Archivio

Posts Tagged ‘Muti Americani’

I Lupi di Kultur (Wolves of Kultur) – Joseph A. Golden (1918)

Wolves_of_KulturIl Cinema Ritrovato 2018 ci ha regalato la grande sorpresa della riapertura del Cinema Modernissimo, seppur ancora totalmente da ristrutturare. Per i fortunati che erano a Bologna durante il festival è stato possibile visionare in questa splendida cornice il serial americano Wolves of Kultur, che secondo indiscrezioni doveva essere alternato a I Topi Grigi ma invece così non è stato. La serie presentata è molto simile ad altre che abbiamo recensito su queste pagine, come The Master of Mystery con Houdini, ovvero una serie di episodi riempitivi che poco aggiungono alla trama, tanti stunt e colpi di scena confezionati al solo scopo di riportare a teatro o al cinematografo gli spettatori settimana dopo settimana.

wolves2Ecco la lista degli episodi :

  1. The Torture Trap
  2. The Iron Chair
  3. Trapping the Traitors
  4. The Ride to Death
  5. Through the Flames
  6. Trails of Treachery
  7. The Leap of Despair
  8. In the Hands of the Hun
  9. Precipe of Death
  10. When Woman Wars
  11. Bretwixt Heaven and Earth
  12. Tower of Tears
  13. The Hun’s Hell Trap
  14. Code of Hate
  15. Reward of Patriotism

Il Dr. Grayson ha inventato un missile potentissimo che può essere telecomandato fino alla destinazione voluta. Lui vorrebbe usare questa scoperta per porre fine a tutte le guerre ma la banda dei Lupi di Kultur lo uccide e ruba i piani per l’arma. La nipote Alice Grayson (Leah Baird) assieme al fidanzato Bob Moore (Charles Hutchison) si mette sulle loro tracce dei banditi per fermare il loro piano diabolico. Purtroppo vengono presto scoperti e il terribile Henry Hartman (Austin Webb), capo della banda, attenta più volte alla loro vita grazie anche all’intervento del suo braccio destro Carter (Karl Dane). Indaga sulle vicende anche Barclay (Sheldon Lewis), un poliziotto che è convinto che Alice possa far parte della banda. Tra inseguimenti e fughe mozzafiato alla fine i nostri eroi riusciranno a liberare il mondo da questa terribile minaccia.

WolvesOfKultur01_Fort-Lee-Film-Commission-1024x471

Come detto questa serie non è niente di particolarmente eclatante per chi ha visto altre serie americane di epoca successiva. Riporto quanto ho scritto per Cinefilia Ritrovata: “Come accadeva per i grandi romanzi pubblicati sui quotidiani, ogni episodio termina con un climax, quando i protagonisti sono in pericolo di morte e con l’invito a tornare a teatro la settimana successiva per conoscere la loro sorte. Gli episodi, di venti minuti ciascuno, sono schizofrenici, con i personaggi in perenne movimento, imprigionati e liberati più volte, pronti a combattere contro ogni avversario con zuffe e parapiglia spettacolari. Bob passa più tempo in acqua o a mezz’aria piuttosto che a terra, del resto gli stunt erano e sarebbero stati un marchio di fabbrica del suo interprete Charles Hutchinson. Di certo il film è pieno di naiveté e cattivissimi membri della gang commettono leggerezze inaccettabili, tanto che la stessa Alice arriverà ad ammetterlo in una didascalia dell’ultimo episodio. Ma questa componente è ovviamente indispensabile affinché il serial possa continuare per 15 lunghi episodi, la maggioranza dei quali è evidentemente un puro riempitivo tanto da rendere possibile la comprensione di tutta la storia guardando solo i primi e gli ultimi episodi.” Insomma tante zuffe e poco più per una serie che se, da una parte, ha segnato un’epoca e influenzato le produzioni locali successive, dall’altro ha tantissimi limiti che mi portano a consigliare allo spettatore di vedere solo i primi e ultimi episodi della serie. Per chi fosse interessato è possibile acquistare la versione ridotta a un prezzo veramente modico su amazon.com. Potrebbe essere un modo per vedere in appena due ore i momenti salienti della serie senza perdere troppo tempo dietro ai singoli episodi che per altro non sono attualmente reperibili.

