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Archive for the ‘Fantascienza’ Category

Algol: Eine Tragödie der Macht – Hans Werckmeister (1920)

Algol è un sistema stellare nella costellazione di Perseo, visibile ad occhio nudo ma estremamente variabile. Nella cultura araba Algol era associato a un demone, Ghul, dal significato del nome “Stella del Demonio”, mentre nella Grecia antica era invece noto come Testa della Medusa. Ma cosa potrebbe succedere se un abitante di Algol scendesse sulla terra? Questo è quanto accade nel dramma di Hans Werckmeister, che porta nella tipica ambientazione espressionista tedesca, un elemento nuovo e fantascientifico.

Robert Herne (Emil Jannings) è un minatore estremamente dedito al suo lavoro. Herne divide le sue ore in minera con Maria Obal (Hanna Ralph) con cui stringe una forte amicizia. La calma non è destinata a durare: un giorno, infatti, nella miniera appare un essere inquientate di nome Algol (John Gottowt) che corrompe l’animo di Herne fornendogli una macchina aliena in grado di produrre energia illimitata, promettendogli che grazie a quel macchinario i lavoratori non avrebbero più dovuto rompersi la schiena in maniera. Grazie a questo Herne diventa presto l’uomo più potente del mondo, ma più diventa potente, più perde contatto con la moglie, e i figli Reginald (Ernst Hofmann) e Magda (Käthe Haack). Presto Magda, stufa della situazione fugge da Maria Obal, ritiratasi in un’area lontana dall’influenza di Robert Herne assieme al figlio Peter Hell (Hans Adalbert Schlettow). Inutile dire che tra Magda e Peter nascerà l’amore. Purtroppo la situazione degenera ulteriormente: Robert Herne è sempre più accecato dal potere e rifiuta di rivelare il suo segreto macchinario. Quando Maria Obal andrà da Robert Herne per chiedere aiuto energetico per la sua area, da lui sempre negato, questi si renderà finalmente conto di quanto il potere lo abbia logorato e, finalmente rinsavito, decide di distruggere per sempre la macchina che tanto dolore ha provocato a lui e ai suoi cari.

Algol è una Tragedia di Potere, come dice il titolo, e riesce davvero bene a mostrare i lati oscuri che un potere assoluto può portare in un uomo di nobili intenti. Si tratta in generale di un film impregnato di morale cristiana e di messaggi messianici. Il potere dato da Algol, è un potere demoniaco, che logora l’animo di chi lo usa non fornendo di fatto alcun beneficio a chi inizialmente doveva averlo. Come sempre la via più facile e senza apparenti patimenti, si rivela in realtà la più distruttiva e finisce per creare disastri ben maggiori di quelli dati da una vita semplice da minatore. Robert Herne, nella sua orgia di potere, perde nel giro di poco tempo l’affetto della famiglia, degli amici ma soprattutto l’amore della popolazione che di fronte al suo comportamento autoritario si rivolterà contro di lui. Pur partendo come rappresentante dei meno agiati, insomma, Herne finisce per diventare come i padroni che tanto aveva disprezzato in passato. Così, un errore tanto grave quanto quello di aver abbandonato la fede, lo porterà alla morte, una morte che sa di redenzione, perché finalmente il protagonista ha saputo ascoltare un amico e vedere il suo operato sotto nuovi occhi, gli occhi della purezza e della fede. Emil Jannings ha dato vita ad un personaggio eccezionale in grado di reggere da solo, con la sua presenza scenica e interpretativa, tutta la vicenda. I cambiamenti psicologici ma anche fisici dei personaggi sono il punto focale di Algol, e questa caratteristica è per Jannings una splendida occasione per dare sfoggio delle sue qualità recitative eccelse. Gli altri attori, seppur bravi, vengono oscurati e passano in secondo piano di fronte alla sua grandezza.  Per chi è appassionato della vita Berlinese dei primi del ‘900 Algol è inoltre una buona occasione per vedere recitare Sebastian Droste, attore e poeta tedesco, qui nel ruolo di un danzatore piuttosto androgino, un ruolo che consolida il suo collegamento con il mondo omosessuale dell’epoca. Andiamo all’analisi fantascientifica: su Fantafilm fanno notare come “gli extraterrestri non si distinguono ancora dagli angeli o dai demoni” nei primi film di fantascienza. Questo è in parte vero, ma sono convinto che la ragione di fondo sia da ricercare, in generale, all’interno del contesto storico-geografico-cultrale in cui si sviluppavano questi film. Per l’Europa in particolare, credo vi fosse la convinzione di fondo secondo cui ciò che era al di fuori del nostro pianeta non poteva che essere relativo al divino. Per forza di cose, quindi, questi esseri non potevano che essere angeli o demoni. Certo, già c’era stata la guerra dei mondi di Wells, ma prima che attecchisse completamente nel Cinema ci sarebbero voluti molti anni.

