The Submarine Eye – Winthrop Kelley (1917)

The Submarine Eye, diretto da Winthrop Kelley nel 1917, è uno di quei film d’avventura e fantascienza primitiva che oggi colpiscono soprattutto per la loro capacità di fondere melodramma, tecnologia immaginaria e fascinazione per il mondo sottomarino. È un cinema che vive ancora di ingenuità narrative ma che riesce comunque a costruire momenti di autentica tensione grazie all’uso dell’avventura marina e dell’esplorazione subacquea.

Il film si apre con una vicenda ambientata nel passato. Marcel D’Albans (Chester Barnett) e la moglie Denise (Barbara Tennant) finiscono naufraghi su un’isola deserta delle Bahamas dopo un ammutinamento. I due riescono a salvare il loro tesoro, ma la sopravvivenza sull’isola si rivela impossibile: Denise muore per la fatica e Marcel finisce consumato dagli stenti. Il tesoro viene ritrovato anni dopo, ma un ulteriore naufragio lo fa precipitare nuovamente nelle profondità marine.

A questo punto il film compie un salto temporale e introduce il vero protagonista della vicenda: l’inventore John Fulton (Chester Barnett), quasi a suggerire una sorta di doppio o reincarnazione narrativa del personaggio precedente. Fulton ha infatti progettato un’invenzione rivoluzionaria: una specie di periscopio invertito da montare sulle navi che permette di osservare ciò che si trova sott’acqua. È uno di quegli elementi tipicamente fantascientifici del primo Novecento, costruiti più sul fascino dell’idea tecnologica che su una reale plausibilità scientifica. Il signor Morgan organizza così una spedizione per recuperare il tesoro sommerso. Con lui partono la figlia Dorothy (Barbara Tennant), e il conte Von Yagow, aristocratico ambiguo che da tempo vorrebbe sposare la ragazza. La spedizione riesce effettivamente a individuare il relitto grazie all’invenzione di Fulton, ma il recupero si rivela molto più complicato del previsto. Lo scafandrista incaricato si rifiuta infatti di scendere fino a quelle profondità e sarà lo stesso Fulton a indossare lo scafandro. Da questo momento il film assume pienamente i toni dell’avventura subacquea. Fulton si ritrova prima minacciato da uno squalo e poi intrappolato nella cassaforte contenente il tesoro. È una sequenza costruita con una suspense sorprendentemente efficace per l’epoca. La situazione richiama direttamente quella vissuta da Marcel D’Albans nella prima parte del film, quasi come se il presente fosse destinato a ripetere tragicamente il passato. Torna quindi il tema del doppio e della ripetizione narrativa: due uomini interpretati dallo stesso attore, due spedizioni, due uomini intrappolati insieme al tesoro. La differenza fondamentale però è che questa volta il destino può essere modificato. A salvare Fulton arriva Butler, un indigeno capace di immergersi a profondità incredibili. Nonostante i tentativi di sabotaggio di Von Yagow, Fulton riesce così a liberarsi e a riportare il tesoro in superficie, ottenendo infine anche la possibilità di sposare Dorothy.

The Submarine Eye riprende molti elementi tipici dei film d’avventura subacquea: le passeggiate sul fondo marino con gli scafandri, il mostro naturale che minaccia gli esploratori, in questo caso lo squalo, e soprattutto l’idea dell’uomo che sfida un ambiente ostile grazie alla tecnologia. Il mare profondo viene rappresentato come uno spazio ancora misterioso, quasi alieno, che il progresso scientifico può finalmente iniziare a conquistare. L’invenzione del “submarine eye” è naturalmente del tutto fantasiosa, ma rappresenta perfettamente quella fiducia primo novecentesca nella tecnologia come strumento capace di ampliare i limiti dello sguardo umano. Ancora una volta la fantascienza muta non cerca tanto il realismo scientifico quanto il senso di meraviglia.

Il film nel complesso resta piuttosto semplice e lineare, ma riesce a mantenere vivo l’interesse proprio grazie alle sue sequenze subacquee e alla costruzione della tensione durante la discesa di Fulton. Oggi colpisce soprattutto per questa sua natura ibrida tra melodramma, avventura marina e fantascienza proto-tecnologica, in un periodo in cui il cinema stava ancora sperimentando tutte le possibilità narrative offerte dall’immagine in movimento.

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