Archivio

Archive for the ‘Spagna’ Category

Il villaggio maledetto (La aldea maldita) – Florian Rey (1930)

maggio 3, 2018 1 commento

La.Aldea.Maldita.avi_snapshot_00.33Quando si parla di cinema spagnolo d’autore, soprattutto se si considera solo la prima metà del novecento, l’unico autore che solitamente viene alla memoria è Luis Bunuel e sul muto la storia sembra cominciare nell’anno in cui il muto sta per finire: il 1929 con Un chien andalou. Quella spagnola è certamente una cinematografia minore, con risultati ben lontani, in Europa, da Francia, Germania, Italia e paesi scandinavi, ma basta – come sempre in questi casi – cercare meglio, non fermarsi alle filmografie consigliate, per scoprire dei piccoli capolavori che, se studiati a dovere, non hanno nulla da invidiare ai capisaldi del genere.

Uno di questi è Il villaggio maledetto (titolo originale La aldea maldita) scritto e diretto Florian Rey, girato nel ’29 e circolato l’anno successivo prevalentemente in Spagna e in Francia, dove ebbe un discreto successo. Al centro della vicenda c’è un piccolo villaggio della Castiglia dove negli ultimi anni il clima difficile ha distrutto quasi tutto il raccolto. Gli abitanti credono ormai che sia l’effetto di una maledizione, i più devoti la attribuiscono ad una mancanza di sincera fede religiosa. I campi di Juan, onesto e virtuoso contadino, sono ridotti così male che non porteranno frutto e, senza riserve, le uniche prospettive sono la fame e la miseria. Juan ha sulle sue spalle il vecchio padre cieco e suo figlio, appena nato, oltre la moglie Acacia; è disperato e non appena sa che il signorotto del paese, Zio Lucas, ha scorte ingenti di cereali che vuol tenere tutte per sé, reagisce in malo modo e viene arrestato.

 

Proprio durante i suoi giorni di prigionia l’intero paese decide di emigrare, in cerca di fortuna e terre più fertili. Tra questi c’è anche Acacia che deve prendere una decisione per sé e per suo figlio, senza poter consultare Juan. Influenzata da un’altra donna, sua amica, che le fa sognare la vita di città, il lusso e le ricchezze possibili lontano dal villaggio, sceglie di partire, ma il suocero non le permette di portare con sé il piccolo neonato. Con la prospettiva di tornare non appena avrà accumulato una discreta somma di denaro si unisce alla carovana, lunga e apparentemente interminabile, che svuota il villaggio. Colto da un sentimento improvviso di pietà Zio Lucas libera Juan, ma Acacia è già partita. Accettando la separazione e confidando nella fedeltà della moglie anche Juan lascia il villaggio col padre e il figlio. Tre anni dopo per puro caso Juan trova Acacia, in compagnia della sua amica, in una locanda dei bassifondi: crollata ogni illusione i due intraprendono una vita di apparenze per salvare la faccia agli occhi del vecchio padre che vede nell’onore e nella rispettabilità l’unica ricchezza di famiglia. Dapprima saranno interdetti contatti di ogni tipo tra il figlio e la madre ritrovata, ma il perdono saprà farsi strada nel cuore di Juan.

 

Quello di Rey è indubbiamente un film edificante, secondo i canoni piuttosto in voga del tempo, tant’è che oggi, più che la trama o il finale alquanto scontato, l’interesse è tutto per la forma, la messa in scena, la fotografia, l’uso figurativo dei personaggi e gli effetti speciali. Ciò assume ancora più valore e interesse se si considera che all’epoca spopolavano gli adattamenti e i tentativi di acquistare fama e onore nell’ambito delle arti tradizionali. Ne Il villaggio maledetto è invece il cinema a vincere sulla letteratura e per questo il film è tuttora pienamente godibile e per la sua forza appare come un passaggio doveroso per ogni appassionato del genere. Sono qui visibili in nuce tutti gli elementi che poi diverranno la sostanza del melodramma europeo del secondo dopoguerra: i valori messi in pericolo, le passioni, i sentimenti impetuosi, le lacrime, i legami famigliari.