Annunci

Tarzan (Tarzan of the Apes) – Scott Sidney (1918)

Tarzan_of_the_Apes_1918Su un noto gruppo dedicato al cinema muto è da inizio anno che rompono le scatole con il centenario di Tarzan of the apes. Al Cinema Ritrovato c’era una fila chilometrica per entrare in sala, ma io l’ho volutamente bistrattato a favore di un’ora di tregua dalle lunghe sessioni di proiezioni mute. Premetto che io e Alessia abbiamo visto il 79% delle proiezioni mute in programma, e Tarzan non è stata una di queste. L’amore tra me e questa storia non è mai sbocciata: ricordo vagamente mia madre tornare a casa con il libro di Edgar Rice Burroughs, che credo di non aver mai finito o, anche qualora lo abbia fatto, non deve aver lasciato particolari tracce. Quando uscì il film disney ero già grandicello, credo di averlo visto successivamente, ma se non fosse stato per la simpatia che nutro per Phil Collins l’avrei probabilmente ignorato completamente. In compenso da piccolo andavo letteralmente pazzo per Totò Tarzan, anche se oggi, non rivedendolo da almeno 15 anni, ho la vaga sensazione che non fosse propriamente uno dei suoi capolavori. Tutta questa premessa per dire che, nonostante tutte le avversità, ho deciso di recuperare finalmente il primo film di Tarzan e vederlo. I miei pregiudizi saranno stati confermati?

vlcsnap-2018-07-11-13h09m03s044Lord John e Lady Alice Greystoke (True Boardman e Kathleen Kirkham) vengono incaricati di interrompere la tratta degli schiavi nell’Africa Britannica. Durante il viaggio in mare i marinai si ammutiano e i due riescono a salvarsi solo grazie all’aiuto di Binns (George B. French), marinaio che ha a cuore la loro sorte e che li indirizza verso una casa nella fitta foresta africana con la promessa di ricongiungersi a loro più avanti. Passano i mesi, Binns è stato fatto prigioniero dagli schiavisti e Alice ha un bambino. Purtroppo prima che lui compia un anno la giovane muore lasciando John solo con il bambino. Nella foresta, intanto, Kerchack, capo di una tribù di scimmie molto numerosa, ha perso il cucciolo avuto da Kala ed è molto arrabbiato. I primati decidono quindi di rubare il piccolo umano sostituendolo nella culla con la scimmia morta. John muore di dolore e nella casa restano così tre scheletri. Il giovane Tarzan (Gordon Griffith) cresce sano e forte come una scimmia ignorando la sua vera natura. Si imbatte un giorno casualmente in una tribù di aborigeni prima, da cui impara a vestirsi, e nella sua vecchia casa di famiglia. Intanto Binns riesce a liberarsi e raggiungere la casa dove scopre Tarzan e lo istruisce sommariamente. Purtroppo viene scoperto dagli schiavisti che lo costringono a fuggire. Anni dopo Tarzan è cresciuto (Elmo Lincoln) e Binns è riuscito a convincere una spedizione scientifica a venire ad indagare. A capo vi è il Professor Porter (Thomas Jefferson), assieme alla figlia Jane (Enid Markey) e il giovane William Cecil Clayton (Colin Kenny), innamorato perdutamente della ragazza. Tarzan guarda la spedizione da lontano. Un aborigeno rapisce Jane e Tarzan allora interviene per salvarla. Dopo un periodo passato insieme Jane si innamora di lui e gli chiede di restare assieme.

