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Posts Tagged ‘Lon Chaney’

The Shock – Lambert Hillyer (1923)

The Shock non è certamente un film originale, tutt’altro. Ritroviamo elementi di due precedenti film con Lon Chaney: l’ambientazione nella Chinatown locale di “Outside The Law” (1920) e la morale cristiana di “Shadows” (1922). Ancora una volta, in ogni caso, è proprio l’attore dai mille volti a rendere piacevole il film grazie ad una interpretazione molto convincente nonostante non sia troppo originale. La storia è tratta da una novella di William Dudley Pelley.

Wilse Dilling (Lon Chaney), invalido che lavora nella malavita di Chinatown, viene inviato dalla terribile Queen Anne (Christine Mayo) in una città vicina per ricattare il banchiere locale, Mr. Hadley (William Welsh). Qui però si innamora di Gertrude (Virginia Valli), figlia del banchiere, che lo mette in contatto con la religione. Deciso a riscattare il suo terribile passato Wilse decide di aiutare Mr. Hadley a liberarsi dai ricatti di Queen Anne, ma i suoi piani vengono scoperti…

Il finale, da me lasciato in sospeso, risulta abbastanza deludente ed è portatore di un grande messaggio cristiano, quasi a voler ribadire la necessità di credere sempre in un possibile intervento divino. Nel complesso il film risulta comunque ben costruito, grazie all’utilizzo di espedienti già collaudati in precedenza, ma comunque qui ben messi in atto. Lambert Hillyer (per altro regista della celebre serie Batman degli anni quaranta), fa il suo lavoro egregiamente e ci regala anche qualche inquadratura memorabile. Il film è disponibile con sottotitoli in italiano in una bella edizione Ermitage.

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Il Mostro (The Monster) – Roland West (1925)

La vicenda raccontata in The Monster fa parte di un lungo filone che abbiamo già analizzano con Il castello degli spettri di Paul Leni (1927):”la commedia Horror”. Con questo termine mi piace intendere quella tipologia di film in cui le vicende, di base ambientate in case spettrali tra tranelli e sparizioni misteriose, sono condite con una spruzzata di comicità. In queste pellicole il protagonista, tutt’altro che il classico uomo tutto d’un pezzo, tra gag e pasticci arriva a risolvere il mistero. In questo caso la parte è affidata a Johnny Arthur, attore dalla lunga carriera, capace di superare la barriera del sonoro. Non avranno la stessa fortuna gli altri protagonisti della vicenda a partire dal nostro amato Lon Chaney, qui nel ruolo di uno scienziato pazzoide, fino alla bella di turno, Gertrude Olmstead, nota per la sua interpretazione in Cobra accanto al grande Rodolfo Valentino. The Monster è forse il film della trilogia “dark house” di West, che includeva anche The Bat (1926) e The Bat Whispers (1930), quest’ultimo celebre anche per aver ispirato a Bob Kane il personaggio di Batman.

Johnny Goodlittle (Johnny Arthur), fresco Detective per corrispondenza, coglie l’occasione per usare il suo distintivo occupandosi cercando di risolvere l’enigma che si cela dietro ad alcune sparizioni misteriose. Il problema è che, per la sua semplicità, nessuno sembra prestargli attenzione. Come se non bastasse la sua amata Betty Watson (Gertrude Olmstead) sembra avere più attenzioni per il ben più piazzato Amos Rugg (Hallam Cooley). I tre si ritrovano rinchiusi nell’inquietante casa del pazzoide Dr. Ziska (Lon Chaney) che, con l’aiuto di alcuni personaggi a dir poco inquietanti, cerca di scoprire i segreti della vita a loro spese. Tra colpi di fortuna e una impensabile temerarietà Johnny riuscirà a conquistare l’amore della sua Betty e far imprigionare la combriccola.

Un film divertente e scansonato. Il personaggio del Dr. Ziska sembra essere disegnato per Bela Lugosi, del resto interpreterà tantissimi ruoli del genere tra The Devil Bat e Ghosts on the Loose (tanto per dirne due) o per Boris Karloff, anche lui non estraneo a ruoli di questo tipo. Il film scivola piacevolmente ed il personaggio di Johnny regala qualche sorriso. Niente di eccezionale comunque ma che lascia qualcosa di postivio. Così chiude la pagina dedicata al film del sito 366weirdmovies: “The Monster is not great cinema, its not the best West, best Chaney, or best Old Dark House movie (James Whale would deliver that seven years later), but it is silent pulp and, in the right mindset, it can take you back to the days of milk duds and acne“. E non possiamo che dargli ragione. The Monster non è edito in Italia ma è comunque reperibile l’edizione transalpina, contenente il film in inglese sottotitolato in francese, ad un prezzo molto ridotto.

