Archivio

Archivio dell'autore

Batalion – Přemysl Pražský (1927)

batalion-231612432-largeBatalion potrebbe essere una canzone di Fabrizio De André, un dramma dedicato agli ultimi, una serie di storie di dolore che si intrecciano e portano inevitabilmente verso la tragedia ma senza perdere l’ironia e umanità. La storia prende le mosse da un romanzo di Josef Hais Týnecký, uscito nel 1922, e che rientra all’interno della sua produzione “sociale”. Rispetto a quanto visto fino ad ora nella filmografia muta ceca, questo film è qualcosa di completamente diverso, perché cupo, triste, eppure più realistico e comunque ambientato in uno dei posti più frequentati dai cechi: un’osteria. Qui tra alcolici di tutti i tipi le storie degli uomini si mescolano nella disillusione ma con la certezza di trovare qualcuno che possa capirli e farli sentire accettati almeno per una sera.

L’avvocato Uher (Karel Hašler) scopre che la moglie lo tradisce e tenta di ucciderla senza trovarne la forza. Decide quindi di abbandonare casa e lavoro e si rifugia nell’Osteria Batalion, un covo di miserabili la cui vita piano piano entra a far parte di quella del nostro protagonista. Vi sono l’attore fallito Mušek (Eugen Wiesner), la prostituta Tonka (Jindra Hermanová), il muratore Rokos (Vladimír Smíchovský), l’ex soldato Vondra (Karel Noll), il ladro di polli Bylina (Karel Švarc) e il povero Eda (Eman Fiala). Un giorno Tonka propone a Eda di sposarla in modo da non poter essere rimandata al suo paese in caso di arresto. Questi accetta, nonostante un male lo stia consumando e per festeggiare si reca al Batalion. Quando esce dalla locanda si ritrova al centro di una retata della polizia, che sta inseguendo un ladro, e viene ucciso. Uher decide di andare al tribunale per difendere i poveri reietti dalle angherie dei poliziotti ma perde. Diviene però il nuovo idolo del Batalion dove passa sempre più tempo distruggendo la sua vita. Un raggio di luce viene però ad illuminare nuovamente la sua vita. Olga (Nelly Kovalevská), figlia del Presidente della corte di giustizia, gli offre un lavoro come organista e lui accetta. Si convince che lei lo ami ma presto scopre che non è così, essendo per altro lei già fidanzata. Torna allora al Batalion e dopo una nottata di follie impazzisce. In preda al delirio e sul letto di morte perdona la moglie e spira. Nella scena finale, tutti gli avventori del Batalion lo piangono al funerale, dimostrando come, al contrario delle amicizie fatte nell’alta società, quelle tra i derelitti siano più sincere e durature.

La fotografia del film è veramente ben curata, in particolare mi ha colpito molto la scena iniziale, capace di trasportare lo spettatore direttamente nel racconto con il Dottor Uher che torna a casa convinto di trovare la moglie con l’amante. Qui veniamo subito in contatto con una caratteristica del film, l’alternarsi dello svolgimento come immaginato dal protagonista e ciò che succede realmente: vediamo quindi Uher uccidere moglie e amante, quando in realtà non ne ha avuto la forza e abbandona la casa per andare nella sua nuova casa, ovvero il Batalion. Questa caratteristica si ripeterà spesso nel film e troverà il suo apice nel delirio finale del protagonista, dove attraverso la sovraesposizione o l’oscillamento della telecamera lo spettatore riesce a vivere il dramma di un uomo che ha perso ormai ogni certezza e fiducia nel mondo (sotto).

I personaggi che animano il Batalion sono davvero vari e interessanti e riescono a rendere vivo l’ambiente e anche a conferire quel tocco di dolcezza e calore, tipico dell’amicizia, in un film che altrimenti sarebbe intriso di solo dolore e disperazione. Così, anche quando Uher riesce a trovare un lavoro che sembra risollevare la sua condizione, la mia speranza è sempre stata quella di vederlo tornare alla locanda, l’unico posto in cui in fondo si sente accettato e può evitare di essere colto dai dolori della vita. Questa caratteristica e cupezza è rappresentata nelle scene con riprese molto scure e con la luce al minimo indispensabile.

Una storia come questa, con questa sensibilità è secondo me molto ceca e in tanti anni di passione per il cinema muto non mi è mai capitato di vedere qualcosa di equivalente. Consiglio la visione del film a chiunque ne abbia la possibilità, considerando che è in vendita nello shop del NFA anche con sottotitoli in inglese.

