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Posts Tagged ‘Muti Tedeschi’

Il Diavoletto (Das Teufelchen) – Dr. R. Portegg (1917)

luglio 18, 2014 Lascia un commento

Chi è il Dottor R. Portegg? Un regista fantomatico su cui si è cercato di fare luce negli ultimi anni. In realtà il nome non è altro che uno pseudonimo di Franz Eckstein e Rosa Porten. Vi dice niente il cognome Porten? Dovrebbe, perché Rosa è figlia del grande Franz Porten, cantante lirico, direttore d’orchestra che con l’avvento del cinematografo si avvicina anche al cinema come regista e attore. Ma dovrebbe essere la diva Henny Porten, a dovervi ricordare qualcosa, visto che ebbe una lunghissima carriera da attrice. Henny, non è altro che la sorella più celebre di Rosa. Insomma i presupposti per Rosa Porten ci sono tutti, ma saranno rispettati? La “nostra” Porten fu attrice e regista per un breve ma intenso periodo, tra il 1916 e il 1918, dedicandosi anche alle sceneggiature delle sue opere. Tra queste produzioni quella che mi è piaciuta di più è Das Teufelchen (Il Diavoletto), anche se non è esente da difetti, ma ne parleremo più avanti.

Wanda (Wanda Treumann), lavora come segretaria in un piccolo ufficio locale. Il suo principale (Hermann Seldeneck), si innamora di lei e le propone di sposarlo. Wanda chiede tempo e per la sera passa ad un ballo in maschera dove si traveste da diavoletta. Alla festa incontra il pittore Walter (Fritz Achterberg), che alla sua bellezza giovanile contrappone una mancanza cronica di denaro. I due bisticciano e lui le predice che sposando un uomo solo per soldi sarà per sempre infelice. Così accade, Wanda sposa il suo principale ma il divario di età e di cultura è subito evidente. La situazione diventa insistenibile e i due divorziano consensualmente. Così, finalmente libera, Wanda potrà finalmente sposare il suo Walter.

Quello che vi ho raccontato in poche righe, è portato avanti con estrema lentezza dal duo Porten-Eckstein, che vede in questo il suo limite. Tutte le commedie viste durante il Cinema Ritrovato 2014 hanno il problema di dilungarsi troppo con una comicità purtroppo non più attuale. Così Il Diavoletto pur avendo degli elementi interessanti risulta purtroppo per gran parte noioso. Peccato davvero, ma può capitare che alcuni film non superino la prova del tempo. In compenso devo dire che Wanda Treumann è una piacevole scoperta e l’ho apprezzata di più nei panni di attrice rispetto a Rosa Porten stessa, che per altro qui appare come collega di Wanda. Per un articolo generale sui film della Porten vi lascio all’articolo pubblicato su Cinefilia Ritrovata.

Il gabinetto del Dottor Caligari (Das cabinet des Dr. Caligari) – Robert Wiene (1920)

giugno 30, 2014 2 commenti

Questo articolo ha una storia travagliata e curiosa. Pensate, era il 15 Agosto 2014 quando creavo la pagina per il Gabinetto del Dottor Caligari, eppure non sono mai riuscito a scrivere una riga. Perché? L’ho detto più volte nel corso degli anni, ci sono film che sento talmente miei che mi riesce difficile metterli giù in poche righe e serve spesso un evento grandioso per darmi lo spunto, la voglia di tentare questa operazione disperata. Il Cinema Ritrovato 2014 mi ha dato questa occasione con la proiezione di una splendida edizione restaurata fatta dall’Immagine Ritrovata che ha compiuto un vero e proprio miracolo. Via tutte le imperfezioni dalla pellicola ed ecco rinascere le immagini girate più di 90 anni fa. Non vi nascondo l’emozione incredibile che ho provato nel vederlo, ho subito avuto i brividi e più il film andava avanti più speravano non finisse mai. Il Maestro Antonio Coppola accompagnava le immagini con il suo pianoforte trasmettendo talmente tanta passione e amore per questo film, da essere contagioso. Tutta la sala era convinta di essere di fronte ad un evento storico, ad un restauro che finalmente rende giustizia a questo capolavoro. Passiamo alla trama:

è il 1830 e ci troviamo ad Holstenwall in Germania dove l’inquietante Dr. Caligari (Werner Krauss) ha appena fatto installare un tendone nell’annuale fiera cittadina. Il Dottore presenta Cesare (Conrad Veidt), l’uomo sonnambulo, in grado di predire il futuro alle persone. Vi si affidano Franz (Friedrich Fehér) ed il suo amico Alan (Hans Heinrich von Twardowski) il quale riceve un triste presagio: morirà entro l’alba. Dopo lo spettacolo i due si stanno incamminando verso casa, incontrano la bella Jane (Lil Dagover). Il colpo di fulmine è immediato per entrambi. Ma non sarà Jane a dover scegliere, infatti Alan viene ucciso nella notte come da predizione. Parte la caccia all’assassino ed i sospetti cadono subito su Cesare. Viene però colto in flagrante un uomo (Rudolf Klein-Rogge), che viene così imprigionato. Il criminale si discolpa, egli voleva sì compiere un assassinio ma non ha compiuto gli omici precedenti e, anzi, voleva sfruttare l’ondata di terrore per dare la colpa al misterioso killer. Nessuno gli crede, finché Jane non viene rapita proprio da Cesare, che doveva in realtà ucciderla ma si innamora a sua volta di lei. Caligari viene presto inseguito dalla polizia, scappa e si rifugia in un istituto psichiatrico. Da qui partiranno una serie di colpi di scena che contribuiscono a fare di questo film uno dei più grandi capolavori della storia del cinema mondiale.

