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Oswald il coniglio fortunato e ritrovato

 

 

“Tutto è cominciato con un topo” (Walt Disney, Disneyland, 27 ottobre 1954). Mi sento di smentire subito questa affermazione: Mickey* aveva in realtà un fratello maggiore, Oswald. Oswald era un coniglio burbero, pasticcione, dalle lunghe orecchie (spesso prensili) e dagli occhietti scuri, un po’ diverso dall’insicuro, ma saputello, Mickey. Se Mickey ebbe il successo universale che tutti conosciamo a partire dall’iconico Steamboat Willie (1928), l’esistenza del buon Oswald fu breve. O almeno, in casa Disney. La vicenda riguarda un mero fatto burocratico e di diritti: Oswald divenne proprietà di Charles Mintz, distributore della Universal con cui Disney e il suo braccio destro Ub Iwerks avevano stipulato un contratto, consapevole del successo che Oswald stava ottenendo nel 1927. Dopo questa ingiustizia Disney decise che non avrebbe più lavorato all’animazione di un personaggio che non fosse esclusivamente sotto il suo controllo; per questo motivo si mise al lavoro per Mickey Mouse, mentre Oswald continuò ad essere prodotto dalla Universal fino agli anni ’60.

 

 

Oswald fu protagonista di 27 film prima di passare agli studi Winkler (di proprietà di Mintz): fece la prima apparizione in Poor Papa (1927) che non riscosse particolare clamore; al contrario Trolley Troubles (1927) lo portò alla consacrazione. Degni di nota furono anche i successivi Great Guns! (1927), Empty Socks (1927), Tall Timber (1928), Oh What a Knight (1928) e Sleigh Bells (1928). Molti film sono stati riscoperti solo recentemente, quando si presumevano perduti. Empty Socks Tall Timber, ad esempio, sono stati ritrovati in Norvegia: il primo, di cui mancano trenta secondi, nel 2014 nelle collezioni della Biblioteca nazionale norvegese, il secondo nel 2007 presso il Norsk Filminstitutt. Entrambe le copie sono state portate al Cinema Ritrovato 2018 e presentate prima della proiezione di The Navigator (B. Keaton, 1924).

Credo di nutrire una più profonda simpatia nei riguardi di Oswald, piuttosto che verso Mickey. Innanzitutto l’Oswald disneyano non ha subito, giustamente, particolari trasformazioni fisiche (quello della Universal è diventato nel tempo, non so come, la fotocopia di Tippete di Bambi) ed è rimasto sostanzialmente una linea in due dimensioni, continua, chiusa e riempita di nero, come piace a me. Il fatto poi che sia stato “rimpiazzato” da un topo coi guanti non gli rende giustizia. Un’apparizione da guest star avverrà nel 2010 con il videogioco Epic Mickey: Mickey viene inglobato in un mondo parallelo chiamato “Rifiutolandia” (Wasteland) in cui vi abitano i personaggi Disney dimenticati. Inutile dire che Oswald ha un ruolo rilevante nello svolgersi delle cose. Nel graphic novel tratto dal videogioco è memorabile il dialogo-scontro tra Mickey e Oswald. “Ascoltami Oswald…Prima di lasciare Male Street, Clarabella ha detto che potevi aiutarmi a tornare a casa!” “Almeno tu hai una casa! Anch’io ne avevo una…un tempo. Non era un granché, ma almeno era tutta nostra! Ma tu! Tu avevi tutto! Famiglia, amici! Ammiratori! Ammiratori che hanno dimenticato me, ma che erano pronti a dare qualsiasi cosa pur di comprare questa spazzatura…per ricordarsi di te!” (Epic Mickey – La leggendaria sfida di Topolino, 2010).

Oswald è solo un coniglio. Potremmo definirlo un “esperimento”, una premessa, una parentesi sfortunata della carriera di Walt Disney. Oswald, però, è fortunato. Perchè nelle sue rocambolesche disavventure sorride sempre, è felice di vivere nel suo mondo semplice, affiancato dalla gattina Ortensia e di tanto in tanto da dei piccoli coniglietti. Oswald ha vissuto due anni intensi, è stato dimenticato, ma c’è chi ha avuto il piacere di trovarlo, riscoprirlo e restaurarlo. E così Oswald è fortunato anche per questo.

 

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* Chiamo Topolino col nome originale “Mickey”, poiché arriva in Italia per la prima volta nel 1930 sul numero 13 del settimanale torinese “Illustrazione del Popolo”. Solo due anni dopo appare la definitiva traduzione “Topolino” sull’omonimo libro illustrato della casa editrice Nerbini.