 

Il finale è bizzarro e precipitoso: non sappiamo che fine abbiano fatto gli altri spedizionieri, partiti alla ricerca di Jane, né cosa accadrà ai due (Jane resterà con lui nella giungla o vorrà che lui torni con lei?). Nel romanzo lui la segue in America senza però riuscire a sposarla, qui si vuole forse troncare improvvisamente per evitare di svelare un non lieto fine nel caso in cui il sequel The Romance of Tarzan non fosse stato prodotto. Il secondo film è stato effettivamente girato ma è purtroppo andato perduto, quindi non potrò farmi del male un’altra volta. Per il resto non ho molto da dire se non che i miei pregiudizi sono stati rispettati: gli attori che interpretano Tarzan, forse per sottolineare la natura selvaggia e “sottosviluppata” dell’uomo-scimmia, ripetono espressioni da pirla per tutto il corso del film (vedi foto). Devo dire che anche Jane non è che ne faccia poi di intelligenti. Le loro espressioni buffe mi hanno fatto sinceramente ridere, ma non per questo apprezzare il film. Sicuramente per l’epoca vedere tanti animali selvaggi sul grande schermo avrà fatto un grande effetto, ma nell’epoca in cui i documentari naturalistici possono essere visti ogni giorno ventiquattro ore al giorno questa particolarità non suscita particolare interesse nello spettatore. Questo, unito alla recitazione claudicante rende, a mio parere, il film molto poco apprezzabile da un pubblico contemporaneo. In più non sono presenti neanche particolari stunt che rendono magari film come quelli di Douglas Fairbanks entusiasmanti e spettacolari ancora oggi. Concludendo sento di aver perso un’ora della mia vita che nessuno potrà mai restituirmi. Un centenario che avrei volentieri fatto a meno di festeggiare!

Prunella – Maurice Tourneur (1918)

prunellaDiciamolo, i film di Maurice Tourneur presentati durante il Cinema Ritrovato non mi hanno fatto impazzire. Era successo con Woman (1918) e lo stesso con il frammentario Prunella che presentiamo oggi. Si tratta di un film favoleggiante eccessivamente retorico e zuccherevole per i miei gusti e credo anche quelli di buona parte delle persone in sala. La storia si ispira all’opera teatrale omonima di Harley Granville-Barker e Lawrence Housman e racconta le vicende di Prunella (Marguerite Clark) e del suo amore per Pierrot (Jules Raucort). Quando i due diventano una coppia lei assume lo status di Pierrette entrando a far parte del gruppo delle maschere della commedia tradizionale con cui lui si accompagna regolarmente. Le lacune riguardano la parte centrale e il finale, che immaginiamo possa essere lieto, lasciando quindi qualche incertezza sullo svolgimento della vicenda. Quello che possiamo evincere è che, ad un certo punto, lei viene allontanata da Pierrot, perdendo così il suo ruolo di Pierrette e sostanzialmente la sua vita all’interno del gruppo. Tutti, compreso Pierrot, la considerano infatti morta e quando la incontrano con i suoi vestiti non scenici non la riconoscono.

Oggi il valore simbolico di questa opera è andato perduto e così ci troviamo di fronte a una fiabetta piuttosto bruttina che la conclusione mancante non riesce neanche a far rivalutare. Una delle poche note positive sono forse i costumi, ben curati e adatti al contesto fiabesco, nonché le scenografie in cui vediamo sfondi disegnati a mano che hanno lo scopo di rafforzare la sensazione di trovarsi dentro una favola. Come detto Prunella non mi ha entusiasmato ma la difficile reperibilità del film mi ha spinto comunque a farne una breve recensione allo scopo di dare maggiore informazioni possibili a chi difficilmente avrà modo di vederlo.

Woman – Maurice Tourneur (1918)