Difficile spendere parole su questo film, se ne è parlato talmente tanto che sembrerebbe quasi superfluo. L’unico consiglio vero e proprio è vederlo, nella splendida versione dvd o bluray della collana Masters of Cinema. Se amate il cinema, se amate l’arte, se amate le cose belle in generale, questo è il film che fa per voi.

per un taglio diverso vi consiglio l’articolo su Cinefilia Ritrovata.

Algol: Eine Tragödie der Macht – Hans Werckmeister (1920)

giugno 9, 2014 1 commento

Algol è un sistema stellare nella costellazione di Perseo, visibile ad occhio nudo ma estremamente variabile. Nella cultura araba Algol era associato a un demone, Ghul, dal significato del nome “Stella del Demonio”, mentre nella Grecia antica era invece noto come Testa della Medusa. Ma cosa potrebbe succedere se un abitante di Algol scendesse sulla terra? Questo è quanto accade nel dramma di Hans Werckmeister, che porta nella tipica ambientazione espressionista tedesca, un elemento nuovo e fantascientifico.

Robert Herne (Emil Jannings) è un minatore estremamente dedito al suo lavoro. Herne divide le sue ore in minera con Maria Obal (Hanna Ralph) con cui stringe una forte amicizia. La calma non è destinata a durare: un giorno, infatti, nella miniera appare un essere inquientate di nome Algol (John Gottowt) che corrompe l’animo di Herne fornendogli una macchina aliena in grado di produrre energia illimitata, promettendogli che grazie a quel macchinario i lavoratori non avrebbero più dovuto rompersi la schiena in maniera. Grazie a questo Herne diventa presto l’uomo più potente del mondo, ma più diventa potente, più perde contatto con la moglie, e i figli Reginald (Ernst Hofmann) e Magda (Käthe Haack). Presto Magda, stufa della situazione fugge da Maria Obal, ritiratasi in un’area lontana dall’influenza di Robert Herne assieme al figlio Peter Hell (Hans Adalbert Schlettow). Inutile dire che tra Magda e Peter nascerà l’amore. Purtroppo la situazione degenera ulteriormente: Robert Herne è sempre più accecato dal potere e rifiuta di rivelare il suo segreto macchinario. Quando Maria Obal andrà da Robert Herne per chiedere aiuto energetico per la sua area, da lui sempre negato, questi si renderà finalmente conto di quanto il potere lo abbia logorato e, finalmente rinsavito, decide di distruggere per sempre la macchina che tanto dolore ha provocato a lui e ai suoi cari.

Algol è una Tragedia di Potere, come dice il titolo, e riesce davvero bene a mostrare i lati oscuri che un potere assoluto può portare in un uomo di nobili intenti. Si tratta in generale di un film impregnato di morale cristiana e di messaggi messianici. Il potere dato da Algol, è un potere demoniaco, che logora l’animo di chi lo usa non fornendo di fatto alcun beneficio a chi inizialmente doveva averlo. Come sempre la via più facile e senza apparenti patimenti, si rivela in realtà la più distruttiva e finisce per creare disastri ben maggiori di quelli dati da una vita semplice da minatore. Robert Herne, nella sua orgia di potere, perde nel giro di poco tempo l’affetto della famiglia, degli amici ma soprattutto l’amore della popolazione che di fronte al suo comportamento autoritario si rivolterà contro di lui. Pur partendo come rappresentante dei meno agiati, insomma, Herne finisce per diventare come i padroni che tanto aveva disprezzato in passato. Così, un errore tanto grave quanto quello di aver abbandonato la fede, lo porterà alla morte, una morte che sa di redenzione, perché finalmente il protagonista ha saputo ascoltare un amico e vedere il suo operato sotto nuovi occhi, gli occhi della purezza e della fede. Emil Jannings ha dato vita ad un personaggio eccezionale in grado di reggere da solo, con la sua presenza scenica e interpretativa, tutta la vicenda. I cambiamenti psicologici ma anche fisici dei personaggi sono il punto focale di Algol, e questa caratteristica è per Jannings una splendida occasione per dare sfoggio delle sue qualità recitative eccelse. Gli altri attori, seppur bravi, vengono oscurati e passano in secondo piano di fronte alla sua grandezza.  Per chi è appassionato della vita Berlinese dei primi del ‘900 Algol è inoltre una buona occasione per vedere recitare Sebastian Droste, attore e poeta tedesco, qui nel ruolo di un danzatore piuttosto androgino, un ruolo che consolida il suo collegamento con il mondo omosessuale dell’epoca. Andiamo all’analisi fantascientifica: su Fantafilm fanno notare come “gli extraterrestri non si distinguono ancora dagli angeli o dai demoni” nei primi film di fantascienza. Questo è in parte vero, ma sono convinto che la ragione di fondo sia da ricercare, in generale, all’interno del contesto storico-geografico-cultrale in cui si sviluppavano questi film. Per l’Europa in particolare, credo vi fosse la convinzione di fondo secondo cui ciò che era al di fuori del nostro pianeta non poteva che essere relativo al divino. Per forza di cose, quindi, questi esseri non potevano che essere angeli o demoni. Certo, già c’era stata la guerra dei mondi di Wells, ma prima che attecchisse completamente nel Cinema ci sarebbero voluti molti anni.

