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Posts Tagged ‘Muti Russi’

La vita per la vita (Zhizn za zhizn-Жизнь за жизнь) – Evgenij Bauer (1916)

aprile 11, 2019 Lascia un commento

Di Evgenij Bauer abbiamo già parlato qui su E Muto Fu, a proposito di quello che è ritenuto il suo capolavoro, Dopo la morte del 1915. Nonostante la sua breve carriera – morì nel 1917 – e l’ambito ristretto della sua produzione, perlopiù incentrata su drammi ambientati nell’alta società, sono molti i suoi film interessanti. Se Dopo la morte è il più conosciuto e citato, bisogna ammettere che non vi è un vero squilibrio tra capolavori e passi falsi nella sua cinematografia: i suoi risultati sono sempre mediamente alti, segno di una mano ferma e di un’idea ben precisa del suo mestiere.
La vita per la vita, anche conosciuto come Una goccia di sangue per ogni lacrima, è il prodotto di una società irrigidita e spenta, colta nel suo culmine formale, a pochi passi dal tracollo bolscevico. La vicenda rispecchia un copione sociale, più che artistico, la sceneggiatura dello stesso Bauer rappresenta e non crea: la contesa tra sorelle, la rinuncia all’individualità, il silenzio preferito allo scandalo, l’ingiustizia per assicurare la stabilità, sono tutti elementi, in quegli anni, quotidiani e vitalmente necessari ad una struttura sociale costruita su apparenza e grado.


Il principe Bartinskij, durante uno dei frequenti incontri dell’alta società, attira le attenzioni di Musja e Nata, entrambe figlie della vedova Chromova. Mentre Musja è figlia naturale, Nata è stata adottata: se non vi sono disparità affettive della madre nei confronti delle figlie, l’eredità è invece del tutto in dote a Musja. Tra Bartinskij e Nata nasce un amore sincero, ma entrambe le famiglie sconsigliano fortemente l’unione; un matrimonio con Musja, al contrario, sarebbe ben vantaggioso per tutti. Bartinskij, anche se inizialmente a malincuore, accetta e Nata, rinunciandovi con devozione filiale, asseconda gli interessi del vecchio Zurov, amico di famiglia e sovrintendente alle economie dei Chromova. Ma la frequente vicinanza tra Bartinskij e Nata rinfiamma presto la loro passione che, se in un primo momento viene tenuta nascosta, successivamente si palesa sempre più sfrontatamente. Pur di non destare scandali, l’infedeltà viene tollerata a lungo; solo alla scoperta di false cambiali intestate a Zurov ma firmate da Bartinskij, che stava già dilapidando il patrimonio della moglie, il caso esplode. Ricorrere alla giustizia pubblica vorrebbe dire mettere in piazza tutti i loro affari privati, così, dopo il tentativo non riuscito di Zurov, è la stessa vedova Chromova ad applicare una giustizia personale, colpendo il principe con un preciso colpo di pistola. Ma un gesto tale sarebbe troppo forte da attribuire ad una signora, troppo sincero, troppo giusto, troppo vero: la buona società non lo sopporterebbe. Meglio rivestirlo di dramma, di pentimento, magari anche di conversione e di conseguenza la versione ufficialmente diffusa parla di suicidio: la colpa è di nessuno, la colpa è di tutti.


Il tocco di Bauer è netto, riconoscibile come se ogni fotogramma fosse firmato. Innanzitutto in quelle inquadrature contenenti carrellate mobili, avanti o dietro – a rivelare o a scoprire l’ambiente – che sono la sua figura retorica più esplicita. Ma qui, ancora più che in Dopo la morte, c’è ovunque un tentativo forsennato e anche un po’ pignolo di moltiplicare la scena e renderla polidimensionale, sovrapposta, viva. L’ambizione di Bauer non sembra tanto quella di fuggire la staticità scenica del teatro, quanto quella di portare la scena in uno spazio reale e cangiante. Ostacoli, separazioni, confini visivi e architettonici, porte, archi, colonne, scale, c’è sempre un punto focale, un qui in cui si agisce e un altrove dove l’azione principale si ripercuote: nella stessa immagine causa e conseguenza. I personaggi si allontanano e si avvicinano alla macchina da presa molto più di quanto si muovano longitudinalmente e tutto questo spazio, continuamente esplorato, suggerisce e sottolinea le distanze tra i personaggi, le dinamiche familiari, le passioni, le solitudini.
Una sceneggiatura non certo originale diventa così, anche grazie ad una drammaticissima e inquieta interpretazione di Vera Kholodnaya, un’opera intensa ed esemplare del primo cinema russo.