I Tre (The Unholy Three) – Tod Browning (1925)

settembre 16, 2011 8 commenti

The Unholy Three è forse il più famoso muto di Tod Browning ed è il film che avrà un influsso importante su quelli seguenti del regista statunitense. Il successo fu tale che, come per Outside the Law, ne venne fatto un remake sonoro nel 1930, diretto però da Jack Conway. Lon Chaney prenderà parte anche a questa seconda versione sonora ma morirà poche settimane dopo la sua uscita nelle sale a causa di un cancro alla gola. Nella versione originale, Browning conferma la sua passione per il circo e ci presenta personaggi con caratteristiche fisiche particolari. Ci troviamo insomma, davanti ad una sorta di preludio a Freaks, tanto che ritroviamo il piccolo nano Harry Earles (appena ventitreenne), uno dei personaggi principali di quella pellicola. The Unholy Three sancisce l’inizio di un nuovo periodo d’oro per la coppia Browning/Chaney, appena ingaggiati dalla MGM. La loro unione ha prodotto, nella decade 1919-1929, ben dieci film di cui la maggiorparte proprio a partire dal ’25. Le vicende narrate sono tratte dall’omonima opera di Clarence Aaron “Tod” Robbins, lo stesso che ispirerà anche il sopracitato Freaks.

Il Professor Echo (Lon Chaney), ventriloquo, Hercules (Victor McLaglen), uomo dalla forza straordinaria e il nano Little Willie detto Tweedledee (Harry Earles) decidono di unire le loro forze per creare, assistiti dalla bella Rosie (Mae Busch), un’associazione criminale chiamata “The Unholy Three“. I Tre aprono un negozio di animali, dove Echo si spaccia per l’anziana Mrs. “Granny” O’Grady, Tweedledee per un bimbo ed Hercules per un semplice fattorino. Per coprire meglio le loro malefatte assumono l’impacciato Hector MacDonald (Matt Moore) il quale, però, dimostra subito un certo feeling con Rosie suscitando le ire del Professore, da sempre innamorato di lei. Il trio inizia a rapinare le case dove venngono venduti gli animali, rimanendo per lungo tempo, grazie ai loro travestimenti, al di fuori di ogni inchiesta. La situazione sfugge però loro di mano…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

…Rosie si innamora di Hector e decide di sposarlo nonostante le pressioni di Echo. Ma quando durante uno dei furti avviene un omicidio i tre non faticano a incastrare il povero ragazzo e fuggire dopo aver rapito Rosie. Ma il lieto fine è dietro l’angolo: Echo si immola per amore e decide di confessare tutto durante il processo ad Hector. In cambio riceve la libertà ma perde la sua Rosie. Hercules e Willie, invece, perdono la vita per mano di una terribile scimmia assassina (sic) consumati dalla loro brama di denaro.

(potete riprendere la lettura da qui..)

Il film presenta molti elementi caratteristici degli Horror americani anni 30/40 e molti espedienti che il regista utilizzerà nei suoi film successivi. Primo tra tutti mi piace ricordare l’uso del travestimento nel tanto maltrattato “la Bambola del Diavolo” (The Devil-Doll) del 1936, dove uno splendido Lionel Barrymore si finge una vecchina per vendicarsi di coloro che lo avevano fatto condannare ingiustamente (e non a caso nella locandina scrivevano “Greater than The Unholy Three“). Vendetta che verrà compiuta grazie a bamboline assassine in un susseguirsi di immagini dal forte impatto visivo. In secondo luogo, come ho già detto accennato, siamo di fronte ad una sorta di preludio a Freaks, attraverso l’attenzione alle deformoazioni fisiche e l’utilizzo di esse a proprio vantaggio. Il regista, nella sua sensibilità, ci tiene a sottolineare l’ingiusto disprezzo che devono subire quotidianamente queste persone, cosa che emerge specialmente nei confronti di Little Willie all’inizio del film. Altro elemento portante è la presenza del tipico mostro che ovviamente si ritorcerà contro qualcuno dei protagonisti (altro must delle pellicole contemporanee e  successive).
Chaney ci regala un’altra ottima interpretazione, dimostrando ancora una volta di meritarsi il soprannome di “uomo dai mille volti“. Come sempre il suo personaggio dovrà però combattere con le sue passioni amorose, risultando  sconfitto anche se in un finale che sembra rivalutarlo in positivo. McLaglen ed Earles svolgono alla perfezione il loro ruolo. Allo stesso modo la Busch si cala perfettamente nei panni di innamorata disperata, e Moore in quelli del povero Hector, pedina di una vicenda più grande di lui. Browning dirige magistralmente le telecamere, regalandoci alcune immagini molto belle, come quella in cui i tre ci vengono mostrati attraverso le loro ombre mentre confabulano prima della creazione della loro associazione criminale.