Con la scusante che fino al 2010 questo film era considerato perduto, non sono ancora uscite edizioni dvd di riferimento. Da anni, ormai, è prevista l’uscita della edizione Filmmuseum con sottotitoli in inglese e un buon restauro. Così non mi è rimasto che visionare una copia pessima, trascrivere tutte le didascalie e tradurle una per una. Un lavoraccio che ha però reso il film ancora più tragico.

Am Rande der Welt – Karl Grune (1927)

maggio 10, 2014 Lascia un commento

Am Rande der Welt, traducibile più o meno come “Ai Confini del Mondo“, è un film pacifista breve ma piuttosto ben costruito. Finita la Prima Guerra Mondiale, iniziative di questo tipo sono decisamente fioccate in giro per l’Europa, tanto che solo tra i film presenti su questo sito potrei citare J’accuse di Abel Gance (1919) o Il Fabbro e il Primo Ministro (Слесарь и канцлер) di Vladimir Gardin e Ol’ga Preobraženskaja (1923). Come nel film Russo del ’23, Am Rande der Welt si svolge in un luogo fittizio, che potrebbe essere in qualsiasi luogo e sotto qualsiasi fazione, proprio per rendere universale il suo messaggio di pace e amore. Però…rispetto ai film che ho citato prima questo non mi ha convito del tutto, tanto che l’unica cosa ad avermi attratto davvero è la presenza del mitico Max Schreck. Vi dice niente questo nome che evoca “Massimo Terrore“? Ebbene sì, questo è uno rari film superstiti in cui l’attore che ha interpretato Nosferatu o, secondo chi crede che Nosferatu non fosse un attore, colui che ha prestato il proprio nome evocativo al terribile e originale vampiro Orloff/Dracula. Bisogna dire che anche qui il ruolo di Schreck è decisamente inquietante e, appena entrato in scena, cambia completamente la storia inserendo il losco e il meschino in una realtà che ne sembrava del tutto priva. Ma andiamo per ordine e partiamo con la trama:

Presso un mulino isolato, vive felicemente un mugnaio (Albert Steinrück) con la sua famiglia che, malgrado i sacrifici quotidiani, vive felicemente e senza preoccupazioni. Un giorno, però, giunge uno straniero (Erwin Faber) che con la scusa di aiutare nei lavori pesanti, trasforma il mulino in una base spionista nemica. Unico suo interlocutore è l’inquietante Troedler (Max Schreck), che sotto le mentite spoglie di un venditore ambulante controlla che l’uomo faccia il suo dovere. Lo straniero, infatti, viene accolto molto bene dalla famiglia e inizia a provare un debole per la bella Magda (Brigitte Helm) e solo con le reitarate minacce di Troedler, si convince a continuare il suo sporco lavoro di spia. Scoppiata la guerra, il mulino viene presto occupato dalle forze nemiche. Per disprezzo nei confronti della guerra, John (William Dieterle), fratello di Magda, manca volutamente di rispetto ai soldati nemici e viene catturato. Tutto sembra perduto, ma nell’orrore della guerra scoppierà l’amore tra Magda e un Luogotenente nemico (Jean Bradin)…

Non racconterò il finale ma potete ben immaginarlo. Il senso generale, come detto, è quello di mostrare quanto la guerra sia futile e quanto, invece, l’amore e la fratellanza siano possibli e preferibili. Peccato che questo messaggio non sia stato ascoltato dai tedeschi, forse avremmo evitato la Seconda Guerra Mondiale. Il film, nonostante la sceneggiatura non eccelsa, è ben diretto e gli attori interpretano bene il loro ruolo. Purtroppo la copia in circolazione è a tratti poco chiara, con il risultato che molti particolari vengono perduti e quando le didascalie vengono sostituite da lettere scritte a mano, non si capisce assolutamente nulla. E la Fantascienza? Sinceramente lo ignoro, probabilmente più che Fantascienza dovrebbe essere un film fantastico, oppure dovremmo includere anche il Il Fabbro e il Primo Ministro nella fantascienza, cosa fare? In fondo si trattava semplicemente di un futuro possibile in caso di altra guerra, un futuro non troppo lontano e in fondo possibile, e quindi, leggendo il film da questo punto di vista, potrebbe rientrare nella fantascienza nel senso più ampio del termine. Al momento lo lascio nel progetto, poi si vedrà.

Per concludere nelle condizioni in cui è, Am Rande der Welt mi è sembrato un film che ha raggiunto solo parzialmente i propositi che si era prefissato, la speranza è comunque quella di poterlo vedere presto restaurato nella speranza di cambiare idea in positivo. Nel video sotto solo la prima parte è relativa al film, quindi non stupitevi troppo del cambio di scene e ambientazioni. Vi lascio a Max Schreck, buona visione!

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Il Faust secondo me – appunti di un profano (parte II)