Con la scusante che fino al 2010 questo film era considerato perduto, non sono ancora uscite edizioni dvd di riferimento. Da anni, ormai, è prevista l’uscita della edizione Filmmuseum con sottotitoli in inglese e un buon restauro. Così non mi è rimasto che visionare una copia pessima, trascrivere tutte le didascalie e tradurle una per una. Un lavoraccio che ha però reso il film ancora più tragico.

Il fantasma del Moulin Rouge (Le Fantôme du Moulin-Rouge) – René Clair (1925)

La storia de Le Fantôme du Moulin-Rouge potrebbe essere la più banale tra tutte e invece…facciamo un passo indietro: Julien Boissel (Georges Vaultier) è un noto deputato perdutamente innamorato della bella Yvonne Vincet (Sandra Milovanoff) che ricambia il suo amore. Sorge però un problema, il padre di lei, Victor Vincet (Maurice Schutz) in gioventù ha compiuto atti illegali e il malvagio giornalista Gauthier (José Davert) minaccia di diffondere dei documenti compromettenti se Yvonne rifiuterà di sposarlo. Colto dal terrore, Victor allontana Julien dalla sua casa negandogli il permesso di rivedere sua figlia. Giunto al Moulin-Rouge per passare il tempo, Julien viene raggiunto dal Dr. Window (Paul Ollivier) che accortosi del dolore del ragazzo gli propone di andare nel suo studio promettendogli di avere il rimedio contro le sue sofferenze. Con uno straordinario esperimento, il dottore riesce a separare l’essenza corporea di Julien da quella inanimata. Julien, sotto forma di spettro, sia aggira quindi per la città facendo scherzi e dispetti a tutti, immemore delle sue sofferenze passate. Sulla vicenda si metterà ad investigare Jean Degland (Albert Préjean), giornalista presso il giornale di Gauthier ma per niente d’accordo con i metodi del malvagio padrone. Inutile dire che dopo aver sbrogliato tutte i complicati fili della trama, non mancherà il lieto fine.

René Clair stupisce come al solito. Da un soggetto apparentemente banale, riesce a creare l’impensabile, mettendo in scena le magie di un fantasma burlone, messo scena attraverso una sovrimpressione attuata piuttosto bene. Dico piuttosto bene, perché rispetto ad un capolavoro come Körklaren di Victor Sjöström, che porta all’apice massimo l’utilizzo di questa tenica, in Le Fantôme du Moulin-Rouge l’espediente non è a mio avisso usato in maniera perfetta e alcune scene tendono ad uscire dalle linee del mio gusto personale. In ogni caso il film colpisce nel segno anche solo per l’inserimento dell’elemento “ectoplasmico” che ravviva decisamente un trama eccessivamente prevedibile. Oltre ad essere prevedibile, il finale non è neanche del tutto chiaro e mi è sembrato decisamente forzato, quasi tirato via per chiudere in fretta una storia che aveva già dato il meglio di sé prima di finire. Se da un lato sceneggiatura non mi ha convinto totalmente, la recitazione, invece, mi ha invece colpito decisamente in positivo. Senza voler togliere a nessuno, l’attore che più mi ha stupito è stato un Albert Préjean in versione Douglas Fairbanks, sempre pronto a scalare edifici e difficili ostacoli pur di raggiungere la verità.