Per concludere possiamo dire di essere di fronte ad un film pregevole, che scorre piacevolmente grazie ad un ritmo incalzante, scene ad alta suspance e delle ottime interpretazioni. Sicuramente consigliato agli amanti del Browning sonoro (ma non solo) e del grande Chaney.  Impossibile poi lasciarsi scappare l’occasione di godersi questo film nella nuova edizione restaurata rilasciata dalla Warner Brothers proprio qualche mese. Nonostante le didascalie in inglese siano ricche di slang, il tutto risulta comprensibile e godibilissimo anche da chi non ha una eccessiva padronanza della lingua. Insomma i presupposti ci sono tutti per gustarsi al meglio una vera perla per gli amanti del genere.

Il Fantasma dell’Opera (The Phantom of the Opera) – Rupert Julian (1925)

Dal romanzo francese “Le fantôme de l’Opéra” di Gaston Leroux, lo sappiamo, sono state tratte numerose trasposizioni cinematografiche, più o meno riuscite. La prima fu quella di Ernst Matray nel 1916 con il suo Das Phantom der Oper o Das Gespenst im Opernhaus (se non erro uno degli altri gioielli perduti del muto). Nel 1925 viene chiamato Rupert Julian a dirigere la prima versione americana. Il regista si era fatto un nome rimpiazzando appena un anno prima un suo collega di nostra conoscenza, Erich von Stroheim, nel film “Donne viennesi” (Merry-Go-Round). Per girare “Il Fantasma dell’opera”, Julian potè contare su attori molto celebri all’epoca come Mary Philbin e Lon Chaney, che interpreta magistralmente il fantasma e contribuisce, grazie ai suoi trucchi, a rendere visibile l’orrenda deformità del personaggio. Tra gli attori non accreditati, mi fa piacere segnarlarli,  ritroviamo, tra i tanti, il nostro Cesare Gravina (come uno dei manager che vende il teatro ad inizio film) e Bernard Siegel (nel ruolo di un lavoratore del teatro che ha visto il fantasma con i propri occhi).

Nei sotterranei del Teatro dell’Opera di Parigi, si aggira un misterioso Fantasma (Lon Chaney) che per amore della cantante Christine Daae (Mary Philbin), compie numerosi sabotaggi al fine di farla sfondare. La ragazza è però innamorata di Raoul (Norman Kerry) con il quale vorrebbe sposarsi. Il Fantasma, parlando ogni giorno a Christine di nascosto, riesce a convincerla a rinunciare al proprio amore in cambio della celebrità. Una sera, dopo una tragica interpretazione in cui viene uccisa la prima cantante Carlotta, Christine viene portata dal Fantasma nella sua dimora, dove lei scoprirà la sua deformità e pazzia. Grazie all’aiuto dell’enigmatico Ledoux (Arthur Edmund Carewe, che ricordiamo anche in The Cat and the Canary), Raoul e Christine cercheranno di liberarsi della minaccia del Fantasma…

Lon Chaney ci regala una delle sue migliori interpretazioni, almeno a livello evocativo, contribuendo anche, pur se non accreditato, alla regia. Mostrando una dedizione al suo ruolo che raramente si può riscontrare oggi, Chaney si adopera per mettere a punto il trucco del suo personaggio, tanto da utilizzare espedienti che gli procureranno diverse ferite: come ad esempio i fili invisibili che gli sollevavano le narici nei primi piani. Per creare il suo mostro l’attore si era ispirato alle celebri illustrazioni di André Castaigne. La prima versione del film, ovvero quella diretta da Julian, non ebbe un grandissimo successo, venne quindi chiesto a Laemmle prima e Sedwick poi di rigirare alcune scene. Il risultato finale è più o meno quello che possiamo vedere adesso, infatti circolano tutt’oggi numerose versioni di durata e contenuti leggermente diversi. Con l’avvento del sonoro venne creata anche una trasposizione parlata, senza però la partecipazione di Chaney, il quale per contratto non poteva essere ridoppiato. Il film fu comunque un grande successo, che ripagò ampiamente gli sforzi fatti dai produttori. Ancora oggi il Fantasma di Chaney rimane stabilmente nel pensiero collettivo.