aprile 19, 2014 1 commento

Ho accettato volentieri l’invito di Yann a scrivere una recensione del Faust di F. W. Murnau: premetto che non scenderò nei dettagli della storia perché è passato più di mese dalla visione e di conseguenza i ricordi non sono freschissimi ma – essendo un neofita del mondo del cinema muto – credo che le mie impressioni possano essere utili sia per chi è più esperto di me (confermando magari il giudizio dato al film), sia per coloro che si accostano per la prima volta al genere muto. Per quanto uno persona possa essere positivamente disposta ad ampliare i suoi orizzonti culturali quest’ultimo, diciamo la verità, un po’ “spaventa”: ci si aspetta – enfatizzando un po’ lo scetticismo – un film dalla durata epocale, con una trama spesso sconosciuta e girato con una tecnica che è totalmente diversa rispetto a quella a cui siamo abituati da decenni (effetti speciali visivi e – ça va sans dire – sonori sempre più sofisticati). Tuttavia credo che possa ritenersi fortunato chi, come me, abbia cominciato a conoscere il cinema muto con un film come il Faust di Murnau che mi ha sinceramente colpito sotto molti aspetti; anzitutto ha demolito gran parte dei pregiudizi: la durata di un’ora e mezza non è assolutamente opprimente e gli eventi del film sono molto più coinvolgenti di quanto m’aspettasi, data l’assenza del sonoro l’intensità espressiva degli attori ha – ovviamente – un ruolo cruciale e devo dire che i tre attori principali (Gösta Ekman/Faust, Emil Jannings/Mephisto e Camilla Horn/Gretchen) sono davvero molto capaci, specialmente nel caso di Jannings con le sue espressioni astute, beffarde e maligne. Anche quelli che a pieno diritto si possono definire effetti speciali mi hanno sorpreso: momenti come l’evocazione di Mephisto da parte di Faust o lo sfida iniziale tra Dio e Satana non tradiscono affatto gli 88 anni suonati del film e stupiscono davvero lo spettatore. La proiezione del film, a Roma presso il cinema Trevi, è stata accompagnata da musica dal vivo che ha arricchito la visione e la godibilità di molte scene; insomma a mio giudizio è stata una prima esperienza senz’altro positiva che sento di consigliare a chiunque sia sufficientemente curioso di conoscere l’ ”antenato” del cinema contemporaneo.

 

Il Faust secondo me – appunti di un profano

aprile 18, 2014 1 commento

043-faust-theredlistLo so che è brutto cominciare con noiose premesse che fanno passare la voglia a chiunque di leggere, ma sono costretto a farle. Per quanto mi piaccia il cinema, il cinema muto è qualcosa a cui devo essere istruito fino in fondo, che devo ancora digerire completamente. Ed è proprio con questo spirito che mi hanno trascinato a vedere “Faust” di Murnau con musica dal vivo e didascalie in tedesco e, ahimè, non parlo tedesco (ma allora cosa hai capito? Avevo stampato la traduzione).

L’inizio è forse la parte più ipnotica del film. Immagini evocative del diavolo che con le ali nere avvolge dall’alto la città colpendola con la peste ti fanno ricredere su molti dei film moderni che credevi impressionanti. E il seguito non è da meno: Faust nel suo studio cerca in tutti i modi di trovare una soluzione, una cura alla peste. La frustrazione dell’insuccesso lo portano a non credere più a nulla, a nessuna possibile giustizia divina e quindi al desiderio di dare tutto pur di ottenere la conoscenza.

Il patto con il Diavolo è un’altra delle scene che ti tengono incollato allo schermo, nonostante parliamo di un film del ’26. La suspense è tenuta in piedi dalla costante riapparizione di Mefistofele mentre Faust si rende conto di quello che ha evocato e cerca in tutti i modi di scappare.

Dopo alcune vicende meno importanti (e dopo che ovviamente Faust accetta il patto) si arriva alla parte centrale del film che forse è quella meno fruibile per chi non è abituato al genere. Inizia la storia d’amore con una giovane ragazza del paese e, come spesso accade nei film d’annata, lei sembra la Santa Vergine e lui un folgorato con il rossetto nero. Eppure questa scene sono completamente da riapprezzare andando avanti con il film. I due amanti infatti vengono scoperti dalla famiglia di lei. La madre muore dal dispiacere e il fratello rinnega la sorella. Tutto ciò porta lei alla pazzia.

Quest’ultima parte, completamente tragica, fa capire di che calibro erano alcuni attori dell’epoca. L’attrice che interpreta la ragazza (Camilla Horn) riesce a passare da una immacolata sempliciotta di campagna ad avere uno sguardo carico di disperazione che da solo riempie completamente la scena.

Nel complesso il film si distacca molto da quello che erano sia il romanzo di Goethe che la tragedia di Marlowe e il lieto fine un po’ stona con il resto della storia.

Gli effetti speciali e gli escamotage trovati dal regista sono tanto semplici quanto efficaci e rendono perfettamente godibili anche le scene in cui si introduce qualche elemento surreale.

In conclusione il film (della durata contenuta di un’ora e mezza) è perfetto per chi si approccia per la prima volta la muto, temendo di incappare in noiosità infinite e storie piatte. L’attenzione resta quasi sempre alta e molte scene sono veramente suggestive.

Faust (Faust – Eine deutsche Volkssage) – Friedrich Wilhelm Murnau (1926)

aprile 17, 2014 2 commenti

Anche questo articolo viene a termine di una proiezione con musica dal vivo del Cinema Trevi di alcune settimane fa che ha avuto una genesi un po’ travagliata tanto da venir pubblicato dopo il pezzo su “Un Cappello di Paglia di Firenze” (1928). Ho deciso di chiedere a due ragazzi che mi hanno accompagnato delle loro opinioni sul film. Premetto che non hanno mai seguito il Cinema Muto con continuità ma hanno accettato di essere trascinati al Cinema spinti anche dal titolo e dalla possibilità di sentire l’accompagnamento musicale del Maestro Antonio Coppola che tanto avevo decantato. Vedremo quale sarà il risultato in articoli separati, primi di un nuovo progetto dal titolo “Appunti di un Profano”. Cominciamo allora con una prima considerazione: il Faust di Murnau, a livello di trama, è piuttosto differente dall’opera di Goethe (1808) che ricordiamo si ispirava ai racconti popolari tedeschi. Eppure Murnau riesce comunque a dare giustizia al grande poema pur in una forma condensata e modificata rispetto a quella mastodontica di Goethe e con elementi dell’opera di Marlowe. Andiamo quindi direttamente alla trama per districare i nodi delle trame e vedere come la sceneggiatura di Hans Kyser ha affrontato la vicenda:

L’Arcangelo Michele (Werner Fuetterer) e Mefisto (Emil Jannings) fanno un patto, la terra sarebbe caduta in mano al demonio qualora egli fosse riuscito a prendere l’anima del vecchio Faust (Gösta Ekman). Il pretesto con cui Mefisto attuo il suo piano è semplice, una peste divora la città di Faust che disperato per l’incapacità di curare i malati che chiedono aiuto decide di fare un patto con il demonio. Mefisto propone un giorno di prova in cui potrà godere dei benefici del potere del diavolo. Il vecchio saggio così di curare i malati, ma quando un malato si presenta con una croce sul collo Faust la rifugge rivelando la sua natura tanto da essere lapidato. Quando si è ormai convinto di rescindere il patto, ecco che il diavolo lo tenta con l’eterna giovinezza e la riscoperta dei piaceri. Corrotto nell’animo sigla un patto eterno con Mefisto. Ma i piaceri provocati dal demonio offrono sempre un lato oscuro della medaglia e si rivelano effimeri. Così quando Faust decide di conquistare Gretchen (Camilla Horn), ragazza pura e sincera, tutto degenera in poco tempo: il diavolo uccide il fratello della ragazza e Grechen viene trovata dalla madre a letto con il suo Faust. La giovane rimane incinta e considerata alla stregua di una prostituta viene messa alla gogna ed emarginata. Una notte di gelo verrà trovata con il bambino morto sulla neve e sarà condannata al rogo per l’omicidio del suo piccolo. Con una splendida scena le urla di disperazione di Gretchen giungono all’orecchio di Faust che contro il volere del diavolo vola verso la sua amata arrivando quando ormai le fiamme sono già accese. Con un gesto disperato si butterà a sua volta tra le fiamme. Cessato il sortilegio del diavolo, Faust morirà tra le fiamme assieme alla sua amata dopo aver riottenuto il suo aspetto originario. Al giudizio finale, l’Arcangelo si schiererà al fianco di Faust sottraendolo a Mefisto e salvando di fatto la Terra.

Ho voluto raccontare la trama nella sua interezza per mostrare a chi è appassionato delle differenti versioni un quadro il più completo possibile. A livello tecnico il film è di ottima fattura ed è forse il film in cui si raggiunge il miglior equilibrio nella sfera espressionista poiché trasparire, oltre al caratteristico tratto gotico, anche un’anima paesaggistica decisamente più romantica. Personalmente sono stato colpito da diversi aspetti del film. Prima di tutto dalla recitazione, gli attori hanno offerto davvero una splendida interpretazione e Murnau, aggiungerei come al solito, ha saputo dirigerli alla perfezione. Secondo aspetto è stato sicuramente l’utilizzo degli effetti visivi, tra cui spicca a mio avviso la scena delle urla di disperazione di Gretchen, urla che invece di tramutarsi in voce, diventano un’autostrada di parole che, dopo aver attraversato paesaggi suggestivi, giungono infine alle orecchio di Faust. Ma come dimenticare la scena dell’evocazione o in generale gli splendidi giochi di luce caratterizzati da splendidi chiaroscuri. Non voglio infine dimentirare neanche il trucco e i costumi attraverso i quali hanno preso vita personaggi come Mefisto, con un Emil Jannings ancora una volta grandioso, ma anche Faust da anziano.

Per quanto riguarda le versioni casalinghe di questo film io personalmente consiglio sempre, quando disponibili, le edizioni Eureka! The Masters of Cinema (qui sotto il video di presentazione). Al limite si potrebbe sempre ripiegare sull’edizione della Kino Video.

Concludo con rimandi agli articoli dei poveri ragazzi costretti a vedere il film insieme a me:

Recensione di Jacopo (Serhunt)
Recensione di Francesco (Frankie)

e ora vi lascio definitivamente con un trailer del Faust.

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Una Donna nella Luna (Frau im Mond) – Fritz Lang (1929)

settembre 13, 2013 1 commento

Ci sono film che si nascondono e aspettano in un angolo di essere riscoperti e presi per mano. Quando finalmente vengono rispolverati e quindi visti, sprigionano la loro enorme forza interiore capace di emozionare per le ragioni più disparate. Capita infatti che storie con cui sei cresciuto siano influenzate in tutto e per tutto da loro, senza che tu te ne sia mai reso conto dandole forse per scontate o come interamente frutto della fantasia dell’autore di turno. Quando però il velo si rompe e ti permette di vedere la verità, ti senti finalmente appagato e riconoscente nei confronti del film che hai appena riscoperto, con una nuova consapevolezza di quanto il mondo del muto abbia ancora da dare al pubblico moderno e con rinnovata voglia di scoprire e ricercare. Come avrete capito anche Frau im Mond mi ha fatto il medesimo effetto essendo cresciuto leggendo le avventure di Tintin che comprendono una in due volumetti dedicata ad un viaggio sulla Luna. Non mi soffermerò di certo su analogie e differenze tra i due prodotti, ma vedere questo film è stato come rivedere un vecchio amico dopo tanto tempo, come ritrovare dopo anni un oggetto particolarmente evocativo nel posto più impensabile. Inutile dire che, per quanto mi riguarda, son proprio i film muti a scatenare in me queste sensazioni e per fortuna c’è tanto ancora da riscoprire!