woman1Lo dico fin da subito: Woman di Maurice Tourneur non è esattamente un film ben riuscito, anzi, l’ho trovato piuttosto sgradevole. A suo favore ha il fatto che non lascia indifferenti perché è schizofrenico, apparentemente privo di una logica organica e per questo stupefacente. A dirla tutta Woman è in realtà una sorta di film contenitore, cioè una cornice di tanti racconti, più o meno riusciti, che hanno lo scopo di portare avanti la tesi principale del film, ovvero che le donne siano la causa dei peggiori dei mali del mondo. Un uomo (Warren Cook) cerca una definizione per il termine “donna” su un dizionario. Scorrono quindi episodi in cui alcune di esse si dimostrano diaboliche: si parte con Adamo (Henry West) ed Eva (Ethel Hallor); poi si passa alla dissoluta Messalina(Flora Revalless) moglie dell’Imperatore Claudio (Paul Clerget); il terzo episodio è il più bizzarro perché parla della nota leggenda delle selkie o Roan, foche che ogni tanto vengono sulla terraferma diventando splendide donne dai lughi capelli rossi. Un pescatore (Chester Barnett) nasconde la pelle di foca a una di esse (Gloria Goodwin) costringendola a diventare sua moglie. I giovani hanno due figli, ma lei un giorno trova le spoglie della sua forma marina e torna, giustamente, in acqua; un altro episodio caratteristico vede una donna (Faire Binney) che nasconde un fuggiasco ma si lascia corrompere per un cipollotto d’oro. woman2Si rende conto di quanto fatto solo di fronte alla fucilazione del giovane. Si torna al presente la una donna (Florence Billings) porta un manifesto della croce rossa. Parte quindi un lungo monologo che esalta il cambiamento delle donne di oggi, coloro le quali hanno vinto di fatto la guerra portando avanti l’economia quando gli uomini morivano sul fronte e spendendosi per la loro guarigione negli ospedali. L’uomo decide quindi di aggiungere una postilla al dizionario scrivendo una rivalutazione del genere femminile.

Come detto Woman è un film strano, con tante contraddizioni e una scarsissima coerenza interna. Le varie scene variano nella qualità e sarebbero state certamente meglio come corti presentati singolarmente. Essendo un film di difficile reperibilità non mi è stato possibile recuperare immagini del film, se non quella di scena che vedete sopra relativa alla vicenda delle selkie, di conseguenza non mi soffermerò su scene specifiche in assenza di un supporto visivo. Tra i tanti film presentati al festival questo è stato, a mio avviso, uno dei meno entusiasmanti.

Due commedie fantascientifiche

Siamo quasi al capolinea con i nostri aggiornamenti fantascientifici, questa volta sono riuscito a recuperare due commedie piuttosto rare. Andiamo a vedere di cosa si tratta:

– Laughing at Danger – James W. Horne (1924)

089218727695Laughing at danger rientra in quel filone di film “fantascientfici” molto stunt e poca trama che abbiamo imparato a conoscere nel corso del nostro progetto fantascienza. Tra questi citiamo ovviamente i film e serial con Houdini protagonista. Il film di cui parliamo oggi si differenzia un pochino dagli altri per il fatto che nasce come commedia, il protagonista, come vedremo, non si rende affatto conto che quanto sta accadendo è reale e non uno scherzo ben organizzato. A tirare il carro del film c’è Richard Talmadge, attore, stuntman e regista tedesco che deve il suo primo successo proprio alle sue prodezze sconsiderate davanti alla cinepresa.

Alan (Richard Talmadge) è lo spensierato figlio di Cyrus Remington (Joseph W. Girard), uomo politico che sta gestendo la trattativa per l’acquisizione di un raggio della morte capace di porre fine a tutte le guerre. Peccato che a casa Remington ci sia una talpa, Darwin Kershaw (Stanhope Wheatcroft), in realtà capo di una terribile banda criminale che vuole usare per i suoi loschi scopi la nuova arma. Quest’ultimo rapisce il Dr. Hollister (Joseph Harrington), inventore della macchina e unico a saperla usare, e sua figlia Carolyn (Eva Novak). Fin qui sembrerebbe tutto normale, ma a questa vicenda più seriosa si mischia quella di Alan, per l’appunto, che dopo l’ennesima delusione d’amore viene invitato dal medico curante a fare cose emozionanti. Così quando i malviventi iniziano a rincorrerlo e minacciarlo perché è entrato fortunosamente in possesso dell’unica chiave in grado di far funzionare la macchina mortale, egli crede si tratti di una farsa inventata dal padre per tirarlo su. Così il nostro eroe diverte a malmenare con chiunque gli si pari davanti. Il lieto fine è ovviamente scontato…