Passiamo ora all’analisi fantascietifica di questo lungometraggio, che in fondo è ciò che più ci interessa per il progetto. Con Le Fantôme du Moulin-Rouge siamo davanti a un tipico filone di fantascienza medico/scientifica. Un medico, tramite studi e macchinari astrusi, riesce a separare l’anima dal corpo di un uomo, togliendolo dalle problematiche del mondo reale e rendendolo libero dai beni terreni. Visti i risultati, speriamo che questa volta la realtà non incontri la fantasia! Con Le Fantôme du Moulin-Rouge, in fondo non ci allontaniamo troppo da Paris qui dort dello stesso anno, decisamente più geniale e che alla componente ectoplasmica contrapponeva un blocco temporale. Difficile sapere quale sia stata la prima attestazione dvritta riguardante i fantasmi, allo stesso modo è altrettanto difficile poterlo capire nel cinema muto, vista l’enorme quantità di film andati perduti. Sappiamo però che a Clair questo espediente piacque particolarmente visto che nel 1935 diresse Il fantasma galante (The Ghost Goes West). E poi, l’immagine del “bacio fantasma” non vi ricorda niente? Chissà che gli autori di Ghost non abbiano visto questo film…

Se si vuole acquistare Le Fantôme du Moulin-Rouge, le alternative sono davvero poche e tutte americane. Consiglio al limite di prendere la versione della Sinister Video, anche per via del prezzo decisamente contenuto.

Ladri, Pazzi e Visionari

Ed eccoci all’ultimo appuntamento con i corti, una sorta di “tutto quello di cui non abbiamo parlato fino ad oggi ma che merita di essere visto“. Sì perché questi quattro cortometraggi sono davvero divertenti e sono davvero meritevoli di essere trattati tutti insieme. Il viaggio per la Fantascienza del Cinema Muto ci ha fatto scoprire tanti cortometraggi interessanti ed è giusto finire in bellezza.

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– El Hotel Electrico – Segundo de Chomón (1905)

Come ci immaginiamo il futuro? Da sempre se pensiamo al nostro futuro tra un centinaio di anni lo immaginiamo pieno di stravaganti invenzioni e ricco di nuove incredibili tecnologie. Era così era anche nel 1905, quando Segundo de Chomón immaginava un Hotel elettrico, altresì un hotel controllato completamente da sistemi elettronici o da computer come diremmo noi oggi. Così quando i due protagonisti del nostro corto arrivano nell’incredibile Hotel Electrico, la loro valigia viene portataautomaticamente nella loro stanza e svutata nei cassetti adeguati ad ogni capo. Poi, una volta giunti nella sala, i due vengono svestiti e pettinati. Pronti finalmente per andare a dormire ecco il dramma, un dipendente ubriaco gioca con l’impianto elettrico e l’Hotel Electrico impazzisce.

De Chomón incanta e diverte con un uso sapiente dello stop-motion e una notevole dose di ironia. Il senso sembra essere lo stesso di molti corti di Méliès ma il messaggio contiene un monito molto attuale, diffidate da controlli completamente elettronici, perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.

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– Le Voleur Invisible – Segundo de Chomón (1909)

Nel 1897 veniva pubblicato The Invisible Man di H.G. Wells, un libro destino a cambiare e ispirare profondamente tutti noi, tanto che ancora oggi, a distanza di quasi 120 anni, la vicenda è ancora nota a tutti. La prima versione francese del libro uscì nel 1901 ma ci vollero otto anni prima che il cinema muto ne fosse ispirato. Il protagonista di questa vicenda, dopo aver acquistato il libro, decide di seguire la fantastica ricetta di Wells per diventare invisibile. L’esperimento ha successo e l’uomo, dopo essersi tolto i vestiti, inizia una nuova sfavillante carriera come ladro inafferrabile.

Anche qui Segundo de Chomón riesce a incantare e divertire grazie all’uso intelligente di effetti speciali godibili ancora oggi. Consiglio caldamente la visione.

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– Onésime horloger – Jean Durand (1912)

Onésime è un personaggio di fantasia interpretato da Ernest Bourbon che prese vita per la prima volta nel 1912, sulla scia di altri personaggi burleschi del cinema muto apparsi prima prima guerra mondiale. Visto l’immediato successo del personaggio, alla prima avventura Onésime gentleman détective ne seguirono tantissime altre, tanto che fino al 1914 ne erano state girate più di 50. Onésime horloger è una storia divertente e affatto banale che cerca di far comprendere a suon di risate che in fondo il tempo è relativo.