Abbandonata questa piccola introduzione è il momento di parlare del nostro film e per farlo è giusto partire dall’inizio, ovvero dal romanzo della solita Thea Von Harbou, sceneggiatrice di fiducia nonché moglie di Fritz Lang. Dal libro, scritto nel 1928, venne subito tratta una sceneggiatura, opera della stessa Von Harbou, tanto che appena un anno più tardi vide la luce il nostro Frau im Mond. Il fatto di essere alle soglie degli anni ’30 si sente e giova in particolar modo a livello scenico. Ci ritroviamo così di fronte alla più realistica riproduzione di un vero e proprio razzo spaziale, lontano dalle mongolfiere e proiettili dei predecessori. Ma l’attenzione della Von Harbou e della produzione alla scienza è dimostrata anche dallo studio approfondito delle teorie riguardanti le possibilità di raggiungimento della Luna seguendo le forze gravitazionali della Terra e del suo satellite. Pur in maniera molto semplicistica possiamo dire che il percorso ipotizzato non era poi tanto lontano da quello poi utilizzato dall’Apollo 11, anche se, per forza di cose, l’astronave del film eviterà di seguire più di tanto l’orbita lunare prima dell’allunaggio. Al fine di rendere tutto più realistico, Lang si avvalse per la costruzione del razzo del supporto di due esperti:  Willy Ley e Hermann Oberth (uno dei padri ideologici del Telescopio spaziale nonché pioniere missilistico e dell’austronautica).

Wolf Helius (Willy Fritsch), brillante studioso, costruisce un razzo lunare spinto dalle brillanti intuizioni del Professor Georg Manfeldt (Klaus Pohl), il quale è convinto che sul lato oscuro della Luna ci sia atmosfera respirabile, acqua ma soprattutto oro in elevata quantità. Ma anche alcuni malviventi sono purtrppo venuti a conoscenza delle idee dello scienziato. Questi, capitanati da Walt Turner (Fritz Rasp), americano senza scrupoli, si uniscono con la forza alla spedizione bramando ulteriore ricchezza. Sulla Luna partiranno inoltre l’ingegnere Hans Windegger (Gustav von Wangenheim), amico fraterno di Wolf Helius, e la sua promessa sposa Friede Velten (Gerda Maurus). Di nascosto si imbarcherà anche il piccolo Gustav (Gustl Gstettenbaur) appassionato di fantascienza e da sempre desideroso di andare nello spazio. I sei, nonostante la pericolosità del viaggio, riescono ad arrivare sani e salvi sulla Luna che si rivela effettivamente ricca di ossigeno respirabile, d’oro e di acqua ribollente. Ma il precario equilibrio creatosi nella difficoltà tra i vari membri della spedizione è presto destinato a rompersi…

Il film alterna una prima parte più giallistica ad una seconda maggiormente drammatica ed avventurosa. Nel complesso la vicenda è decisamente piacevole, pur peccando in ingenuità e mostrando molte carenze narrative. Probabilmente questo è legato alla necessità di rendere il film adatto a tutto la famiglia (a questo servono personaggi come il buffo professore, il suo topolino e il piccolo eroe Gustav). Quello che certamente colpisce di più è il contorno fantascientifico e in particolare la scena della partenza. Sarebbe proprio di Lang il merito di aver inventato l’espendiente del “conto alla rovescia”, almeno così sostiene Ley nel suo Rockets, Missiles and Men in Space. L’invenzione aveva lo scopo di rendere maggiormente drammatica la scena della partenza e l’incertezza per le sorti dei protagonisti (rafforzata ovviamente dai dialoghi immediatamente precedenti che ipotizzavano la possibilità di uscire fuori dall’orbita della Luna e della Terra per vagare in eterno nello spazio). Molto riuscita, sempre nello stesso frangente, l’idea di inquadrare la partenza dal punto di vista del pubblico e dei giornalisti presenti, attribuendo ulteriore importanza alla incredibile (tanto più per l’epoca) avventura dei sei astronauti. Sicuramente tra tutti i viaggi lunari o spaziali muti Frau im Mond, forse proprio per essere stato l’ultimo, è il più incredibile ed evocativo e non è un caso che abbia ispirato tante produzioni future e anche, chissà, rafforzato l’idea che un viaggio sul nostro satellite fosse effettivamente possibile. Certo, vi sono ancora tantissime idee bislacche o romanzate, come quella che vi potesse essere un’atmosfera ricca di ossigeno o l’idea che la Luna fosse ricca di oro o chissà quali altri grande ricchezze, ma non per questo l’avventura perde il suo fascino. Non bisogna dimenticare come sia “il lato nascosto della Luna” il protagonista della vicenda, che per forza di cose (essendo nascosto appunto) da sempre aveva suscitato l’immaginazione degli uomini. In questo caso non abbiamo forme di vita aliene, ma l’idea che vi fossero cose straordinarie. Insomma la Von Harbou pur seguendo, per quanto possibile, teorie scientifiche plausibili o effettivamente proposte da qualche scienziato, non poteva, quanto meno per esigenze di sceneggiatura, cedere all’idea che il lato nascosto della Luna celasse qualche cosa di straordinario. Non dobbiamo comunque dimenticare che pur sembrandoci queste idee implausibili si tratta pur sempre di una storia, che in quanto tale può prendersi licenze più che fantasiose (e non sarebbe poi fantascienza altrimenti). Per ultimo non bisogna scordare come all’epoca l’idea di poter arrivare sulla Luna fosse ancora un sogno che molti giudicavano irrealizzabile (e per qualche complottista lo è ancora adesso). Solo alla luce di questo il film può essere visto e goduto e provocare, ancora una volta a distanza di tanti anni, stupore e meraviglia.

