Archivio

Posts Tagged ‘Totò’

Le Avventure di Villar (Οι περιπέτειες του Βιλλάρ) – Joseph Hepp (1924)

marzo 1, 2018 Lascia un commento

Il genere Slapstick è indissolubilmente collegato all’epoca del cinema muto. Grazie alle commedie di Mack Sennett e ai primi lavori di Charlie Chaplin, per i quali è principalmente noto, esso può sembrare a prima vista un frutto dell’ambiente cinematografico statunitense. Al contrario la slapstick comedy ha una matrice ben più complessa, fatta di più rimbalzi tra il vecchio continente europeo e il fiorente mondo anglosassone.

artgo8

Anch’essa, come innumerevoli altre storie di arte e spettacolo, affonda le sue radici in Italia e più precisamente nella Commedia d’arte italiana, traendone la mimica, la grossolanità, i caratteri fisiognomici e costanti, le trame ridotte all’osso, più simili a situazioni proverbiali che a narrazioni vere e proprie. Inizialmente fu tradotta in termini cinematografici in Francia, grazie all’abbondante e multiforme lavoro della Pathé, da personaggi quali Cretinetti, Polidor e Robinet, nomi d’arte rispettivamente di André Deed, Ferdinand Guillaume e Marcel Fabre. Ciò che poi troverà sviluppo e maturità negli Stati Uniti, in Europa è ancora un abbozzo dai ritmi incerti e fiaccamente strutturato, privo innanzitutto di quelle capacità registiche qui maggiormente investite sui film d’arte e altri generi più “alti”. Non che non vi siano opere godibili e interessanti – che non mancheremo di affrontare prima o poi! – ma uno spettatore odierno avverte, di certo, una certa distanza dai modelli sennettiani con cui il genere ormai si identifica e su cui il giudizio si è inevitabilmente “allenato”.

Quello di Nikos Sfakianakis, attore e sceneggiatore greco, è un passo ulteriore e in controtendenza. Il suo personaggio, Villar, riporta lo slapstick in Europa con una serie di cortometraggi che inseriscono un personaggio che guarda ai modelli francesi in un contesto ripreso pedissequamente dalla Keystone e trasferito sotto il Partenone. In Le avventure di Villar (Οι περιπέτειες του Βιλλάρ, 1924) Sfakianakis interpreta un personaggio presentato canonicamente: a spasso per la città come se fosse al di fuori dagli orologi e dai ritmi di chi lavora, sorriso stampato sul viso, abiti chapliniani, quindi pantaloni larghi e cadenti, bastone e bombetta, un fiore all’occhiello e una donna da corteggiare. Villar è impiegato in una stireria, ma le troppe distrazioni femminili gli fanno commettere un errore dopo l’altro: prima arriva tardi a lavoro, poi dimentica il ferro sulla biancheria che si scotta irrimediabilmente. Il suo capo, con parrucca e baffi finti e il solito trucco arcigno e severo dei cattivi o dei poliziotti da slapstick, si vendica su di lui facendolo sedere sullo strumento utilizzato per scaldare i ferri da stiro e Villar, col sedere in fiamme, scappa travolgendo ogni cosa che incontra, alla ricerca di un fresco sollievo.

I tentativi di ripetere o richiamare film e gag statunitensi sono goffi e malriusciti, ma qui e lì ci sono particolari che fanno di Le avventure di Villar un film interessantissimo. Innanzitutto bisogna dire che si tratta del più vecchio film prodotto in Grecia conservato integralmente, l’unica tra le commedie di Villar arrivate fino a noi e il primo restauro, cominciato nel 1972 e terminato nel 1991, ad opera del Greek Film Archive. Le corse e il vagare di Villar per le strade di Atene ci offrono un documento rarissimo della vita nella capitale greca a metà degli anni venti: i venditori ambulanti, i negozianti, gli uomini che vanno a lavoro e i passanti reali che salutano alla cinepresa danno l’idea di un cinema di strada, non del tutto preparato e controllato, aperto agli avvenimenti e all’improvvisazione.