Onésime viene designato erede di un suo vecchio zio che ha però posto una clausola. Nella speranza che lo sciocco nipote riesca a maturare negli anni, l’anziano impone che Onésime possa riscuotere la ricca eredità solo dopo che saranno passati vent’anni. Onésime è disperato ma non si rassegna e cerca uno stratagemma per incassare prima il denaro. Un giorno, mentre è intento a leggere un libro sugli orologi, scopre un metodo per velocizzare il passare delle ore. Onésime decide allora di aumentare la velocità dell’orologio centrale del mondo per rendere più rapida la vita e ricevere in meno tempo il denaro. La città inizia allora a prendere ritmi forsennati e tutte le attività quotidiane si svolgono ad una velocità insostenbile. Vengono allora analizzate diverse situazioni di ogni giorno mostrando come esse vengano svolte dopo lo stravolgimento del tempo. Alla fine Onésime, passati i vent’anni più veloci della sua vita, può ricevere finalmente la pensione.

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– The Fugitive Futurist: a Q-riosity by “Q – Gaston Quiribet (1924)

Vi avverto prima di farvi leggere quanto segue. Vedete il cortometraggio in fondo alla pagina prima di leggere, perché The Fugitive Futurist è breve e divertene e non vi consiglio di rovinarvi il finale. Se non vi interessa più di tanto passiamo alla trama:

All’ippodromo un uomo ha appena perso tutto ciò che aveva scomettendo sui cavalli. Mentre questi si è seduto su una panchina desolato, gli si avvicina di soppiatto uno strano signore che trasporta un pacchetto voluminoso. L’uomo racconta di essere un inventore braccato da malviventi che vogliono entrare in possesso di una macchina prodigiosa di sua invenzione, che si trova dentro al pacco, in grado di vedere nel futuro. Davanti ai nostri occhi appaiono così le varie aree di Londra come sono e come dovrebbero essere nel futuro. Quando l’uomo sta per essere conquistato definitivamente di questa invenzione, ecco arrivare due guardie. L’inventore non è che un pazzo fuggito dal manicomio e il pacchetto non contiene altro che mattoni.

L’effetto “liquido” del prima e dopo della varie aree di Londra è davvero molto bello e nel complesso tutto il cortometraggio è estremamente piacevole e avvincente. Gaston Quiribet mette in scena una commedia breve ma estremamente divertente, forse la più bella tra i corti di fantascienza che abbiamo analizzato. Non c’era modo per terminare in maniera migliore i corti del Progetto Fantascienza.

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La Strega di York (The Road to Yesterday) – Cecil B. DeMille (1925)

The Road to Yesterday è il classico film sentimentale/drammatico impregnato di morale cristiana che solitamente trovo piuttosto stucchevole e ingenuo, eppure mi ha decisamente stupito perché, invece di fermarsi nello schema precostruito del suo filone, se ne discosta abbastanza. In questo film lo svolgimento apparentemente semplice viene scosso completamente da un evento inatteso. Due coppie, che stanno attraversando un periodo complicato, si trovano sullo stesso treno per motivi diversi, un treno che improvvisamente ha un terribile incidente. Una delle ragazze si ritrova catapultata nel passato dove scopre che le loro vicende hanno radici ben più profondo, e che i protagonisti non sono altro una proiezione nel futuro di personaggi che in un’altra vita hanno partecipato ad una vicenda sangiunosa e traumatica. Andiamo per ordine: la prima coppia è composta da  Kenneth, detto Ken (Joseph Schildkraut) e Malena Paulton (Jetta Goudal), nel presente sono appena sposati ma non hanno ancora consumato il matrimonio. Ken ha un braccio inutilizzabile e non se ne comprende la causa, e Malena vede l’ombra di quella mano compiere gesti orribili nei suoi confronti, per questo non riesce a concedersi. Dall’altra parte mentre Beth Tyrell (Vera Reynolds) sta per sposarsi con Harriet (Trixie Friganza), incontra un giovane sacerdote protestante, Jack Moreland (William Boyd), con cui sente di avere un legame profondo nel passato. I due si innamorano ma quando Beth scopre la professione di Jack, decide di lasciarlo e rimettersi sul treno. Le due coppie si trovano sul treno per motivi diversi: Jack vuole seguire Beth e Harriet che vanno a sposarsi a San Francisco, Ken sta andando nella città per farsi operare al braccio. Proprio i problemi al braccio hanno portato Ken a perdere la fede e dare libero sfogo alla sua anima malvagia. Improvvisamente il treno si scontra con un altro e Beth, come detto, viene trasportata nel passato e, pur mantenendo i suoi ricordi presenti, rivive gli eventi della sua passata vita. Siamo nel medioevo, Ken è un tiranno spregievole che nonostante sia sposato con Malena, accusata dal popolo di essere una strega, vuole a tutti costi sposare la povera Beth. Anche nel passato, Beth incontra Jack di cui si innamora, e quando lei viene catturata e portata a palazzo, lui fa di tutto per riuscire a salvarla. Il finale è tanto sanguinoso, che in Italia dovettero censurarlo: muoiono tutti tranne la povera Beth. Malena viene mandata al rogo come strega e prima di morire tra le fiamme, lancia una maledizione su di loro: “Through lives and lives – Through hells and hells – till the will that made has unmade – thou shalt pay – and pay – and pay!“. Si torna al presente dove i quattro protagonisti si risvegliano assieme. Jack salva Beth che promette di sposare nononostante la tonaca, Ken ritrova l’uso della mano dopo essersi appellato a Dio, e riesce così a liberare dalle macerie Malena. Nella scena finale i quattro si ritrovano in una vecchia chiesa, dove davanti a Dio dichiarano i loro rispettivi amori.