Passando al lato più tecnico, il film presenta una splendida fotografia ed alcune idee interessanti dal punti di vista visivo. Alcune inquadrature, specie nella scena del lancio, sono davvero incredibili. I personaggi sono tutti ben interpretati e ben caratterizzati, complice anche la lunga durata del film. In particolare Willy Fritsch contribuisce a rafforzare, grazie alla sua espressione severa, i momenti di maggiore tensione, così come Klaus Pohl e Gustl Gstettenbaur stemperano la tensione grazie alla loro esuberanza. Fritz Rasp da qui una prova della sua capacità di trasformarsi in personaggi decisamente diversi tra loro (interpretando due personaggi che ad un primo sguardo sembrano diametralmente opposti ma che poi si rivelano la medesima persona). Infine come non citare Gerda Maurus, la quale riesce a creare un personaggio decisamente forte e precursore dell’emancipazione femminile, pur non nascondendo un lato materno e comprensivo rafforzato da sguardi e mimica. Proprio in questa dicotomia risiede, a mio avviso, la sua emancipata femminilità assolutamente moderna. Non stupisce insomma, davanti a questo splendido cast, che tutti gli attori principali abbiano avuto una carriera anche con l’avvento del cinema sonoro.

Per chi si fosse incuriosito e volesse comprare l’edizione in DVD consiglio come al solito l’edizione edita dalla Eureka! per la collana Masters of Cinema. Vi lascio con uno spezzone tratto dalla fase di lancio del missile.

La Mandragora (Alraune) – Henrik Galeen (1928)

agosto 12, 2013 2 commenti

La mandragora, per via della sua radice dalla forma vagamente antropomorfa, ha fin dall’antichità stuzzicato la fantasia degli uomini. Nel 1911 Hanns Heinz Ewers pubblicò una sorta di rivisitazione moderna del mito di Frankenstein, collegato anche con quello di Homunculus: Alraune: Die Geschichte eines lebenden Wesens. Ewers riprese una tradizione medievale secondo cui, nelle notti di luna piena, le radici di Mandragora prendevano forma umana portando fortuna ma anche sofferenza e tormenti. Immaginava così che uno scienziato creasse a partire dal seme di un impiccato un figlio inseminando una prostituta. Da quella terribile unione nasceva così Alraune, donna contraddistinta da un fatale fascino e carisma. La storia ebbe subito un incredibile successo e scatenò la fantasia dei produttori cinematografici. Nel 1918 uscirono almeno due versioni del film, che mi risulta siano andate perdute: una ungherese con regia di Micheal Curtiz e Edmund Fritz ed una seconda tedesca, regia di Eugen Illés e Joseph Klein. Nel 1919 venne quanto meno annunciato Alraune und der Golem di Nils Olaf Chrisander anche se potrebbe non aver mai visto la luce (vedi sezione approfondimenti). Il successo non si esaurì negli anni successivi tanto che venne girato il remake di cui ci occupiamo oggi, che vide la luce nel 1928, uno degli ultimi anni del cinema muto con un cast di eccezione, basti pensare a Brigitte Helm e Paul Wegener, e con la regia di Henrik Galeen che aveva in passato diretto pellicole come Il Golem (la prima ormai frammentaria versione del 1915 assieme a Wegener) e lo studente di Praga.

Il Professor Jakob ten Brinken (Paul Wegener) progetta di dare vita ad un essere vivente fecondando una prostituta con lo sperma di un impiccato. Lo scopo di questo immondo esperimento è quello di valutare se l’essere nato in questo modo riceverà in eredità i vizi dei suoi genitori. Dall’unione nasce Alraune (Brigitte Helm), che crescendo si dimostra una donna dal fascino e dall’intelligenza eccezionale ma in grado di portare agli uomini che si innamorano di lei tristezza e disperazione. Alraune cresce sotto lo stretto controllo dello scienziato, pensando sia suo padre biologico. Solo il Professor Jakob e, suo malgrado, il nipote Franz Braun (Iván Petrovich), infatti, conoscono la vera natura della ragazza. Così, quando Alraune scoprirà la sua vera origine, organizzerà con Franz Braun una terribile vendetta ai danni del suo creatore…

Ci troviamo di fronte ad un bel film tra fantascienza e horror, ben strutturato e perfettamente interpretato. Il filone, come abbiamo visto, è quello tipico che vede la scienza davanti alla creazione di una vita da presupposti mostruosi. Grazie al suo incredibile fascino e carisma, Alraune/Helm si presenta quasi come un Homunculus al femminile, senza però diventare un antieroe ma mantenendo tutte le sue debolezze. Il personaggio, non appena viene a conoscenza del suo passato, cerca sì la vendetta, ma non per questo tenta di allontanarsi dalla vita ma solo di cercarne un’altra tranquilla accanto alla persona che ama. Proprio la presenza di sentimenti differenzia Alraune da Homunculus. Oltre alle belle inquadrature cariche di significati, alcune ricordano classici come Nosferatu, colpisce la dolce malinconia che accompagna tutta la pellicola. Il finale, in particolare, lascia piacevolmente impressionati, nonostante il taglio netto. Non stupisce, insomma, se una storia così incredibile abbia avuto altri remake, di cui uno del 1930 con Brigitte Helm nuovamente nei panni di Alraune e con Richard Oswald alla regia. Ultima versione, invece, è quella del 1952 con la bella Hildegard Knef  e il mio amato Erich von Stroheim nei panni, rispettivamente, di Alraune e dello scienziato. Nel corso degli ultimi anni, infatti, l’interesse per questa terribile storia è scemato, forse anche a causa dello sviluppo scientifico e delle centinaia di ricerche sull’argomento. Ma un personaggio del fascino di Alraune dimostra di non avere età e non mi meraviglierei se nel futuro venisse prodotto un altro adattamento dell’opera di Ewers.