Il film ha il pregio di essere breve, ma di contenuti ne ha davvero pochi. In 60 minuti assistiamo a 20′ di scazzottate, 20′ di stunt e 20′ del protagonista che se la ride pensando sia tutto uno scherzo. Bisogna dire che alcune scene sono spettacolari, in particolare quella finale in cui una nave della marina fa esplodere con un missile il rifugio dei banditi (già ovviamente ripulito dal nostro eroe a furia di sganassoni). Il livello recitativo è tutto sommato dignitoso, con Talmadge a reggere sulle proprie spalle il peso della narrazione. Di certo da un film di James W. Horne mi sarei aspettato un pochino di più. La scena scelta nelle immagini è tratta dal finale ed è una delle poche che mi ha fatto sorridere, sia per il riferimento metacinematografico che per il felice ammiccamento tra i due padri davanti ai figli che stanno per fidanzarsi.

– Her First Flame – Bruno C. Becker (1920)

gale-henryLe premesse per fare un corto carino con Her First Flame c’erano tutte, l’inizio sembrava promettente con una didascalia che possiamo tradurre con “Immagina che sia il 1950 e fossero le donne a portare il pane a casa, mentre gli uomini si occupano della casa (dai, prova ad usare l’immaginazione!)“. Da queste prime parole mi immaginavo una commedia intelligente che scardinasse la pretesa superiorità maschile sulle donne. E invece? Si tratta di una commediola maschilista decisamente bruttina e poco divertente. In questo mondo le donne impersonano, male, il ruolo che dovrebbe, secondo i canoni dell’epoca, essere quello degli uomini, mentre questi ultimi agiscono come le peggiori e stereotipate donnette smorfiose. Con la frase “fanno, male, gli uomini”, intendo dire che le donne non riescono a interpretare bene il ruolo del maschio alpha, anche quando ricoprono cariche importanti. Sembrerebbe insomma una controprova di come in un mondo al contrario le donne non potrebbero mai fare con successo ciò che gli uomini fanno regolarmente.

La vicenda vede contrapposte due donne: Lizzie Hap (Gale Henry), donna dalla discreta inventiva e decisamente pasticciona, e Minnie Fish (Phyllis Allen), donna decisamente più quadrata nonché ricca e piuttosto popolare. Entrambe si contendono il posto di capo dei vigili del fuoco nonché le grazie del “bel” Willie Wart (Milburn Moranti), il cui padre
(Hap H. Ward), preferisce di gran lunga il buon partito di Minnie. Visto che nessuna persona di senno la voterebbe, Lizzie si traveste da tanti personaggi diversi, tra cui una donna nera con il razzistissimo trucco black face, buttando dentro l’urna chili di schede con il suo nome (grasse risate!). Così la protagonista ottiene il ruolo con l’inganno. Un giorno Minnie fa ubriacare Willie e tenta di ottenere le sue grazie con la violenza, ne segue una colluttazione che scatena un incendio. Lizzie salva il suo amato e riceve finalmente il benestare del padre di lui.

Non ho molto da dire, odio il modo di recitare di Gale Henry, davvero macchiettistico e, a mio avviso, poco divertente. Le situazioni sono davvero straviste e uno spunto interessante è stato gettato alle ortiche. Per fortuna oggi fa ridere pensare che un film di fantascienza sia incentrato sul predominio sociale delle donne, chissà cosa penserebbero gli sceneggiatori del film vedendo alcune donne degli anni 2000, seppur purtroppo ancora di rado, svolgere con estrema perizia ruoli di alta responsabilità.