Mi sono dilungato molto perché la trama è decisamente contorta e meritava di essere approfondita. Si tratta di uno dei primi film a trattare il tema dei viaggi nel tempo. Anche la scelta di mettere in scena il finale medievale tanto sanguinoso non doveva essere tanto scontato per l’epoca. Ignoro quali siano i contatti tra il film e l’opera teatrale di riferimento, The Road to Yesterday di Beulah Marie Dix e Evelyn Greenleaf Sutherland, ma immagino che questo componente fosse presente anche lì. Per il comparto regia c’è poco da dire, Cecil B. DeMille ha fatto centro, ed è riuscito nel difficile compito di stupirmi a quasi cento anni di distanza. Gli attori, anche se a tratti un po’ legnosi, si adattano molto bene al loro ruolo romantico e drammatico. Un plauso particolare alla sceneggiatura di Jeanie Macpherson  e alle didascalie, mi pare siano di Howard Hawks, non eccessive e mai troppo banali. Anche i costumi, specie quelli medievali, sono molto ben curati e non sfigurerebbero di certo di fronte a certe produzioni dei giorni nostri. Nonostante la grande spesa per il film, in America The Road to Yesterday non ebbe propriamente il successo sperato, anche se i costi di produzione furono superati dagli incassi degli Stati Uniti, la casa di produzione si aspettava un guadagno maggiore vista la spesa ingente.

Le edizioni in DVD attualmente in commercio sono, a mio modesto parere, piuttosto scarse. Entrambe uscite nel 2007 la prima, edita dalla Passport Video, rientra in un cofanetto budget dedicato a Cecil B. DeMille, che di buono ha davvero poco. La versione Sunrise Silents, propone una colorazione poco gradevole, e seppure sia nel complesso migliore dell’altra, non è certo una perla del restauro. Insomma, sospendo il giudizio nella speranza di avere presto una edizione decente.

Aggiornamento: Nel 2013 è uscita un’edizione a cura dell’Alpha Video che dovrebbe essere migliore delle due precedenti.

Macchine Volanti

Nel 1909 usciva The Airship Destroyer di Walter R. Booth, primo di una trilogia composta anche da Aerial Submarine, Aerial Anarchists ma a cui è solitamente associato un ulteriore capitolo dal titolo The Menace of the Air (NDR. purtroppo tutti e tre questi titoli sono andati perduti o sono difficilmente visionabili). I lavori di Booth erano però solo un punto di arrivo di una tradizione più vasta e che merita certamente di essere vista ed analizzata. Ma andiamo con ordine:

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– The Twentieth Century Tramp – Edwin S. Porter (1902)

Siamo nel 1902 e Edwin S. Porter, produce un corto che per l’epoca doveva certamente essere stabiliante, ma purtroppo lo è decisamente meno per noi. Per più di un minuto vediamo un uomo su un velocipiede con elica e un piccolo pallone aerostatico muoversi come una sorta di equilibrista sopra le strade di una città. Dopo un minuto e mezzo in cui si ripete sempre la stessa scena accade l’impensabile: siamo accecati da una violenta esplosione che pone di fatto fine al video con pochi dubbi circa la sorte del malcapitato in cima al veicolo. Per fortuna questo è solo l’inizio!