Il film riesce ad essere ancora attuale grazie a molte scene fortemente evocative, alcune delle quali mi sembrano tra le migliori in assoluto del cinema muto. Come dimenticare, ad esempio, Chaney/Morte in rosso durante il ballo in maschera? Grazie all’uso di Technicolor bicromatico, si crea un effetto inebriante e terribile, una scena che potrebbe avere il suo effetto in qualunque epoca. Altre parti indimenticabili sono quelle della rivelazione del vero volto del Fantasma o quella di Chaney  nascosto tra le statue che spia i piani dei due innamorati. L’unica grande pecca di questa trasposizione, a mio avviso, è l’eccessiva concentrazione sulla storia d’amore che finisce per mettere in secondo piano l’approfondimento psicologico del Fantasma che rimane del tutto indefinito. Di certo la lettura del romanzo, a cui gli sceneggiatori Elliot J. Clawson e Raymond L. Schrock si sono attenuti abbastanza fedelmente, può aiutare sotto questo punto di vista. Le edizioni di questo capolavoro abbondano sia in Italia che all’estero, di tutti i prezzi e qualità, vi invito quindi a dare un’occhiata a questa pellicola che sicuramente vi regalerà tante sorprese.

Il Capitano di Singapore (The Road to Mandalay) – Tod Browning (1926)

Da grande estimatore di Tod Browning non potevo esimermi dal vedere questa pellicola che purtroppo, devo dire, mi ha abbastanza deluso. La nostra sfortuna è quella di possedere un unico esemplare, per altro mutilo e in pessime condizioni, ritrovato in Francia negli anni 80. Sinceramente non sono a conoscenza di lavori di restuaro, di cui ci sarebbe urgente bisogno. A quanto ne so è molto raro trovare informazioni, specialmente in Italia, riguardanti questo film, cercherò quindi di dare un quadro generale esprimendo qualche considerazione.

Siamo a Singapore, terra di riposo per i marinai, dove regna un trio di malfattori composto da Singapore Joe (Lon Chaney) caratterizzato da un occhio sfregiato, Charlie Wing detto l’Inglese (Sojin), maestro nell’uso dei coltelli e L’Ammiraglio (Owen Moore), mascalzone che non disdegna alcool e risse. Quest’ultimo si innamora della bella Rosemary (Lois Moran), venditrice di goielli che vive sotto la protezione di suo zio,  Padre James (Henry B. Walthall) e di un piccolo servo (una nostra vecchia conoscenza: John George). La ragazza, in realtà, è figlia di Singapore Joe, che vorrebbe interrompere la sua carriera criminale per rivelarsi e vivere finalmente assieme alla figlia. Scoperta la relazione tra Rosemary e L’Ammiraglio, volendo evitare che la figlia sposi un delinquente suo pari, Joe cercherà di ostacolare il loro matrimonio…

La vicenda si regge totalmente sulle spalle di Lon Chaney, nel difficile compito di interpretare un criminale senza scrupoli che si scopre padre preoccupato. Alcune scene finali mettono in evidenza questa “schizofrenia” del personaggio, sconvolto da un dramma interiore tanto forte da portarlo a gesti estremi. La storia, però, forse a causa della mutilazione subita dalla pellicola, non riesce a incidere: i personaggi sono poco caratterizzati e non c’è un vero e proprio sviluppo. Tutto sembra essere scontato, anche per un film del 1926. The Road to Mandalay è mix di machismo, risse, fascino esotico (tra bar e tanti luoghi comuni) con una spruzzatina di drammaticità. Per quanto ho potuto vedere, forse è uno dei lavori meno riusciti di Tod Browning che per l’occasione aveva curato anche la scenografia assieme a Herman Mankiewicz. Spero comunque possa uscire presto un’edizione restaurata (nel caso fosse già uscita vi prego di segnalarmelo). Le immagini che ho riportato sono ovviamente fotografie di scena e non screenshot.