Annunci

Ordine di arresto (Order na aresht – Ордер на арест) – Heorhii Tasin (1926)

order_na_arehstTra i film in programma quello che più mi ha colpito è stato Order na aresht, un film che racconta gli strenui tentativi di una donna di resistere ai tentativi di tortura degli zaristi per farle rivelare notizie sensibili sui rivoluzionari.

I rilvuzionari devono abbandonare la città e il loro capo, Serhii (Chajri Ėmir-Zade), decide di affidare alla sua amata Nadja (Vira Vareckaja) una lettera molto importante. Qualcuno però tradisce e la povera Nadja viene arrestata davanti agli occhi del figlioletto. Il capo dei servizi segreti le fa credere che Serhii sia stato catturato e abbia tradito e cerca di convincerla che potrà rivedere il figlio qualora rivelasse il nascondiglio del documento. La ragazza resiste disperatamente ma ha un collasso e viene ricoverata. In ospedale delira e senza volerlo rivela alcune informazioni importanti rendendosi così incolpevolmente complice della cattura di 14 rivoluzionari. Plot twist: si scopre che il traditore, Valerij (Nikolai Kutuzov), era in realtà il marito di Nadja che lei aveva abbandonato dopo aver incontrato Serhii. Tutto quello che è accaduto è frutto della sua terribile vendetta: prima l’ha consegnata ai nemici e poi le ha sottratto il figlio promettendole, come scrive in una lettera, di crescerlo come controrivoluzionario. Ma il costo da pagare sarà ancora più grande per Nadja, perché con il ritorno dei rivoluzionari lei dovrà dare conto della morte dei suoi compagni. Distrutta dal dolore Nadja si autoaccusa davanti a Serhii e si toglie la vita.

La tragedia di Nadja viene raccontata in maniera molto vicina alla sensibilità contemporanea e con una fotografia e montaggio davvero molto curati. Attraverso montaggi serrati e un’attenzione quasi minacale per i primi piani viviamo insieme alla protagonista il dramma dell’interrogatorio, l’incalzare continuo delle domande e i trucchi psicologici messi in atto per farla crollare. Sono un grande appassionato di film che parlano dell’argomento in cui potremo inserire anche 1984 di Orwell ma di cui forse Buio a Mezzogiorno di Koestler ne è un esempio più calzante. Mi ha sempre spaventato il modo in cui la psiche umana possa essere manipolata e distrutta, il modo in cui torture fisiche ma soprattutto psicologiche possano essere portate avanti senza pietà pur di raggiungere uno scopo. Ricordo ancora quando da piccolo vidi Roma città aperta e di quanto rimasi sconvolto dalla scena in cui i protagonisti vengono torturati dai tedeschi. Probabilmente è stato allora che mi sono reso conto del male che gli uomini potevano farsi vicendevolmente. Insomma, per tanti motivi Order na aresht è stato in grado di emozionarmi e toccare la mia sensibilità, di farmi vivere il dramma di una donna che, pur di resistere e portare avanti quello in cui credeva, si è ritrovata priva di tutto, in una disperazione così totale che forse poteva essere raccontato solo dal cinema sovietico.

Sonata a Kreutzer (Kreutzerova Sonáta) – Gustav Machatý (1927)

Kreutzerova SonátaIl film che andiamo ad analizzare oggi prende spunto da uno dei romanzi meno noti di Tolstoj, ovvero Sonata a Kreutzer. La storia è abbastanza tradizionale e si incentra tutta sulla gelosia di un uomo, Pozdnyšev, nei confronti della moglie con, per altro, ha anche un rapporto piuttosto complicato. Rispetto all’opera originale, questo adattamento sembra abbastanza fedele per quanto ho visto dalla trama. Mi riservo di leggere in futuro il libro e vedere se effettivamente è così o meno.