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– Le Dirigeable Fantastique – Georges Méliès (1906)

Il video di cui ci occupiamo qui è decisamente tipico di Méliès per sviluppo della storia e messaggio finale. Ricorda, a conti fatti, Le Tunnel sous la Manche di cui ho già parlato e che sarebbe stato prodotto un anno dopo.

Uno strambo Inventore, pensa di essere riuscito a creare un valido progetto di un dirigibile e soddisfatto va a letto. La stanza viene subito popolata da due ninfe e due scimmiette che iniziano a distruggere tutto. Nella scena successiva si vide il dirigibile volare sotto lo sguardo di personaggi fantastici, ma la visione onirica viene interrotta da un’improvvisa sfera infuocata che colpisce il dirigibile facendolo esplodere. L’uomo si sveglia di colpo con la stanza è nuovamente in ordine. Colto dall’ira per gli effetti che una simile creazione potrebbe avere, decide di distruggere il progetto del dirigibile.

Probabilmente mi inganno, ma mi sembra che Méliès non amasse troppo certe idee che riteneva irrealizzabili o poco sicure per l’uomo. Sembra quasi che tentasse attraveso i suoi film di mettere in guardia il pubblico dai rischi derivanti da opere grandiose sì, ma troppo pericolose. Di certo Méliès, pioniere del Cinematografo, non era contro le innovazioni in generale, ma una macchina da presa era decisamente più sicura di un dirigibile.

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– Rescued in mid air – Percy Stow (1906)

Questo è sicuramente il video più divertente, sebbene alcune scene si prolunghino eccessivamente. Ma andiamo per ordine:

una donna, a seguito di uno scontro tra carri, vola in aria e riesce a non schiantarsi a terra solo aprendo l’ombrello (un po’ come Mary Poppins nell’immaginario comune). Grazie al suo improvvisato paracadure, la donna riesce ad arrivare in cima ad un campanile. Aggrappata al sua precaria ancora di salvezza, la donna urla e chiama i soccorsi. Chi arriverà a salvarla? Un bizzarro inventore ha creato una sorta di macchina volante o, meglio ancora, una sorta di barca con le ali. Dopo aver caricato il carburante si lancia al soccorso della gentile donzella. Tra l’acclamazione popolare e lo sbalordimento dei più, la donna verrà tratta in salvo.

Gli effetti speciali di Rescued in mid air sono utilizzati e realizzato piuttosto bene ed il risultato finale è decisamente piacevoli. Nonostante il film sfiori i 110 anni, le trovate geniali fanno sorridere lo spettatore trasportandolo nel mondo fantastico dell’epoca. Ancora una volta la fantasia è poi diventata realtà: non abbiamo certo delle navi volanti (o almeno non ancora!), ma i soccorsi con gli elicotteri sono ormai all’ordine del giorno.

per il video vi invito a seguire questo link: http://www.eafa.org.uk/catalogue/213326

L’Atlantide – Jacques Feyder (1921)