Shadows – Tom Forman (1922)

Ieri abbiamo parlato di Paul Leni, morto giovanissimo per la leucemia, oggi, invece, parleremo di una pellicola di Tom Forman,  morto suicida all’età di 33 anni. Con Shadows, Forman ci catapulta in un mondo fortemente imperniato dalla fede cristiana protestante, dove la morale sembra la linea guida di tutta la vicenda: tutto si gioca sul concetto di colpa, peccato, punizione e redenzione. La storia è tratta dal breve racconto “Ching, Ching, Chinaman” di Wilbur Daniel Steele adattata poi dallo sceneggiatore Eve Unsell.

La bella e gentile Sympathy (Marguerite De La Motte) è sposa del burbero pescatore Daniel Gibbs (Walter Long) il quale non perde mai occasione per rimproverarla. Un giorno questi, partito con i suoi compagni per la pesca, viene colto da una terribile tempesta. La mattina successiva solo uno di loro riesce a tornare e, insieme a lui, compare anche il cinese Yen Sin (Lon Chaney), subito visto con sospetto dalla comunità ed emarginato perché non cristiano. Il saggio orientale, si stabilisce su una piccola imbarcazione sulla quale svolge il suo lavoro di lavandaio. Qui farà amicizia con il piccolo bullo Mr ‘Bad Boy’ (Buddy Messinger). Non mancano però episodi di razzismo nei suoi confronti: il giovane John Malden (Harrison Ford, ovviamente non l’Indiana Jones, che è nato nel 1942), nuovo reverendo della comunità, si erge in sua difesa durante uno di questi episodi e in quell’occasione fa la conoscenza con Sympathy. Il reverendo inzia così a frequentare la bella ragazza e, nel contempo, si reca sempre più spesso da Yin Sin per cercare di convertirlo, senza però avere successo. Nel giro di poco tempo John e Sympathy si innamorano e decidono di sposarsi  (con grande dispiacere di Nate Snow/John St. Polis da sempre segretamente invaghito della ragazza) e, poco dopo il matrimonio, lei resta incinta. Ma un avvenimento straordinario viene a turbare la quiete del pastore: Daniel Gibbs è tornato e, tramite una lettera, ricatta John, chiedendo soldi in cambio del suo silenzio…

Da quel momento in poi il film prende la piega che abbiamo precedentemente detto: John è rincorso dai fantasmi del peccato per colpa dei quali vede, piano piano, la sua vita sgretolarsi. Come immaginabile sarà poi Yin San a risolvere la vicenda dando a tutta la comunità una lezione di amore e tolleranza. Il tutto, sostanzialmente, è imperniato su tre personaggi: il saggio Yin Sin, che con la sua arguzia riesce a prevedere gli avvenimenti e prevenerli; Nate Snow, che dietro al suo carattere forte nasconde una profonda debolezza; John Malden, personaggio a cui Ford riesce a dare una perfetta caratterizzazione, rendendo al meglio questo contrasto interiore su cui ho già più volte insistito. I commenti dell’epoca furono entusiastici, specialmente riguardo all’interpretazione di Lon Chaney, tanto che l’Harrison’s Reports arrivò a definirla la sua migliore in assoluto. Di certo Yen Sin si impone come vero protagonista della vicenda, riuscendo ad accattivarsi il pubblico con la sua semplicità e saggezza e, con la stessa forza, riuscendo a farci commuovere. Pubblicato di recente in Italia dalla Ermitage, questo film sta avendo una nuova linfa vitale dopo essere stato a lungo messo da parte. Prima di terminare mi piace ricordare il rapporto di parentela da Tom Forman e Madge Bellamy, stella del cinema muto (ma non solo) che ha recitato anche a fianco del mio amato Bela Lugosi in White Zombie.

Ridi Pagliaccio! (Laugh, Clown, Laugh) – Herbert Brenon (1928)

Herbert Brenon, regista irlandese noto per film come Peter Pan o Beau Geste, porta sicuramente nei suoi lavori la primordiale esperienza teatrale. In Ridi Pagliaccio! (divertente vedere la scritta originale all’interno del film che riporta “Ridi Pagliacci” senza la o) molte scene ricordano da vicino le dinamiche del teatro e non a caso parte dello stesso film è ambientato proprio in una di queste strutture. Lon Chaney, a 4 anni da He who gets slupped, riveste i panni del clown alle prese con forti contrasti interni. Parte della vicenda si concentra proprio sul dramma di un uomo costretto a far ridere le persone, quando in realtà il suo cuore è distrutto dal dolore. Il soggetto è stato scritto a quattro mani dal grande David Belasco insieme a Tom Cushing.