Sembra già di vedere all’orizzonte certi film di Matarazzo e Cottafavi e il volto risoluto di Amedeo Nazzari oppure, in Francia, i film con Jean Gabin o, in Germania, le opere di Helmut Kautner. Proprio la significatività retrospettiva di quest’opera convinse forse l’autore a proporne un rifacimento nel 1942, presentato alla Mostra del cinema di Venezia, in cui Rey aggiunse molta più dinamicità e visionarietà alla vicenda – la scena dell’esodo forzato è un esempio di prim’ordine di poesia cinematografica – ma perde un po’ della sua asciuttezza, del suo equilibrio e dell’essenzialità che solo il muto e il linguaggio del muto confluito nel cinema sonoro sanno dare. D’altro canto bisogna considerare come già nel 1930 fu proposto a Rey di realizzare una doppia versione muta e sonora del film, forse per indirizzarla su mercati già conquistati dal fragore dei talkies. A edizione muta già completata Rey girò alcune scene alternative in Francia e integrò il doppiaggio sul film già montato, con risultati ben poco soddisfacenti come lui stesso ammise. Oggi non possiamo giudicarli poiché le poche copie sonore sono andate perdute. Resta lo splendore del muto, i giochi di luce degni del miglior espressionismo tedesco, attori sfavillanti nella loro economia espressiva e scene corali che risentono dell’influenza sovietica.

 

Il villaggio perduto è un altro di quei film usciti dal canone, e per questo poco visti e poco visitati, che andrebbero ridiscussi e reinseriti nei circuiti cinefili e culturali. Rey è l’unico dei primi autori spagnoli a non avere una pagina Wikipedia in italiano e ciò può significare moltissime cose e tutte ben precise.
Più passa il tempo qui su E muto fu e più emerge palese, sorprendente e affascinante l’esigenza di rivedere le filmografie di base, metterle in discussione e redigerne di nuove.

 

 

Annunci

Ladri, Pazzi e Visionari

Ed eccoci all’ultimo appuntamento con i corti, una sorta di “tutto quello di cui non abbiamo parlato fino ad oggi ma che merita di essere visto“. Sì perché questi quattro cortometraggi sono davvero divertenti e sono davvero meritevoli di essere trattati tutti insieme. Il viaggio per la Fantascienza del Cinema Muto ci ha fatto scoprire tanti cortometraggi interessanti ed è giusto finire in bellezza.

<

– El Hotel Electrico – Segundo de Chomón (1905)

Come ci immaginiamo il futuro? Da sempre se pensiamo al nostro futuro tra un centinaio di anni lo immaginiamo pieno di stravaganti invenzioni e ricco di nuove incredibili tecnologie. Era così era anche nel 1905, quando Segundo de Chomón immaginava un Hotel elettrico, altresì un hotel controllato completamente da sistemi elettronici o da computer come diremmo noi oggi. Così quando i due protagonisti del nostro corto arrivano nell’incredibile Hotel Electrico, la loro valigia viene portataautomaticamente nella loro stanza e svutata nei cassetti adeguati ad ogni capo. Poi, una volta giunti nella sala, i due vengono svestiti e pettinati. Pronti finalmente per andare a dormire ecco il dramma, un dipendente ubriaco gioca con l’impianto elettrico e l’Hotel Electrico impazzisce.

De Chomón incanta e diverte con un uso sapiente dello stop-motion e una notevole dose di ironia. Il senso sembra essere lo stesso di molti corti di Méliès ma il messaggio contiene un monito molto attuale, diffidate da controlli completamente elettronici, perché l’imprevisto è sempre dietro l’angolo.

<

<

– Le Voleur Invisible – Segundo de Chomón (1909)

Nel 1897 veniva pubblicato The Invisible Man di H.G. Wells, un libro destino a cambiare e ispirare profondamente tutti noi, tanto che ancora oggi, a distanza di quasi 120 anni, la vicenda è ancora nota a tutti. La prima versione francese del libro uscì nel 1901 ma ci vollero otto anni prima che il cinema muto ne fosse ispirato. Il protagonista di questa vicenda, dopo aver acquistato il libro, decide di seguire la fantastica ricetta di Wells per diventare invisibile. L’esperimento ha successo e l’uomo, dopo essersi tolto i vestiti, inizia una nuova sfavillante carriera come ladro inafferrabile.

Anche qui Segundo de Chomón riesce a incantare e divertire grazie all’uso intelligente di effetti speciali godibili ancora oggi. Consiglio caldamente la visione.

<

<

– Onésime horloger – Jean Durand (1912)

Onésime è un personaggio di fantasia interpretato da Ernest Bourbon che prese vita per la prima volta nel 1912, sulla scia di altri personaggi burleschi del cinema muto apparsi prima prima guerra mondiale. Visto l’immediato successo del personaggio, alla prima avventura Onésime gentleman détective ne seguirono tantissime altre, tanto che fino al 1914 ne erano state girate più di 50. Onésime horloger è una storia divertente e affatto banale che cerca di far comprendere a suon di risate che in fondo il tempo è relativo.