La scala del sogno (Up The Ladder) – Edward Sloman (1925)

upladderUp The Ladder non è certo un film innovativo o particolarmente appassionante, ma ha il merito di risultare davvero piacevole grazie a una sceneggiatura ben scritta e ben dosata nei tempi. La vicenda narra della storia d’amore tra la ricca Jane Cornwall (Virginia Valli) e  James Van Clinton (Forrest Stanley), membro di una famiglia borghese ormai caduta in rovina. Per cercare di sbancare il lunario, James sta lavorando alla realizzazione del Tele-vision-phone, una sorta videotelefono ante litteram. Servono però 25.000$ che nessuno vuole dargli e che lui è troppo orgoglioso per prenderli da una donna (sic!). Jane, che sta avendo a sua volta problemi finanziari, impone quindi al suo legale Seymour (George Fawcell) di vendere la casa di famiglia e proporsi a nome suo come socio in affari per il progetto. Grazie al denaro, James riesce a realizzare il suo strumento fantascientifico e trova il coraggio per chiedere a Jane di sposarlo. Passano gli anni e i due hanno una figlia, Peggy (Priscilla Moran). Purtroppo non tutto va a gonfie vele perché James, accecato dal successo, inizia a trascurare la moglie e intraprende una relazione clandestina con la migliore amica di lei,  Helene Newhall (Margaret Livngston). Tutto precipita nel giro di poco tempo: James viene scoperto dalla moglie e dal marito di Helene, Bob (Holmes Herbert), la società non ha più liquidi per mantenere la produzione e l’unico modo per salvarsi dal fallimento è cedere una parte dell’azienda. James si rivolge allora a Seymour chiedendogli di firmare e solo quando ormai le tempistiche per la cessione saranno scadute scopre che il suo vero socio è stata sempre la moglie. Jane si è però rifiutata di salvare l’azienda,nella speranza di poter rivedere nella povertà l’uomo che aveva sempre amato…

Trattandosi di un film americano vi è in realtà un’apertura a un lieto fine, con l’aggiunta di una scena ambietata un anno dopo gli avvenimenti narrati e alla successiva separazione tra i due: James ha nel frattempo trovato lavoro come dipendente presso un’azienda elettrica locale, viene chiamato dal direttore perché il suo lavoro gli è valso un cospicuo aumento di stipendio. Si rende però necessaria la presenza di un testimone alla firma del contratto che ovviamente altri non è che Jane. Il film si chiude in questo modo lasciando intendere un riavvicinamento tra i due. Non sono riuscito a verificare se questo finale fosse presente nel testo teatrale di Owen Davis, da cui è tratto il film, ma qualora fosse un’aggiunta nella trasposizione cinematografica, la cosa non mi stupirebbe più di tanto.

 

Il film è una chiara critica agli scalatori sociali senza scrupoli, che abbandonano i valori tradizionali pur di ottenere fama e potere. Abbiamo due lati della stessa medaglia, da una parte James, caduto in disgrazia e poi capace di riottenere la fama grazie a una sua propria invenzione. Egli però non riesce a gestire tutto questo potere e si lascia attrarre dalla lussuria. Di gran lunga peggiore è però la posizione di Helene, migliore amica di Jane, che non esita a rubarne il marito una volta che questi ha ottenuto una posizione rispettabile. Dall’altra parte abbiamo Bob, marito di Helene, che ci viene detto essere da sempre un ammiratore di Jane, che però ha sempre rispettato l’amore sincero che la ragazza prova per il James. Non dimentichiamo poi Jane stessa, che per dare una soddisfazione al marito vende la casa di famiglia e vive in ristrettezze per un certo periodo pur di prestargli il denaro necessario a permettergli di creare il suo videotelefono. vlcsnap-2018-04-10-16h22m26s481Sebbene queste siano le conclusioni morali che si possono trarre dal film, Up the Ladder non le fa “pesare” e mantiene una pregevole leggerezza e godibilità. Virginia Valli è davvero splendida in questo film: la sua Jane è una donna passionale ma equilibrata, mai eccessiva nelle sue esternazioni emotive. Così, anche di fronte alle prove del tradimento del marito, mantiene la sua dignità pur nel profondo dolore. Sono lontane anni luci le interpretazioni delle dive italiane, con la loro gestualità del dolore portata all’eccesso. Probabile che per l’epoca quello di Jane doveva essere un esempio del comportamento di una donna borghese di fronte alla sofferenza: si doveva sempre tener presente il proprio livello sociale e non perdere la propria dignità di fronte ad esso. Il finale, forse posticcio, sembrerebbe suggerire un’altra delle “doti” che una donna dovrebbe avere, ovvero saper perdonare il marito nonostante tutto. Malgrado questo messaggio sia quanto più lontano dalle conquiste femminili che sono sate fatte fino ad oggi, e sappiamo quante ancora vanno, purtroppo, ancora conquistate, il personaggio di Jane colpisce per questo suo amore puro e per la sua dignità che trascende la sua posizione sociale. Insomma in questo vorticare di ascese e scalate nella società sono proprio la dignità e i sentimenti puri a vincere su tutto.