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Il mondo di carta di Lotte Reiniger – Aschenputtel (1922)

Recentemente ho potuto assistere ad un incontro organizzato dalla Cineteca di Bologna con Giannalberto Bendazzi, massimo guru della storia del cinema d’animazione mondiale che il nostro Paese ha la fortuna e l’onore di possedere. vlcsnap-2009-10-15-20h56m23s72 Rapita dalle poche ma sagaci parole del pacatissimo maestro, mi sono resa conto di essere totalmente ignorante sul cinema d’animazione muto, tralasciando il gatto Felix, il primo Mickey Mouse con la lingua di fuori e gli occhi allucinati, gli spettacoli di lanterna magica achmed26-bige Théâtre optique, i deliri del cinema futurista e le ombre cinesi di fine Ottocento. Per colmare questa grave lacuna, nei giorni successivi decido di mettermi a consultare Cartoons. Cento anni di cinema The-Groundbreaking-Silhouette-Animations-of-Lotte-Reinigerd’animazione dello stesso Bendazzi, edito nel 1988 da Marsilio (versione meno aggiornata del più recente Animazione. Una storia globale, UTET, 2017). Di un libro o, in questo caso, di una vera e propria enciclopedia, la prima cosa che sono solita a fare é dare una rapida occhiata alle pagine centrali di carta lucida con le illustrazioni esemplificative; due di queste catturano la mia attenzione, cioè fotogrammi tratti da due film di un’animatrice tedesca: Lotte Reiniger (Berlino, 2 giugno 1899- Dettenhausen, 19 giugno 1981).
Immediatamente mi vedo costretta a dover abbandonare per sempre la convinzione che i conigli e i topi antropomorfi di casa Disney siano stati i primi protagonisti del cinema d’animazione mondiale. Con mio grande stupore scopro che la parentesi muta del cinema d’animazione contiene tantissimi nomi (vale la pena citare Winsor McCay, Berthold Barthosch e Kenzō Masaoka), innumerevoli opere e altrettante sperimentazioni; la spiccata curiosità verso la vita di Lotte Reiniger mi porta ad apprendere come il primo vero lungometraggio animato non sia opera di Walt Disney, bensì di questa signorina tedesca il cui, a suo dire, unico talento era quello di ritagliare dettagliatissime silhouettes di cartoncino. Null’altro. E qualcuno potrebbe alzare la mano perplesso e dirmi: “Ok, e quindi cosa ha fatto di tanto speciale?”. Io sono dell’idea che se sei una fan di Paul Wegener (Lo Studente di Praga, 1913 e Il Golem, 1915), assisti a una sua conferenza, ti iscrivi alla scuola di teatro di Max Reinhardt per poterlo conoscere di persona, cerchi di fare colpo ritagliando a tutto spiano silhouettes degli attori che ti circondano, diventi autrice delle didascalie de Il pifferaio magico di Hamelin (Paul Wegener, 1918) e metti in piedi una squadra di professionisti in cui sei l’unica donna in un panorama in cui le donne-regista si contano sulle dita di una mano, forse è il caso di dire che il tuo unico pregio non si riduce al mero “taglio perchè non ho nulla da fare”.

L’esordio ufficiale di Lotte Reiniger all’animazione avviene nel 1919 con L’ornamento del cuore innamorato (Das Ornament des verliebten Herzens) e Der Amor und das standhafte Liebespaar nel 1920. Da qui in poi la Reiniger si dedica alla produzione di trasposizioni di fiabe quali Cenerentola, La Bella Addormentata nel Bosco e La valigia volante per poi realizzare nel 1926 il meraviglioso Die Abenteuer des Prinzen Achmed della durata di poco più di un’ora (ufficialmente il primo lungometraggio animato) e colorato a mano Lotte-Reiniger(l’originale in nitrato risulta disperso) che include elementi della raccolta di novelle Le Mille e una Notte, in particolare estratti da Il Principe Ahmed e la fata Pari-Banu. Il film necessita di circa tre anni di lavorazione e non è molto difficile immaginare come si fosse trattata di un’impresa titanica per l’epoca. Come per tutti i suoi film, la Reiniger adopera un paio di forbicine da ricamo, un grande tavolo di lavoro illuminato dal basso e le sue fedelissime silhouette di cartoncino e piombo letteralmente “smembrate” in più parti per permetterne qualsiasi tipo il movimento. Ovviamente, l’attrezzatura della Reiniger é in realtà molto più complessa di così, perciò, non volendo tediare nessuno con ulteriori spiegazioni tecniche, rimando al libro di Pierre Jouvanceau Il Cinema di silhouette, oppure a un bel video con protagonista una Reiniger che non ci guida, come ci aspetteremmo, nelle sue cucine per spiegarci come preparare un ottimo Apfelstrudel, bensì verso il suo macchinario illuminato e illustrarci passo dopo passo la sua passione di vita.