Quest’idea di approssimazione efficace offre guizzi che altrove sarebbero errori: una collega di Villar si soffia il naso come se ci dovesse ancora essere il ciack e una cliente del negozio va a finire in una tinozza piena d’acqua e in seguito al volto allarmato l’attrice guarda oltre la cinepresa in cerca di approvazione per la scena appena girata. Resta il dubbio se siano “errori” del montato originale o “errori” lasciati per scelta nel processo di restauro su sequenze non montate.

Peripeteiai tou Villar.avi_snapshot_07.01

Grande spazio viene poi dato ad una scena in un locale in cui Villar porta la sua ultima conquista, durante la scelta del cibo Villar ruba un pesce e lo infila in tasca ed è uno dei pochissimi primi piani utilizzati, una didascalia spiega che il furto è giustificato perché destinato alla “povera Zaza” di cui non sappiamo altro, forse un personaggio delle altre commedie con Villar? E quest’aspetto così umano e sociale, non riscontrabile altrove nel film, se fosse stato una caratteristica del personaggio di Sfakianakis gli accrediterebbe un’originalità non da poco. Il sospetto si fa ancora più intrigante se valutiamo che buona parte del secondo e ultimo rullo del film è occupata da una scena di genere particolarissima.

Sotto le antiche e maestose rovine greche viene allestito un banchetto per un variegato insieme di coppie di novelli sposi che sembrano usciti da Freaks!, nani, gemelle, personaggi circensi e stravaganti, più un ospite, apparentemente un banditore, visibilmente ubriaco. Tutti insieme aggrediscono la tavolata, condividono un cosciotto di maiale un morso ciascuno, bevono, ridono e più mangiano più appaiono insoddisfatti. Tra le portate ci sono degli spaghetti doppi, serviti in un unico piatto, e la foga con la quale i commensali pescano con le mani cercando di accaparrarsi la porzione maggiore non può non ricordarci il Totò di Miseria e Nobiltà (1954) con cui sarebbe azzardato ma anche affascinante ipotizzare una comune paternità, magari a partire da qualche gag dell’avanspettacolo del primo ‘900 passata di compagnia in compagnia. L’unica relazione tra la tavolata e Villar è annunciata da una didascalia “Il fulmine” dopo la quale si vede Villar correre, scontrarsi e travolgere i personaggi seduti, ancora con il cibo in mano. Tanta attenzione quindi appare ingiustificata, non fosse per un’attenzione particolare a quel mondo basso e popolare, che potrebbe essere frutto di una simpatia di Sfakianakis stesso e del regista Joseph Hepp, che precedentemente aveva lavorato come documentarista girando il primo reportage politico del cinema greco.
Il finale inoltre contiene una indubitabile citazione de L’innaffiatore innaffiato (1895) dei Fratelli Lumiere dove l’innaffiatore dà sollievo alle scottature di Villar e in più “censura” con il suo cappello il bacio che suggella il lieto fine un film breve ma di cui si potrebbe parlare a lungo.
Il film è disponibile solamente su un dvd edito dalla Leon Films e oggi piuttosto raro.

Peripeteiai tou Villar.avi_snapshot_19.16

Annunci

La Bambola Di Carne (Die Puppe) – Ernst Lubitsch (1919)

Ammetto che è quanto meno strano inziare il capitolo tedesco con un film come La Bambola di carne (altra traduzione per me orrenda), ma sicuramente questa breve pellicola rappresenta un passo non da poco nella storia del cinema. Con questo film ci troviamo forse davanti all’invenzione dell’espressionismo comico, con l’uso di movenze e situazioni che ritroveremo nell’arco di tutta la storia del cinema (alcune gestualità e movenze ricordano quelle che vedremo anche nei nostrati Totò e Ciccio e Franco tanto per dirne due). Del resto Lubitsch ha sempre dimostrato, in particolare nei suoi film sonori, la sua predilezione per il genere arguto e le frecciatine maliziose. Come non ricordare Ninotchka, “il film dove Greta Garbo ride”?
Le vicende narrate in Die Puppe si ispirano liberamente a una novella di E.T.A. Hoffmann, che ha dato vita anche al balletto comico Coppélia o La ragazza dagli occhi di smalto, rappresentato per la prima volta a Parigi nel 1870.