La regia di Sloman è semplice e non invasiva con alcune trovate fotografiche non particolarmente innovative ma ben fatte che potete trovare nelle immagini proposte. La prima riguarda la scelta di inquadrare l’avvicinamento tra Jane e James attraverso una serie di stacchi sulle gambe dei due: nella scena lui, che si strugge per le problematiche economiche, è salito su alcuni mattoni; lei decide così di prendere uno sgabello improvvisato per poterlo raggiungere e consolare ma una volta sopra ad esso inciampa cadendo tra le sue braccia: James la stringe allora a sé e la bacia.
Nella seconda immagine potete vedere un interessante stratagemma per mettere in scena la scoperta del tradimento proprio attraverso l’invezione fantascientifica su cui ruota il film: Jane è al telefono con l’amica Helene che si trova in compagnia di James. Attraverso lo specchio nella stanza dell’amica, Jane vede riflesso il volto del marito e capisce quindi di essere stata tradita.

In conclusione, se cercate un film piacevole senza troppe pretese Up the ladder è certamente il film che fa per voi.

 

She, “la donna eterna” nel cinema muto

15894815302_237bf77613_bNel 1887 uscì il romanzo She (it. La donna eterna o Lei) di H. Rider Haggard, che narrava le vicende di una donna immortale e del suo amore eterno. Haggard dava vita al filone dei “mondi perduti” che ebbe un vasto seguito nei decenni successivi. Visto il successo del libro con l’avvento del cinema vennero fatte numerose trasposizioni che andiamo qui ad elencare:
1) Del 1908 con regia di Edwin S. Porter (probabilmente perduta).
2) Datata 1911 di George Nichols e che recensiremo a breve.
3) Del 1916 regia di William Barker e Horace Lisle Locoque (perduta)
4) Uscita nel 1917 diretta da Kenean Buel (perduta). Caratteristica di questo film è la presenza della diva Valeska Suratt, di cui non ci è rimasta nessuna delle sue interpretazioni.
5) Una versione anonima del 1919 (perduta).
6) per concludere la versione con regia di Leander de Cordova e G.B. Samuelson del 1925 di cui ci occupiamo in fondo a questo articolo.

Un così vasto numero di adattamenti mostra chiaramente come la storia fosse amata fino ai primo venti anni dal ‘900. Con l’avvento del sonoro seguirono altri quattro adattamenti, il più recente nel 2001 con regia di Timothy Bond che non ha avuto decisamente una buona critica.

<

– She – George Nichols (1911)

vlcsnap-2018-02-06-19h13m05s809Questa prima versione conservata del romanzo di Haggard è costituita da un cortometraggio di circa 25 minuti in cui viene abbozzata la storia di She. La prima parte del racconto è ambientata nel IV secolo a.C. in Egitto. Amenartes (Viola Alberti), figlia del faraone, scappa via dal suo paese natale per amore del Sacerdote di Isis Kallikrates (James Cruze). Passano gli anni, i due hanno un figlio. Nel corso del loro eterno pellegrinare, giungono presso le coste della Negro’s Head Rock. Qui vive She (Marguerite Snow), essere immortale e dotato di magini poteri, che si innamora perdutamente di Kallikrates. Non potendo avere il suo amore lo uccide e aspetta che ritorni da lei una volta reincarnatosi. Con un salto temporale andiamo alla fine dell’800 quando il giovane Leo Vincey (James Cruze) compie 25anni. Viene a sapere di She e decide di vendicare il suo antenato. Giunto dalla donna, però, se ne innamora. Il finale è tragico: She vorrebbe donare l’immortalità a Leo, facendolo immergere nel fuoco sacro dell’immortalità. Lui è dubbioso così lei decide di dare il buon esempio; purtroppo invece di rinnovare la sua immortalità, le fiamme la uccidono all’istante. Straziato Leo torna in Gran Bretagna.