Atlantide: un nome conosciuto da tutti, un’isola fantastica che sarebbe scomparsa in un sol giorno, divorata dal mare. Si tratta di un titolo molto impegnativo che ci riporta alla mente scenari incredibili, per lo più subacquei. E già solo per questo il nostro Atlantide stupisce, perché la vicenda, tratta da un romanzo di Pierre Benoît (1919), è ambientata invece nel deserto, nell’Algeria controllata dai francesi. Il successo del libro fu grande e immediato, tanto che nel 1920 venne pubblicata la prima traduzione italiana, e nel 1921 la vicenda era già diventata un film con regia di Jacques Feyder, belga naturalizzato francese, che per l’occasione curò anche la sceneggiatura sotto lo sguardo attento dello stesso Benoît. Il nostro Feyder non si accontenta di girare la vicenda in Francia, utilizzando allestimenti artefatti per il paesaggio, ma decide che tutto verrà fatto in Algeria. Sì, però vuole essere asslutamente fedele al libro e decide di evitare i posti convenzionali e girare le esterne direttamente a Toggurt, a circa seicento chilometri da Algeri. La zona non era esattamente sicura, tanto che la troupe dovette muoversi accompagnata da una scorta armata. Potete immaginare i costi di una tale operazione, si parla di due milioni di franchi dell’epoca, una cifra enorme per un titolo che doveva essere, a livello ideale, un nuovo Cabiria o un nuovo Quo Vadis?. Però…per avere una cifra del genere Feyder non riuscì a girare in totale libertà e, come accade tutt’ora, fu obbligato dalla produzione a scendere a compromessi, tra cui quello di scegliere come attrice protagonista la danzatrice e attrice Stacia Napierkowska, non propriamente amata dalla critica e spesso al centro di pellicole considerate scandalose. Ma andiamo alla trama:

Il capitano Morhange (Jean Angelo) e il suo luogotenente Sain-Avit (Georges Melchior), durante un viaggio nel deserto per conto della Legione Straniera, si imbattono in alcune misteriose iscrizioni in greco. Sorpresi dal trovarle in una zona tanto remota, decidono di seguirle. Durante la ricerca, i due vengono catturati da una misteriosa popolazione e portati all’interno di un oscuro palazzo. Ben presto, vengono a sapere di trovarsi nella vera Atlantide, che non si inabissata del tutto, e quando il mare si è ritirato dal deserto, essa è rimasta come fortezza nel deserto. Su Atlantide regna la lussuriosa Regina Antinea (Stacia Napierkowska), che passa l’esistenza ad attrarre i poveri sventurati che si avvicinano a quelle aree. Quando Morhnage e Sain-Avit giungono al palazzo, subito fanno la loro conoscenza con la terribile regina. Ma mentre Sain-Avit si innamora follemente di lei, Morhange, forte dei suoi sentimenti puri, non viene minimamente scalfito, provocando le ire di Antinea. Lascio a voi scoprire il finale…

Ho trovato il film molto avvincente nonostante la sua lunga durata. Superata la prima parte, in cui le didascalie sono forse eccessive, seppur imprescindibili per calarsi nell’ambientazione, la storia è riuscita davvero a prendermi. Così, anche quando il racconto veniva interrotto momentaneamente per creare maggiore suspance, ecco che entrare in scena lo splendido paesaggio che non può assolutamente lasciare indifferenti. Vista l’epoca posso dire che questi scenari non avrebbero nulla da inviare a Lawrance d’Arabia (tenute presenti ovviamente le distanze a livello cronologico delle due opere). Se scenari e scenografie (curate da Manuel Orazi), sono universalmente acclamati, i critici hanno spesso criticato la recitazione. In particolare, come accennavo prima, la più criticata è stata Stacia Napierkowska, che a mio avviso più che altro utilizza qui uno stile di recitazione piuttosto simile a quello delle dive italiane, uno stile ovviamente poco apprezzabile da uno spettatore moderno, ma che a mio avviso si sposa piuttosto bene con il ruolo che l’attrice doveva svolgere. Tra gli attori che non ho menzionato nella trama vorrei citare Marie-Louise Iribe, nel ruolo di Tanit-Zerga, serva di Antinea che constribuisce a rendere con i propri racconti questo film una sorta di Mille e una Notte. Ho trovato anche una discreta attenzione al lato psicologico ma anche ambientale. Il deserto è ben caratterizzato, porta sete, stanchezza, malattie e morte. Viene poi dedicato ampio spazio all’amore, un sentimento che se portato agli estremi può portare alla morte fisica o psichica di chi viene prima usato e poi abbandonato dalla perfida Antinea. Alla fine del film, caratterizzato da una certa circolarità, mi è scappato un piccolo applauso per questa opera che a distanza di tanto tempo ha saputo mantenere tutta la sua grandezza e ricchezza di atmosfere e significati. Non si sfugge al proprio destino, qualunque esso sia. L’Atlantide è caratterizzato da un retrogusto onirico che contribuisce a rendere il film ancora più affascinante. Ottimi anche i giochi di luci oltre che l’utilizzo interessante dei filtri colorati che variano in base all’ambiente in cui la scena si svolge.