Siamo in Italia e la compagnia Simon (Bernard Siegel) e Tito (Lon Chaney), gira le cittadine con il suo spettacolo. A termine di uno di questi spettacoli Tito trova una bimba abbandonata in riva ad un fiume e decide di adottarla e darle il nome di Simonetta, in onore del suo grande amico (a dire il vero restio a portare con sé la bambina…”le donne portano solo guai”).

Passano gli anni e Simonetta (una Loretta Young appena 15enne!) è cresciuta ed ha ottenuto un posto nella compagnia come acrobata. Quando si presenta dal padre adottivo vestita di tutto punto per lo spettacolo, Tito si rende suo malgrado conto che la ragazza non è più una bambina…

(se non volete sapere come va a finire la storia non leggete da qui in poi…)

…con suo sommo dolore il vecchio clown realizza anche di essersi perdutamente innamorato di lei e comincia una dura battaglia psicologica con se stesso. Ignara di tutto questo Simonetta decide di andare a prendere una rosa per terminare il suo vestito entrando di soppiatto nel giardino della nobile famiglia Ravelli. Qui viene sorpresa dal Conte Luigi (il giovane Nils Asther, danese nato in Svezia) mentre scavalca il fino spinato ferendosi. Con la scusa di curarla il nobile la porta nella sua casa da cui Simonetta riesce però a fuggire approfittando di un momento di distrazione di lui.

La scena si sposta nello studio di un dottore dove il Conte Ravelli, affetto da attacchi di risate isterici, e Tito, affetto da “depressione da amore senza speranza”, si incontrano e decidono di cercare di aiutarsi a vicenda. Grazie a questo colpo di fortuna il nobile ritrova quindi la bella Simonetta e intavola un rapporto stretto con lei e il clown, che ha trovato fama e successo  sotto il nome di Flick.
Qualche tempo dopo, poco prima di uno spettacolo, Simonetta riceve una collana di perle dal Conte desideroso di sposarla. La giovane si rifiuta però di abbandonare il suo amato Tito ed è costretta a declinare la proposta di Luigi. Mentre l’acrobata fa il suo spettacolo avviene un duro scontro tra Tito e il Conte, al termine del quale il clown, convintosi delle buone intenzioni del suo rivale, sembra essere deciso a lasciarlo libero di sposare Simonetta. In una scena altamente drammatica va in scena la distruzione del povero pagliaccio Flick, che deve sorridere alla folla, mentre la sua amata si bacia con il Conte. Straziante la frase pronunciata da Simon per questa occasione: “Laugh, Clown, Laugh…even though your heart is breaking“. Così è per il povero buffone che non può sottrarsi al suo dovere nei confronti dei fan per cui ogni sera esegue la difficilissima Death-Defying Slide, percorrendo a testa in giù un percorso in discesa da posizione molto elevata.
Tutto sembra deciso, ma Simonetta sente la mancanza di Tito e, compreso l’amore che questi prova per lei, finge di amarlo a sua volta. Il clown capisce però che le parole della ragazza non sono sincere e, quasi colto da un’illuminazione, corre verso il suo destino. Insieme al sua compagno di mille avventure Simon, Flick inizia le prove per lo spettacolo successivo. Con un crescendo di pazzia e delirio il Clown inizia la sua discesa verso la morte, tentando, senza che ce ne fosse alcun bisogno, la terribile Death-Defying Slide. Gli sarà fatale. Non si sa se appositamente o meno, ma Tito perde il controllo e cade prima di arrivare al traguardo, battendo violentemente il capo a terra: “the comedy is ended” dice prima di morire con il sorriso che ha sempre dovuto sfoggiare nei suoi momenti più tristi. Con le ultime forze, poi, prega il suo Simon di raccomandare l’amata Simonetta al Conte Luigi Ravelli.

(potete riprendere la lettura da qui…)

Un film drammatico, fortemente sviluppato dal punto di vista psicologico dei personaggi. Lon Chaney, in una delle sue ultimissime apparizioni, dimostra ancora una volta la sua grandissima arte mimica. La Young e Asther compiono al meglio il minimo lavoro a loro richiesto (entrambi avranno modo di superare con successo il passaggio al sonoro). Bellissima la prova del poco noto Bernard Siegel, attore ucraino che ha lavorato in numerosissime pellicole ma che raramente viene ricordato. Le musiche, infine, mostrano chiaramente i segni dell’imminente passaggio al sonore. Un film che mi ha fatto pensare, che sfrutta al meglio l’uso delle didascalia grazie a poche frasi ma ad effetto.