Onésime viene designato erede di un suo vecchio zio che ha però posto una clausola. Nella speranza che lo sciocco nipote riesca a maturare negli anni, l’anziano impone che Onésime possa riscuotere la ricca eredità solo dopo che saranno passati vent’anni. Onésime è disperato ma non si rassegna e cerca uno stratagemma per incassare prima il denaro. Un giorno, mentre è intento a leggere un libro sugli orologi, scopre un metodo per velocizzare il passare delle ore. Onésime decide allora di aumentare la velocità dell’orologio centrale del mondo per rendere più rapida la vita e ricevere in meno tempo il denaro. La città inizia allora a prendere ritmi forsennati e tutte le attività quotidiane si svolgono ad una velocità insostenbile. Vengono allora analizzate diverse situazioni di ogni giorno mostrando come esse vengano svolte dopo lo stravolgimento del tempo. Alla fine Onésime, passati i vent’anni più veloci della sua vita, può ricevere finalmente la pensione.

<

<

– The Fugitive Futurist: a Q-riosity by “Q – Gaston Quiribet (1924)

Vi avverto prima di farvi leggere quanto segue. Vedete il cortometraggio in fondo alla pagina prima di leggere, perché The Fugitive Futurist è breve e divertene e non vi consiglio di rovinarvi il finale. Se non vi interessa più di tanto passiamo alla trama:

All’ippodromo un uomo ha appena perso tutto ciò che aveva scomettendo sui cavalli. Mentre questi si è seduto su una panchina desolato, gli si avvicina di soppiatto uno strano signore che trasporta un pacchetto voluminoso. L’uomo racconta di essere un inventore braccato da malviventi che vogliono entrare in possesso di una macchina prodigiosa di sua invenzione, che si trova dentro al pacco, in grado di vedere nel futuro. Davanti ai nostri occhi appaiono così le varie aree di Londra come sono e come dovrebbero essere nel futuro. Quando l’uomo sta per essere conquistato definitivamente di questa invenzione, ecco arrivare due guardie. L’inventore non è che un pazzo fuggito dal manicomio e il pacchetto non contiene altro che mattoni.

L’effetto “liquido” del prima e dopo della varie aree di Londra è davvero molto bello e nel complesso tutto il cortometraggio è estremamente piacevole e avvincente. Gaston Quiribet mette in scena una commedia breve ma estremamente divertente, forse la più bella tra i corti di fantascienza che abbiamo analizzato. Non c’era modo per terminare in maniera migliore i corti del Progetto Fantascienza.

<

<

Biancaneve (Blancanieves) – Pablo Berger (2012)

Dopo il succeso di The Artist un altro film muto sta per affaccioarsi nelle nostre sale cinematografiche: si tratta di Blancanieves, film di produzione franco-spagnola. Sebbene il film abbia visto la luce solo dopo The Artist, Biancaneve ha una genesi travagliata che nasce da un progetto del lontano 2005. Trovare una casa di produzione vogliosa di investire su un progetto muto si è infatti dimostra, come al solito, molto difficile. Ma Pablo Berger, qui nei panni di regista, produttore e sceneggiatore non ha mai smesso di coltivare il suo sogno ed infine, grazie ai fondi della francese Noodles Production, è riuscito a realizzarlo. La storia prende spunto dalla celebre fiaba dei Fratelli Grimm ambientandola nell’Andalusia degli anni 20′ mettendo al centro della vicenda la corrida.