Ah e la fantascienza? La fantascienza ha talmente tante sfaccettature che è difficile ravvisarla in un primo momento all’interno di alcune opere. Questi è uno dei casi limite, anche se è chiaro il tentativo di dare una spiegazione scientifica alla scomparsa di Atlantide.

La versione da me visionata è quella della dcult, che ho trovato piuttosto gradevole. Non mi risulta ci siano molte altre versioni di questo film, quindi consiglio a chi è interessato di optare per questa edizione, che ha il vantaggio di essere economica. Per terminare vorrei condividere la mia difficoltà nello scegliere una locandina, sono tutte davvero belle e vi consiglio di andarvele a vedere!

Incredibili Imprese

Con i due corti che andremo ad analizzare analizzeremo due grandissimi imprese immaginate da Georges Méliès all’epoca più che fantascientifiche e oggi, invece, considerate piuttosto normali. Certo, però, alla maniera di Méliès non tutto può andare come dovrebbe e l’elemento comico è sempre dietro l’angolo.

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– Le raid Paris-Monte Carlo en deux heures – Georges Méliès (1905)

Questo brevissimo corto molto divertente racchiude in appena cinque minuti tutte le tecniche sperimentate in anni di Cinema innovativo. Così tra stopmotion, animazioni e effetti speciali magici, siamo trasportati nel mondo di due piloti in viaggio da Parigi a Monte Carlo, un viaggio che faranno, incredibilmente, in appena due ore. Questo, però, disseminando il panico nelle zone che attraversano! Pensando che anche oggi, facendo il percorso più veloce, con una macchina normale ci si metterebbero circa otto ore e mezza, la durata del viaggio è però quella che impiega l’areo a fare la stessa tratta. Viaggiare tanto veloce sembrava inconcepibile all’epoca e invece…

Prima del video vi invito a cliccare qui per vedere questa splendida immagine a colori tratta dal sito scalarchives.com

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– Il Tunnel sotto la Manica (Le Tunnel sous la Manche) – Georges Méliès (1907)

Ed eccoci al secondo cortometraggio, molto più strutturato e incredibile considerando la realtà in cui viviamo oggi. Adesso, forse, ci sembra scontato che un tunnel colleghi Francia e Inghilterra attraverso la Manica, eppure all’epoca questo era una sorta di sogno, un po’ come il ponte sullo Stretto di Messina oggi. Il primo progetto di un tunnel risaliva al 1802 quando Albert Matthieu-Favier propose di creare un tunnel illuminato a lampade ad olio in cui sarebbero circolati carrozze trainate da cavalli. Per fortuna non venne considerato più di tanto! Ma sono gli anni intorno alla fine dell ‘800 e gli inizi del ‘900 quelli in cui il sogno sembrerava possibile, tanto che nel 1881 una trivellatrice Beaumont scava 820 metri di tunnel. Eppure i lavori vengono bloccati appena due anni dopo per motivi di sicurezza. Le possibilità di una guerra non sono tanto remote e un tunnel del genere rischierebbe di facilitare lo spostamento di truppe da entrambi i lati. Dopo tanti anni di piccole trivellazioni e clamorosi blocchi il tunnel ha potuto finalmente vedere la luce nel 1994. Ma i francesi del 1900 come vedevano questa incredibile opera? A quanto sembra emergere dal corto di Méliès parrebbe che fosse considerata come una follia visionaria, non affatto esente da rischi tanto che si immagina addirittura un incidente tra due treni con tanto di rottura dei tubi di sicurezza e sommersione della galleria da parte del mare oceanico. Chissà se il Re Edoardo VII e il Presidente della Repubblica Francese Armand Fallières, protagonisti di questo racconto fantastico, la pensassero davvero così! Non mi resta che lasciarvi allo splendido cortometraggio. Farei notare come la qualità del video, dopo un inizio decisamente non buono a causa probabilmente del deterioramente del materiale in nostro possesso, acquista nuova luce e magia verso la metà con un improvviso lampo di colori accessi, tipici delle colorazioni fatte a mano delle produzioni di Méliès. Buona visione!

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