Una delle fiabe trasposte da Lotte Reiniger é Aschenputtel (Cenerentola) del 1922, uno dei primi esempi del mestiere certosino operato dall’autrice, che porterà avanti fino alla morte: difatti, con l’avvento del sonoro la creatività di Lotte Reiniger trova nell’accompagnamento musicale un incentivo per continuare a raccontare storie fino alla fine degli anni Settanta. E’ bene scordarsi fin dal principio l’insopportabile coppia di topi Giac e Gas, il gatto Lucifero e l’alienante Bibbidi Bobbidi Bu della fata Smemorina che grazie al cielo faranno la loro comparsa solo ventotto anni dopo nella più stucchevole versione di Walt Disney. In questa sede la rappresentazione di Cenerentola é più cupa e agrodolce (in una didascalia appare addirittura il termine “sgualdrina”), mostrata anche sia dai riquadri ritagliati a zig zag che dai contorni spigolosi delle sorellastre e della matrigna, e la trasformazione da serva a principessa per una notte avviene sulla tomba della madre grazie all’aiuto di uno stormo di uccellini. Le didascalie in rima, edite da Humbert Wolfe, ci introducono alla fiaba dei fratelli Grimm: “Un paio di forbici ci raccontano come Cenerentola, vittima di due sorelle e della matrigna, si trasformò in principessa”. Nel quadro successivo una mano umana ritaglia da un pezzetto di carta la figurina di Cenerentola che prende vita e dà inizio alla storia che tutti conosciamo. La maestria di Lotte Reiniger conferisce delicatezza e dolcezza alla fiaba dal finale originariamente piuttosto scabroso (non viene mostrato il momento in cui gli uccellini cavano gli occhi alle sorellastre come tremenda punizione divina, la Reiniger si limita all’ E vissero tutti felici e contenti squarciando in due la silhouette della matrigna); il risultato é quindi una raffinata e pregiata opera d’artigianato che sorprende soprattutto per le fantasiose e innovative transizioni da una scena all’altra. Aschenputtel é la semplice, ma importante premessa di quello che sarà Il Principe Ahmed quattro anni più tardi in cui le soluzioni narrative si fanno più complesse e spettacolari, grazie al sapiente uso di sovrapposizioni, materiali grezzi come la sabbia e la cera, carta e vetri colorati.

Questo è uno di quei pochi casi in cui preferisco non soffermarmi troppo sull’analisi di un film, poichè sono convinta che la fruizione di un film di Lotte Reiniger non porti a farsi troppe domande: é nero su bianco, carta su vetro. Semplice e bellissimo.

Aschenputtel / Lotte Reiniger. – Soggetto: Jacob Grimm, Wilhelm Grimm – Sceneggiatura: Humbert Wolfe – Berlino: Institut für Kulturforschung, 1922. – Lunghezza: metri 374 circa.
Stato: sopravvissuto.

Fonti: Giannalberto Bendazzi, Cartoons. Cento anni di Cinema d’animazione, Marsilio, 1988.
Pierre Jouvanceau, Il Cinema di silhouette, Le Mani, 2004.
Gianni Rondolino, Storia del Cinema d’animazione, Einaudi, 1974.

A Wild Roomer – Charles R. Bowers, Harold L. Muller (1927)

Tra le varie comiche di Charles Bowers (detto Charley e noto in Francia come “Bricolo“), ve ne è una molto divertente che attraversa il filone fantascientifico prendendo in giro il mondo degli inventori: A Wild Roomer. Charles Bowers oltre ad essere attore e regista, fu uno dei pionieri dell’animazione, che non manca in questo corto di circa venti minuti.  Lo stesso Bowers abbiamo già avuto modo di citarlo per la sua attiva partecipazione nello Studio Barré, che acquistò i diritti per rendere la striscia Mutt & Jeff una serie animata.

Per ricevere l’eredità del nonno, l’inventore Charley Bowers deve mostrare che l’ultima sua invezione è perfettamente funzionante, pena la perdita di tutti i beni in favore del perfido zio Hincarney. La sua nuova creazione è una macchina tuttofare, che svolge un numero incredibile di azioni comandate tramite un enorme telecomando. Ma la macchina è decisamente enorme e solo dopo numerosi pasticci Charley riuscirà a farla uscire dalla pensione in cui abita (a scapito dei suoi poveri coinquilini). Si troverà poi a dover fronteggiare lo zio, disposto a tutto pur di ottenere la ricca eredità del padre. Tra una gag e l’altra il nostro eroe riuscirà a sbarazzarsi dello scomodo parente anche grazie alla complicità dell’arzilla futura suocera di Charley.