Degli uomini si trovano su un treno e parlano di amore, uno di essi vorrebbe fare come esempio la storia del Signor Pozdnyšev (Jan W. Speerger) che per gelosia ha ucciso la moglie Nataša (Eva Byronová). Caso vuole che lui sia lì presente. Tutti si allontanano spaventati tranne l’uomo che aveva presentato il caso che si mette ad ascoltare la sua storia. Da giovane Pozdnyšev era romantico e fiducioso. Quando incontrò la bella Nataša non ci pensò due volte e decise di sposarla. Una volta celebrato il matrimonio i due iniziarono a capire di avere ben poco in comune e dall’amore nacque l’astio reciproco inasprito dall’eccessiva gelosia di lui. Quando, al terzo figlio, il dottore disse ai due che non ne potevano avere altri, Nataša decise di darsi alla vita mondana spendendo in abiti e gioielli. Ad una serata conosce il violinista Truchačevského (Miroslav Paul) che diventa assiduo frequentatore della casa (suonerà con lei anche la sonata che da il titolo alla storia). Pozdnyšev deve partire per un viaggio di lavoro ed è sollevato dal fatto che anche il violinista deve partire per una tournée. Passato qualche giorno riceve una lettera dalla moglie che gli annuncia che Truchačevského non è partito e che voleva che lei suonasse per lui in una serie di eventi, proposta che lei aveva rifiutato. Pozdnyšev, pazzo di gelosia, prende il treno e torna a casa e pur essendo notte vi trova la moglie con il violinista. Convinto che lei l’abbia tradito la uccide.

 

La particolarità del libro, piuttosto ben riportata nella versione cinematografica, è che non si capisce se effettivamente Nataša ha tradito il marito con Truchačevského. Sebbene, infatti, Pozdnyšev veda le immagini dei due che si baciano, non sappiamo se esse sono frutto della sua immaginazione o meno. Nel caso il tradimento ci sia stato sarebbe stato compiuto a casa con i figli e la servitù e soprattutto dopo che Nataša ha avvisato il marito pur conoscendo la sua gelosia. A parte questa parentesi onanistica, in fondo interessa relativamente se lei ha tradito o meno, la storia sinceramente non mi ha preso particolarmente perché seppur il film sia ben girato e realizzato è eccessivamente lineare e conosciamo fin dall’inizio la sua fine. L’unico dubbio potrebbe essere relativo alla morte o meno dell’amante, ma non credo sia abbastanza per motivare qualcuno a vedere il film. A meno che non siate appassionati dei grandi classici e di Tolstoj in particolare tenderei dunque a sconsigliarvi il film.


Krejcerova sonata (Крейцерова соната) – Vladimir Gardin (1914)

In appendice a questa recensione riporto anche l’unico altro adattamento muto conservato del romanzo di Tolstoj. Assieme a questo, infatti, ne esisteva un altro russo, con regia di Pyotr Chardynin (1911), e una versione americana di Herbert Brenon (1915)

 

Questa versione è molto più breve di quella di Machatý e manca della parte finale. Nel complesso, pur essendo meno lunga, mi è sembrata nel complesso più introspettiva perché con poche didascalie il protagonista esplicita le difficoltà coniugali e relazionali con la moglie. Ogni didascalia, infatti, riporta le parole di Pozdnyšev all’uomo, che qui è Tolstoj stesso, che si è fermato ad ascoltare la sua storia. Nonostante questo mancano molte parti che avrebbero reso più profonda la narrazione, come i motivi dell’incontro tra i due amanti o il tentativo di riconciliazione del protagonista con la moglie. Le riprese sono piuttosto statiche (siamo comunque nel 1914) e poco incisive. Gli attori sono Boris Orskij nel ruolo del marito ed Elizaveta Uvarova nel ruolo della moglie. Anche qui il film è piuttosto lineare nello svolgimento e non ha elementi particolari che potrebbero spingermi a consigliarlo a qualcuno, in entrambi i casi ho visto e scritto del film solo per completismo.

L’Amante di un Vecchio Criminale (Milenky starého kriminálníka) – Svatopluk Innemann (1927)

Milenky starého kriminálníkaMilenky starého kriminálníka è una delle commedie mute più divertenti e sbarazzine che io abbia mai visto, con una Anny Ondra assolutamente stupefacente in un ruolo atipico per un’attrice come lei. La sua protagonista è infatti una ragazza disincantata molto “maschiaccio” che per amore del brivido ne combina di ogni colore. Un film che ribalta in parte gli stereotipi (anche se nel finale vedremo che non sarà proprio così). Nella trilogia di commedie di Innemann con sceneggiatura di Josef Skružný questa è sicuramente quella più originale, gradevole e moderna vista la sua capacità di stupire e divertire mantenendo anche una coerenza di trama gradevole e non scivolando nella sensazione di assistere a una serie di episodi singoli come in Lásky Kačenky Strnadové.