Lancelot (l’austriaco Hermann Thimig), nipote del Barone di Chanterelle (Max Kronert), gravemente malato, non vuole proprio saperne di sposarsi, e quando si vede davanti alla porta 40 vergini che aspettano solo che lui decida chi di loro portare all’altare fugge dalla finestra e si rifugia, al termine di uno spassosissimo inseguimento, in un piccolo monastero. Qui degli uomini di chiesa non proprio ligi al digiuno e poco ansiosi di sopportare privazioni, vengono a sapere la cifra della dote che verrà assegnata a Lancelot qualora decidesse di maritarsi: 300.000 Franchi! Allettati da questa grande somma, i monaci offrono una scappatoia al nostro eroe: egli dovrà sposare una bambola dalle fattezze umane, invenzione di tal Hilarius (Victor Janson), e poi consegnare la ricca dote proprio al monastero in cambio della dritta.

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

Questa bambola è del tutto uguale alla vera figlia dell’inventore, Ossi (Ossi Oswalda, attrice dalla straordinaria capacità espressiva, che non sopravviverà all’arrivo del sonoro e morirà in povertà all’età di 48 anni). Quando Lancelot si reca da Hilarius, succede però qualcosa di imprevisto. Il suo giovane apprendista (Gerhard Ritterband) urta inavvertitamente la bambola, rompendole un braccio. Per evitare una strigliata, la vera Ossi prende il posto della Puppe, e viene così consegnata a Lancelot, che corre a corte per ufficializzare il proprio matrimonio. Qui si susseguono numerose gag tra il principe, ignaro della sostituzione, e la finta bambola. Quando il nostro Lancillotto riceve la dote, corre dai suoi amici monaci a consegnare il bottino e rinchiudere la povera Ossi in un ripostiglio (avendo ormai esaurito la sua funzione). Ma la ragazza non ci sta e scappa nella camera del suo promesso sposo. Lancelot, nonostante sia ancora convinto che Ossi sia una bambola, inizia ad innamorarsi del suo modo di fare estroso e, addormentatosi (in una scena molto bella), la sogna. Viene svegliato di soprassalto proprio dalla sua amata che lo bacia e rivela la sua reale identità. Nel mentre a casa Hilarius è stato scoperto l’inganno e all’inventore sono venuti letteralmente i capelli bianchi per lo stress (oltre che una grave forma di sonnambulismo notturno). Nel tentantivo di mettere a posto le cose, Hilarius corre alla ricerca della figlia e dopo aver viaggiato in sella ad alcuni palloncini (l’atterraggio sarà invece poco morbido per colpa del solito apprendista dispettoso). Una volta caduto a terra ritroverà la sua Ossi mano nella mano con Lancelot. Tutto è stato già chiarito e i due annunciano ad Hilarius la propria intenzione di sposarsi. Ora al creatore di bambole possono tornare finalmente tutti i capelli neri…

(potete riprendere la lettura da qui…)

Film divertente, che colpisce per la sua semplice spontaneità. A volte questa sua genuinità stordisce, e viene da ridere proprio vedendo le scene ai limiti dell’assurdo che vengono a crearsi. Di grande comicità gli inseguimenti e i bisticci tra Hilarius e il suo apprendista, così come i giochi di sguardi ed espressioni tra Ossi e Lancelot. Con tanta ironia e anche una leggera vena anticlericale, Lubistch ci stupisce con questo piccolo gioiello di comicità pura. Una fiaba divertente che ripercorre le fobie maschili distruggendole a furia di siparietti comici. La breve durata contribuisce poi a rendere gradevole che altrimenti risentirebbe troppo del tempo passato. Sicuramente la bambola di carne ci può dare un’idea di quello che è stato l’inizio di alcuni motivi comici. Ottima interpretazione di Ossi Oswalda, e grande capacità del regista nel caratterizzare i personaggi (questi strappano un sorriso anche solo al primo sguardo). Film davvero consigliato, quanto meno per quello che ci ha lasciato in eredità. Spero che dopo la visione possiate perdonarmi per questo primo azzardo.