Il film è abbastanza piacevole, ha come pregio la durata breve e la presenza di paesaggi piuttosto vari e in alcuni casi suggestivi. La recitazione di Marguerite Snow è molto curata ed espressiva, anche quando deve recitare coprendosi il volto con un telo. Al contrario Cruze mi ha colpito in negativo, quando interpreta Leo sembra un bambinone sperduto. La sceneggiatura è forse un po’ troppo semplificata e a tratti naive, ma ho visto di molto peggio.

<

– She – Leander de Cordova, G.B. Samuelson (1925)

shecoverQuesta seconda versione è una produzione britannico/tedesca molto dettagliata e ben fatta rispetto a quella appena vista, tanto che lo stesso Haggard vi partecipò scrivendo le didascalie.

La vicenda inizia a Cambridge dove il vecchio Vincey sta morendo e fa promettere all’amico Horace Holly (Heinrich George) di prendersi cura del figlio Leo (Carlyle Blackwell). Così avviene e quando quest’ultimo compie 25 anni Holly gli consegna un pacco da parte del padre. Scopre così di essere discendente di una lunga dinastia risalente all’antico Egitto. Leo parte alla ricerca delle sue origini e finisce in Libia presso il picco della testa di Etiope (e non di “negro” come nella precedente versione). Qui il loro accompagnatore arabo rischia di finir mangiato dai cannibali al servizio di She (Betty Blythe), e dalla colluttazione che segue Leo viene ferito: le forti emozioni gli provocano una violenta febbre che mette a repentaglio la sua vita. Disperato Horace va dalla regina per chiedere aiuto e appena la vede se ne innamora perdutamente. Lei, però, come sappiamo, non ha occhi che per Leo che altri non è che la reincarnazione del suo amato Kallikrates. Rispetto alla trasposizione del 1911, qui Leo si era precedentemente sposato con una serva di She (Mary Odette): senza troppe remore la regina la fa letteralmente sparire e con il suo potere ammaliante fa innamorare Leo che non sembra soffrire troppo per la sparizione della sua ormai ex moglie. Nel finale She muore tra le fiamme dell’immortalità; Leo decide allora di aspettare che ritorni così come lei lo aveva aspettato per 2000 anni.

7b269ae25c19ce25ece25d9827f313b3Non si tratta proprio del mio genere preferito, ma il film è ben curato e gli attori sono protagonisti di una buona prova recitativa. Betty Blythe rende viva una regina dall’incredibile sensualità, capace di ammaliare personaggi e spettatori. Le nudità presenti, seppur in trasparenza, sono chiaro sintomo di una produzione non americana, che difficilmente avrebbe permesso la visione ripetuta del seno della protagonista in un film dedicato al grande pubblico. Personalmente ho alcune perplessità riguardo questa storia e in alcuni casi i personaggi agiscono in maniera decisamente poco profonda (vedi Leo che passa dal dolore per la moglie perduta all’amore spassionato per She in pochi minuti). Forse il personaggio meglio caratterizzato è Horace Holly, che lotta tra l’amore per la regina e quello per Leo che ha sostanzialmente cresciuto. Vedendo questo film mi è venuto subito in mente L’Atlantide di Feyder (1921) che pur nella sua durata maggiore avevo trovato più avvincente. Anche in questa versione del 1925 prevale una grande cura per la scelta di paesaggi curati e mozzafiato: paradigmatica la scena in cui i protagonisti raggiungono la fonte del fuoco dell’immortalità, attraverso un picco pieno di rocce instabili e pericolose. Il film dovette richiedere un budget piuttosto cospicuo tra costumi (la regina ne cambia uno a scena), scenario e la presenza di moltissime comparse.

Per chi fosse interessato il film è stato edito in inglese dalla Alpha Video.