Carmen de Triana (Imma Cuesta), ballerina e cantante di flamenco, è sposata ed aspetta un figlio dal celebre torero Antonio Villalta (Daniel Giménez Cacho). Durante una corrida, Antonio viene colpito duramente da un toro sotto gli occhi della moglie. Colta dal dolore Carmen ha le contrazioni e muore poco dopo in ospedale partorendo una bimba. Antonio, dall’incidente, rimane paralizzato dal collo in giù. Così la malvagia infermiera Encarna (Maribel Verdú), sfrutta le debolezze del torero per sposarlo e diventare padrona delle sue enormi ricchezze. A rimetterci è la piccola, cui viene dato il nome della madre, Carmen (Sofía Oria), che viene così cresciuta dalla nonna (Ángela Molina). Quando questa muore, Carmen è costretta a vivere nella casa del padre ma lontano da lui e sotto la costante attenzione della matrigna. Passano gli anni e Carmen diventa adulta (Macarena García). Morto il padre Antonio, la matrigna, per avere l’intera eredità, decide di liberarsi anche di lei e affida al suo amante il compito di ucciderla. Questi, pensando di averla uccisa, la abbandona alla corrente del fiume da cui verrà salvata dalla compagnia di sei nani toreri: Manolín, Juanín, Victoríno, Josefa, Jesusín e Rafita (rispettivamente Michal Lagosz,Jinson Añazco,Jimmy Muñoz,Josefa,Emilio Gavira e Sergio Dorado). Carmen, che ha perso la memoria, intraprenderà ka carriera da torero sotto il nome di Biancaneve…

Blancanieves è caratterizzato da una splendida fotografia che arricchisce e rende molto fruibile la visione del film. Il finale, intenso e indimenticabile, si avvicina più alle fiabe di Andersen che non a quelle dei Fratelli Grimm. Posso però azzardarmi a dire che non si tratta propriamente di un film muto in quanto il linguaggio comunicativo è decisamente contemporaneo così come alcuni degli argomenti trattati sono decisamente poco proponibili per un pubblico degli anni ’20. Basti pensare alla presenza fisica di attori nani, che richiama ad esempio il film Freaks di Tod Browning (per stessa ammissione del regista), che già era scioccante per un pubblico degli anni ’30 (ed erano presenti anche altri “Freaks” che qui sono presenti solo in una scena), figuriamoci per quello di un decennio precedente (specialmente se non si trattava di un film stile The Unholy Three dove il ruolo di Harry Earles non poteva certo essere definito come positivo). Visto il successo avuto, è doveroso un paragone in linee generali con The Artist. Rispetto a questo film, infatti, Blancanieves è sicuramente “più muto”, nel senso che oltre a non avere alcun intermezzo sonoro (seppur minimo), racconta una storia del tutto staccata dal periodo storico di passaggio tra muto e sonoro, che di suo poteva strizzare l’occhio anche ad un pubblico dei nostri giorni. Inoltre, come film drammatico, Blancanieves manca di elementi comici dati in particolare dal cagnolino Uggie. Certo qui c’è un animale che inizialmente svolge un ruolo simile, il gallo/gallina Pepe. L’atmosfera di per sè risulta nel complesso sempre molto cupa e drammatica pur nei momenti di felicità, che sono oscurati dallla sensazione di disastro incombente. Sebbene penso che questo film possa essere decisamente fruibile per tutti, sono convinto che sia più complesso e difficile da apprezzare rispetto a The Artist. Proprio la mancanza di leggerezza iniziale e, forse, la lentezza con cui la storia si evolve, credo possano farlo risultare a tratti pesante. Blancanieves non è propriamente un film muto ma un “non sonoro“, nato e concepito per avvicinare il pubblico moderno ad un genere a torto dimenticato. A favore di questa pellicola basti dire che Blancanieves ha fatto incetta di Premi Goya ed è stato candidato della Spagna come Miglior Film Straniero per gli Oscar 2013 (pur non superando le selezioni finali e non partecipando quindi alla cerimonia di premiazione).

Il film, dopo essere stato presentato lo scorso anno al Torino Film Festival, ha aperto la rassegna delle Giornate del Cinema Muto di Pordenone 2013, suscitando nel complesso impressioni positive. Il film è uscito in dvd e bluray per il mercato nazionale ad un prezzo molto accessibile.

Non resta che terminare con le parole di Pablo Berger:Quando a 18 anni ho scoperto Greed, il film di Stroheim del ’24 mi sono reso conto di quanto il cinema delle origini fosse più coinvolgente del sonoro, esigendo dallo spettatore un’immersione totale. Una volta entrati nel gioco, le emozioni diventano più intense: dolore, paura, passione, tutto si decuplica. Per me il cinema degli anni 20 resta il più vivo, l’era d’oro: Gance, Dreyer, Murnau, Pabst, Bunuel… L’avvento del sonoro è stato un dietrofront, la perdita della purezza del cinema. Come se bellezza e potenza delle immagini non bastassero più e occorresse a ogni costo romanzarle per farle comunicare, invadendole di dialoghi, divenuti poi protagonisti. Ma il cinema è prima di tutto visione. Le parole mentono sempre, gli occhi mai