Pardon (Jan W. Speerger) è un buon partito e gli è stata promessa in sposa la giovane Fifi Hrazánkova (Anny Ondra). Lui però si è innamorato di Olga (Věra Hlavatá), figlia della Chiaroveggente Štefanie Lesczynská (Betty Kysilková) che però fa di tutto per allontanarla dall’uomo. I due inventano allora uno stratagemma: Olga finge di sentirsi male in treno e lui si offre gentilmente di ospitarli per la notte visto che quello successivo ci sarebbe stato l’indomani. Nel frattempo Fifi arriva al palazzo e incontra Cyril Pondělíček (Vlasta Burian), zio di Pardon. Questi assomiglia in tutto e per tutto al noto criminale Alois Kanibal e Fifi, eccitata dall’idea di stare con un personaggio così famoso e pericoloso, inizia a fargli una corte sfrenata. Caso vuole che Cyril altri non sia che una ex fiamma di Štefanie Lesczynská nonché padre di Olga. Tra misunderstanding e gag una di seguito all’altra, Cyril finirà a trovarsi di fronte al vero criminale uscendone sconfitto perché arrestato al posto suo. Nel finale Fifi flirta con Alois Kanibal ma questi la liquida dicendole che non ha intenzione di dividere i suoi bottini con lei. Olga e Pardon possono ora sposarsi e vivere felici, si sposeranno anche Cyril e Štefanie…

Come detto la protagonista principale, nonostante la storia ruoti in teoria sulla storia d’amore tra Pardon e Olga, è lei a prendersi la scena mettendo in secondo piano anche l’interpretazione di Vlasta Burian, qui alle prese con due ruoli e personaggi molto differenti nel modo di recitare e porsi. Per rendere omaggio all’attrice ho deciso di dedicare gli screenshot qui sotto tutti ai suoi diversi costumi (uno in realtà è presente sopra). Mi piacerebbe sapere come all’epoca possano aver preso questo personaggio femminile che guida, fuma, beve, boxa e prende decisamente l’iniziativa anche nelle relazioni amorose, ma per lo spettatore di oggi, quantomeno per me, si tratta di una sorpresa inattesa e graditissima.

Insomma se volete vedere qualcosa di diverso vi invito vivamente a recuperare il dvd, che ha anche i sottotitoli in inglese. Purtroppo dovrete recuperarlo su ebay o da rivenditori cechi, ma ne vale assolutamente la pena.

Gli Amori di Kačenka Strnadová (Lásky Kačenky Strnadové) – Svatopluk Innemann (1926)

Lásky Kačenky StrnadovéDopo Falešná kočička, continuiamo la nostra rassegna di commedie con Vlasta Burian e Zdena Kavková su soggetti di Josef Skružný e regia di Svatopluk Innemann. Tra le tre, questa è a mio avviso la meno riuscita, perché eccessivamente macchiettistica e tendenzialmente poco coerente a livello di svolgimento, tanto che parrebbe essere scritta per una proiezione ad episodi.

Kačenka Strnadová (Zdena Kavková) è una ragazza di campagna che vive alle dipendenze dello Zio (Rudolf Sůva), fattore e padrone di una locanda. La giovane è talmente pasticciona che lo zio, esasperato, decide di farle fare le ossa spedendola a Praga a trovare lavoro. Assieme a lei parte il fidanzato di una vita, Vincek Kroutil (Vlasta Burian), ragazzo forzuto e un po’ tonto. Arrivata a Praga, la ragazza inzia piano piano a cambiare e diventa sempre più responsabile nonostante si ritrovi a dover cambiare spesso lavoro. Inizia a frequentare l’Ingegnere Richard Romanovský (Jiří Sedláček) che, essendo ricco e istruito, la seduce arrivando a scalzare Vincek nel suo cuore. Ma non tutto è come sembra: Vincek, attratto dall’idea della taglia e sperando di riconquistare la sua amata Kačenka, si mette sulle tracce di una banda di ladri, il cui capo sembra introvabile. Nel finale si scoprirà che quest’ultimo altri non è che Romanovský travestito. Kačenka, quando lo scopre, lo ripudia e capisce quanto importante sia per lei l’amore di Vincek che però ha deciso di togliersi la vita dopo averle donato il premio per la cattura della banda. Nel finale, purtroppo in parte tagliato, Kačenka arriverà in tempo per sventare l’irreparabile e dichiarare al ragazzo il suo amore.