Il film, purtroppo, non mi risulta sia mai stato editato in DVD, ma è possibile vederlo tramite un vecchio riversamento (forse da VHS) o attraverso una registrazione dalla RAI. La qualità in particolare del primo riversamente è molto buona e il film merita certamente la visione. Vi lascio con uno spezzone tratto da una scena circense (c’è anche questo nel film!).

Approfondimento: riguardo i due o tre o addirittura quattro Alraune che uscirono tra il 1918 e il 1919 vi consiglio questa bellissima pagina anglofona che discute e fa chiarezza sulla probabile situazione. Potete visitarla cliccando qui.

Homunculus – Otto Rippert (1916)

agosto 5, 2013 2 commenti

Homunculus è un interessantissimo serial composto da sei episodi diretto da Otto Rippert. Riprendendo le antiche credenze degli alchimisti, il racconto mette in scena il tentativo, riuscito, di dare vita ad un Homunculus, un uomo nato attraverso la scienza e non da una naturale gestazione. Ci troviamo, di fatto, davanti ad una variante del più noto mostro di Frankenstein ma che, in realtà, nasconde al suo interno una forza forse ancora maggiore del mostro di Mary Shelley. La sceneggiatura era stata scritta per l’occasione da Robert Reinert.

Il Dottor Hansen (Albert Paul) dopo anni di duro lavoro e numerosi tentativi, riesce a dare vita, assieme al suo assistente Edgar Rodin (Friedrich Kühne), ad un bambino nato senza alcuna gestazione umana. Quando, però, il neonato del Professor Ortmann (Ernst Ludwig) muore, questi decide di sostituire i due bambini nella culla e fingere che a morire sia stato l’essere creato dal suo collega Dr. Hansen. Venticinque anni dopo Homunculus (Olaf Fönss), ormai grande, si rende progressivamente conto di essere diverso dai suoi simili non essendo in grado di provare sentimenti. Quando scopre che queste caratteristiche sono proprie di ogni Homunculus realizza la sua vera identità e decide di allontanarsi e vagare per il mondo. Privo di ogni emozione, il nostro antieroe cercherà prima comprensione, per poi spargere terrore e distruzione con macchinosa malvagità. Nonostante il suo carattere difficile, Homunculus riuscirà a trovare, di volta in volta, alcuni fedeli alleati fino allo scontro finale, dove pagherà tutti i suoi peccati…

La serie, come detto, era divisa in sei episodi così intitolati (la traduzione italiana è solo indicativa):

  1. La nascita di Homunculus (Die Geburt des Homunculus)
  2. Il libro misterioso (Das geheimnisvolle Buch)
  3. La tragica storia d’amore di Homunculus (Die Liebestragödie des Homunculus)
  4. La vendetta di Homunculus (Die Rache des Homunculus)
  5. La distruzione del genere umano (Die Vernichtung der Menschheit)
  6. La fine di Homunculus (Das Ende des Homunculus)


La versione che ho avuto modo di vedere è una versione condensata con episodi tratti da tutte le puntate che riesce a dare una visione di insieme della vicenda. Si tratta di una copia privata con intertitoli in italiano restaurata grazie alla Louis B. Mayer Foundation che colpisce per alcune scene splendidamente colorate a mano. Precedentemente erano noti solo due episodi in bianco e nero conservati dalle cineteche di Berlino e Praga e purtroppo in condizioni pessime. I due episodi finora conosciuti comprendevano il quarto con intertitoli in tedesco ed il secondo, molto frammentario, con intertitoli in lingua ceca. Nonostante anche la nuova versione sia decisamente mutila, permette di farsi un’idea della storia generale di Homunculus e quantomeno di seguirne una certa evoluzione del personaggio. Stupisce, infatti, che il film abbia subito un simile trattamento vista la potenza del suo protagonista e la grande importanza che, grandi critici come Lotte Eisner, hanno dato alla serie. L’interpretazione di Olaf Fönss, che abbiamo già avuto modo di conoscere con Verdens Undergang dello stesso 1916, è davvero magistrale e contribuisce a rendere il personaggio indimenticabile. Non può sfuggire l’influenza che questa serie ha avuto per la produzione tedesca degli anni successi: da Hintertreppe a Metropolis. Homunculus è uno dei massimi esempi di antieroe gotico, di essere figlio della scienza capace di generare solo il male. Ma è anche un personaggio dalla profonda profondità psicologica, che dietro il suo carisma autoritario e distruttivo nasconde una terribile fragilità e una enorme paura per la morte e desiderio di amare ed essere amato. Proprio questo desiderio di amore porterà se stesso e coloro che gli saranno accanto inevitabilmente verso la morte.

Come spesso accade non resta che sperare che venga presto rilasciata una bella versione in formato digitale, ma soprattutto che vengano ritrovati e restaurati a dovere tutti gli episodi. Per farvi capire la bellezza della versione da me visionata vi inserisco un brevissimo video in cui potete ammirare l’accuratezza dei colori utilizzati per il cielo a termine di una delle avventure più dure per Homunculus. Buona visione!