Aggiornamenti fantascientifici

Il progetto fantascienza è stato uno dei capisaldi di questo sito negli scorsi anni. Come chi ha seguito gli articoli sul genere saprà, molti di questi film sono, seppur sopravvissuti, difficilmente reperibili e ci sono voluti anni per riuscire a mettere le mani su alcuni di essi. In questa prima puntata di aggiornamenti sulla science-fiction partiamo con alcuni corti recuperati.

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– Aerial Submarine – Walter R. Booth (1910)

Questo primo corto riprende la serie di Booth dedicata ai mezzi di trasporto fantastici (Airship Destroyer, Aerial Anarchist ma anche il celeberrimo The ? Motorist). In Aerial Submarine dei bambini avvistano uno strano sottomarino pirata. I pirati, capitanati da una donna, se ne accorgono e li rapiscono. La fortuna sembra girare dalla parte dei ragazzi: una nave accorre in loro soccorso, ma incredibilmente il sottomarino prende il volo e con un missile la affonda (scena nell’estratto). Per fuggire i bambini decidono allora di danneggiare il motore del sottomarino che precipita ed esplode. Tutti muoiono tranne, ovviamente, i due protagonisti.

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– La Rivoluzione Interplanetaria (Межпланетная революция) – Nikolai Chodatajew, Yuri Merkulov, Zenon Komissarenko (1924)

Interplanetary-Revolution-LeninLa Rivoluzione Interplanetaria è un corto di animazione a chiaro scopo propagandistico. Scacciati dalla terra, i capitalisti, che hanno fattezze decisamente grottesche, fuggono su Marte dove vengono combattuti dai compagni rivoluzionari già giunti sul pianeta rosso. Insomma l’idea di Marte e rivoluzione proposta con Aelita (ovviamente parliamo del libro visto che il film sarebbe uscito qualche mese dopo questo corto), era ben radicata nella testa dei sovietici.

Devo dire che questo corto mi ha spiazzato, sebbene conosca abbastanza l’animazione dell’Europa dell’Est, l’ho trovato eccessivamente grottesco e a tratti decisamente disgustoso. Non è esattamente una visione piacevole, ma per completezza non poteva mancare nella nostra rassegna sulla produzione fantascientifica muta. Piccola chicca la comparsa in un breve spezzone di Lenin che potete vedere nell’immagine.

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– Midstream – James Flood (1929)

midstreamCi sono casi in cui la ricerca di un film diventa una vera caccia al tesoro. Alcuni dei nostri muti fantascientifici sono inclusi all’interno di extra di film che magari c’entrano poco o nulla con il film che stavo cercando. Midstream è in parte uno di questi. Andiamo per grado, secondo la Library of Congress online catalog il film sarebbe conservato per intero presso il CNC (Centre national du cinéma et de l’image animée). In realtà sembrerebbe che non sia proprio così. Il film nasce per essere muto, ma viene poi sonorizzato parzialmente. La scena sonorizzata riguarda vede i due protagonisti a teatro che visionano il Faust di Gounod (foto in basso). Ironia della sorta l’unico frammento noto è proprio questo. Particolarità è che mentre sentiamo l’opera, vengono inquadrati i protagonisti di tanto in tanto che parlano tra loro ma… il loro dialogo non è sonorizzato essendo stato pensato il film come muto. Come potete immaginare questo provoca un certo estraniamento al momento della visione.

Andiamo alla trama: James Stanwood (Ricardo Cortez) noto imprenditore locale, ringiovanisce grazie a seguito di un’operazione in fase sperimentale fatta dal Dr. Nelson (Montagu Love). Inscena quindi la sua morte e si spaccia per suo nipote. Come nelle migliori delle tradizioni incontra una bella giovane, Helene Craig (Claire Windsor), di cui si innamora, dovendo quindi fare i conti con la sua età reale seppur mascherata da quella fisica.

vlcsnap-2018-02-06-15h16m44s579La visione del Faust, che dura quasi 10 minuti, aveva quindi la funzione di creare un parallelismo rispetto la situazione del protagonista, provocandogli una forte emozione. Il film rientra di fatto nel filone fantascientifico perché mostra come attraverso un esperimento scientifico futurista, sia possibile tornare giovani. Diciamo che si tratta di una rivisitazione “scientifica” del Faust stesso, con un Dottore nei panni di Mefistofele. Non possiamo dire molto altro del film se non che questo breve frammento son dovuto andare a ripescarlo nell’ormai esaurita versione Milestone con due dischi del Fantasma dell’Opera di Julian (1925).