La parte forse più bella ed emozionante del corto, è la scena d’animazione, in cui una bambola di pezza prende vita e interagisce prima con un paio di mani bioniche (che di fatto hanno creato il pupazzo) e poi con uno scoiattolo (vedi foto). La scena in cui finalmente lo Zio viene conciato per le feste risulta divertente nonostante la prevedibilità, anche grazie all’espediente della vecchina esaltata che preme tutti i tasti del macchinario senza sosta. Una piccola chicca che merita di essere vista. Il corto è inserito all’interno del doppio DVD Charley Bowers: The Rediscovery of an American Comic Genius edito per il mercato americano dalla Image Entertainment mentre per il mercato italiano è edito dalla Dcult nel DVD Charley Bowers: una macchina di risate ad un prezzo decisamente più accessibile. Di recente è anche uscito per la Lobster il bluray Charley Bowers – Un génie à redécouvrir.

Animazione e Fantascienza

Nell’era del muto non bisogna l’importanza dell’animazione che portò presto al successo, oltre al più noto Walt Disney, anche grandi disegnatori come i Fratelli Max e Dave Fleischer (Koko il Clown) e Otto MessmerPatrick Sullivan (Felix the Cat) ma anche il grande Winsor McCay di cui parleremo in un topic speciale entro breve. Lascerò da parte anche The ? Motorist di Walter R. Booth (1910) a metà tra animazione e realtà, a cui ho deciso di dedicare una recensione a parte. Restando nell’animazione fantascientifica ricordo come il russo Mars’Stepson (Пасынок Марса) di Ladislas Starewich (1914), e l’avventura A Trip to Mars (1920) con i celebri Mutt & Jeff, di cui ho già avuto modo di parlare altrove, siano purtroppo andati perduti.

 Felix the Cat Flirts with Fate – Otto Messmer (1926)

Il Gatto Felix, con la sua inconfondibile pelliccia nera, vide luce per la prima volta nel 1919, e divenne in breve tempo la prima vera star del cinema di animazione, tanto da essere noto ancora adesso. L’avventura di cui ci stiamo occupando vedeva il gattino alle prese con il pianeta Marte. Felix, infatti, alla ricerca di una gattina con cui condividere il resto della sua vita scopre che il pianeta rosso è popolato da mici proprio come la terra. Si lancerà allora sul pianeta dove ne combinerà di tutti i colori lasciando senza fiato gli astronomi che osservano tutto dalla Terra. Questo episodio, molto divertente, venne presentato per la prima volta il 24 gennaio del 1926 e fa parte del ciclo di 78 puntate che Messmer e Sullivan fecero per la Educational Pictures tra il 1925 e il 1928. L’animazione risulta molto fluida e godibilissima ancora oggi grazie alla sua semplicità e brevità. L’unico modo in cui ho potuto vedere questa puntata fantascientifica è stata attraverso una registrazione di una rappresentazione della puntata con musica dal vivo (che vi lascio qui sotto).

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A Trip to Mars – Max Fleischer (1924)

Due delle menti più geniali dell’animazione americana sono certamente Max e Dave Fleischer, abili sperimentatori che rivoluzionarono il genere. Tra le loro creazioni va ricordato il rotoscope, un sistema innovativo che rendeva maggiormente realistiche le animazioni. Questo sistema venne utilizzato per la prima volta nella lunga serie Out of the Inkwell che iniziò nel 1914 e vedeva come protagonisti principali Koko il Clown (o Ko-Ko come veniva chiamato a partire dal 1923 e quindi nel periodo di cui ci occupiamo) e il cagnolino Fitz (che con l’avvento del sonoro cambierà nome in Bimbo). In questa avventura spaziale, Ko-Ko viene inviato dal suo autore Max Fleischer su Marte, nonostante il pagliaccio faccia di tutto per evitare di andarci. Quando tutto sembra ormai perduto, per vendicarsi Ko-Ko piazza la dinamite sotto la sedia del suo disegnatore costringendolo così a raggiungerlo sul pianeta rosso. Tra riferimenti al Voyage dans la Lune di Méliès più o meno evidenti i due ne combineranno di tutti i colori per poi tornare finalmente sull’amata Terra.

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– Ko-Ko’s Earth Control – Dave Fleischer (1928)

Ancora il Clown Ko-Ko è protagonista di un’altra avventura di animazione di fantascienza. Questa volta il suo disegnatore fa scoprire alla sua creatura e al dispettoso cagnolino Fitz la stazione di controllo della Terra. Qui, infatti, è possibile modificare le conzioni atmosferiche del pianeta o far sorgere il Sole e la Luna semplicemente girando delle manopole. Una leva particolare però stuzzica la curiosità del cagnolino Fitz, quella che darà inizio alla fine del mondo. Nonostante i numerosi tentativi di Ko-Ko per evitarlo, Fitz riuscirà ad abbassare la leva dando inizio a numerosi cataclismi tutti da ridere.

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