei giorni nostri. Nonostante la grande spesa per il film, in America The Road to Yesterday non ebbe propriamente il successo sperato, nonostante i costi di produzione furono superati dagli incassi nella sola America. Fortunatamente il film ebbe un riscontro decisamente felice in Europa.

Le edizioni in DVD attualmente in commercio sono, a mio modesto parere, piuttosto scarse. Entrambe uscite nel 2007 la prima, edita dalla Passport Video, rientra in un cofanetto budget dedicato a Cecil B. DeMille, che di buono ha davvero poco. La versione Sunrise Silents, propone una colorazione poco gradevole, e seppure sia nel complesso migliore dell’altra edizione, non è certo una perla del restauro. Insomma, sospendo il giudizio nella speranza di avere presto una edizione decente.

Aggiornamento: Nel 2013 è uscita un’edizione a cura dell’Alpha Video che dovrebbe essere migliore delle due precedenti.