Per maggiori informazioni vi rimando alla pagina del film nello splendido sito dedicato a Claire Windsor.

La febbre degli scacchi (Shakhmatnaya goryachka) – Vsevolod Pudovkin, Nikolai Shpikovsky (1925)

Per pubblicizzare il Torneo Internazionale degli Scacchi avvenuto nel Novembre del 1925 a Mosca, venne affidato a Povkin e Shpikovsky  il compito di realizzare una piccola commedia sugli scacchi. Il risultato è un corto molto divertente in cui prendono parte, più o meno attivamente, diversi maestri dell’epoca tra cui spicca l’allora campione del mondo, il cubano Capablanca. Ovviamente non era possibile scomodare i giocatori durante le partite, e bisogna dire che essi appaiono decisamente concentrati nel loro gioco durante le riprese, allora si crearono due personaggi fittizi, due innamorati, la cui vita viene condizionata dalla febbre degli scacchi.

Un ragazzo (Vladimir Vogel) è talmente preso dalla sua passione per la scacchiera da dimenticare il matrimonio con la sua amata (Anna Zemtzova). Ogni cosa gli ricorda il suo gioco preferito e lo costringe a fermarsi e fare le sue mosse. Esasperata, la ragazza decide di lasciare il suo fidanzato e medita il suicidio. Ma il lieto fine è dietro l’angolo e, per assurdo, avviene grazie a Capablanca come vero e proprio deus ex machina. La ragazza, infatti, incontra per caso il campione che la fa appassionare al gioco degli scacchi. I due innamorati possono finalmente giocare insieme.

Questo piccolo corto, colpisce per la sua genuina comicità ed ironia. Grazie a trovate semplici e geniali, la storia fa venir voglia di cominciare una partita. “La febbre degli scacchi” è un’occasione unica per vedere i grandi campioni di scacchi del passato, prima dell’avvio del predominio russo iniziato con Alekhine nel 1927. In Italia il film è edito dalla Punto Zero assieme a “La Felicità” di Aleksandr Medvedkin.

Il Cineocchio (Kinoglaz) – Dziga Vertov (1924)

Con Kinoglaz siamo di fronte ad un film complesso, geniale, difficile ed avanguardistico. Vertov riprende il mondo spinto dalla voglia di rappresentare la realtà nella sua verità, senza filtri, senza trucchi. Ideatore del progetto Kino-Pravda (Cine-Verità), il regista russo si convince che la macchina da presa non è solo capace di catturare la realtà, ma di andare ancora più nel profondo grazie all’utilizzo delle tecniche cinematografiche (fermo immagine, campo-controcampo, riproduzione accellerata, rallentata ecc). La sperimentazione di Vertov era particolarmente adatta ad essere utilizzata dal regime a scopi propagandistici, grazie alla sua capacità di mettere in risalto, attraverso la riproduzione della verità, la gloria della rivoluzione. Anche Kinoglaz è così: una storia di immagini e di volti, un soffermarsi sul percorso di produzione e distribuzione dei beni alimentari, con particolare attenzione sull’attività dei Giovani Pionieri, associazioni di bambini e ragazzi comunisti che ritrovano un riscontro nei Balilla italiani durante il Fascismo. Non so se sono stati effettuate ricerche a riguardo, ma certamente questa pellicola andrebbe analizzata più a fondo da uno studioso di Storia specializzato.

Attraverso immagini in presa diretta della sua Russia, senza attori o copioni, Vertov ci propone la società dei suoi tempi. Kinoglaz è un film difficile da vedere, ma che sa regalare forti emozioni. Nel corso di più di un’ora, il regista russo catturata la vita di una delle più grandi potenze mondiali dello scorso secolo, mettendone in evidenza anche aspetti drammatici e meno adatti ad essere rappresentati (il mercato nero, la pazzia, la tubercolosi, la morte).

Descrivere un’opera di questo tipo è sicuramente difficile, forse sarebbe più facile vederla in tutta la sua complessità. L’obbiettiva “pesantezza” del film è comunque smussata da un’ottima musica di accompagnamento e dai giochi arguti che il regista ci ha regalato attraverso le didascalie. L’originalità e la grandiosità del progetto di Vertov hanno lasciato sicuramente una forte impronta nella storia del cinema: tutt’oggi il solo titolo del film è utilizzato da siti o associazioni di tutti i tipi. Il Cineocchio è stato pubblicato dalla Enjoy Movies in Italia ed è reperibile ad un prezzo molto vantaggioso.

“Sono un occhio. Un Occhio meccanico. Io, una macchina, vi mosterò un mondo in un modo che solo io posso vedere” – Dziga Vertov