Come ho detto l’impressione che mi ha fatto il film è stata quella di un film ad episodi, perché c’erano una serie di scene ripetitive in cui, di volta in volta, Kačenka o Vincek trovavano un nuovo lavoro e facevano qualche pastrocchio. Lavoro dopo lavoro i due, in particolare lei, acquisivano maggiore sicurezza in loro stessi e si ritrovavano infine ad essere molto diversi dai due ragazzi di campagna dell’inizio. Piccola chicca è la presenza dello stesso regista in una scena, molto metacinematografica, in cui Kačenka lavora come serva di una stella del cinema e si ritrova su un set con Innemann nel ruolo di regista. Sebbene quindi ci sia una crescita psicologica dei personaggi, la trama non mi ha entusiasmato così come l’inserimento della componente investigativa legata alla banda capitanata da Richard. Quella parte è, a mio avviso, sviluppata in maniera piuttosto superficiale e, pur scimmiottando in maniera piuttosto efficace i serial alla Fantômas, non ne sviluppa in pieno il potenziale. Passando di lavoro in lavoro, la protagonista cambia anche tanto il proprio vestiario, di cui potete vedere qui sotto un estratto. A livello di costumi, questo come gli altri due film della serie, sono davvero molto curati. Pur essendo il film più debole della “trilogia”, questo è forse quello dove ho apprezzato di più la recitazione di Vlasta Burian perché è tendenzialmente più umana e meno buffonesca. Vincek, in fondo, è un ragazzo semplice e innamorato e pur mettendosi in ridicolo a causa della sua ingenuità, riuscirà a migliorare maturando nel corso delle vicende.

Lásky Kačenky Strnadové è una commedia molto carina e divertente che paga, a mio avviso, una frammentarietà nello svolgimento e una certa ripetitività delle situazioni. Qualora foste interessati, il film è acquistabile in dvd ad un prezzo tutto sommato contenuto.

Diverso dagli altri (Anders als die Andern) – Richard Oswald (1919)

anders_als_die_andernAnders als die Andern è un titolo davvero particolare nella filmografia muta, perché affronta il tema dell’omosessualità in maniera decisamente contemporanea, dimostrandosi precursore nei tempi di una forma mentis che ancora oggi non è stata, purtroppo, del tutto acquisita neanche oggi. Nella Germania dell’epoca vigeva infatti il paragrafo 175 che condannava i rapporti tra persone dello stesso sesso considerandole bestialità. Attraverso il personaggio di un sessuologo, questo film provava a dimostrare che l’omosessualità era caratteristica presente in natura e non una devianza tipica dell’uomo.

Paul (Conrad Veidt) è un facoltoso e virtuoso violinista. Al termine di una delle sue performance, viene avvicinato da Kurt (Fritz Schulz), un giovane con cui inizia una felice relazione. Purtroppo qeusta armonia è rotta da un uomo, Franz Bollek (Reinhold Schünzel), che da tempo estorce denaro a Paul minacciandolo di denunciarlo per la sua omosessualità. La situazione degenera presto e Paul e Kurt si allontanano e il primo decide finalmente di smettere di sottostare ai ricatti di Franz e lo denuncia. Viene aiutato da un medico (Magnus Hirschfeld) che porta avanti l’abolizione del paragrafo 175 ma nonostante la sua deposizione, Paul viene comunque condannato e allontanato da tutti, famiglia compresa. Distrutto dal dolore, il violinista decide allora di togliersi la vita.

Sembra incredibile che nel 1919 si potesse parlare di omosessualità in un film senza stereotipi o macchiette, contando che nei decenni successivi questo non accadrà. Magnus Hirschfeld, che interpreta se stesso nel film, era un sessuologo membro attivo del primo movimento omosessuale e proprio come tale aiutò Richard Oswald nella scrittura della sceneggiatura. In virtù della sua esperienza, Hirschfeld riuscì a creare una storia vera in grado di trasmettere le difficoltà che tante persone erano costrette a vivere a causa del pregiudizio. Sarebbe interessante sapere come fu recepito all’epoca il film, quello che sappiamo è che si è miracolosamente salvata una copia nonostante i nazisti diedero alle fiamme tutte quelle che riuscirono a trovare.

Anders als die Andern è un faro nell’idea che abbiamo di un passato retrogrado e poco aperto all’inclusione, dimostrando come cento anni fa vi fossero già persone in grado di superare i luoghi comuni e la discriminazione lottando per il riconoscimento dei diritti di tutti. Nonostante il film abbia alcuni limiti da questo punto di vista, merita di essere visto sia perché comunque coinvolgente, per chi ama i drammi tedeschi dell’epoca, sia perché si tratta di un pezzo di storia del cinema LGBT che merita di essere riscoperto nel suo ruolo pionieristico.

Josef Kajetán Tyl – Svatopluk Innemann (1926)

Josef Kajetán TylLo abbiamo visto più volte, il primo cinema ceco ruota intorno alle figure importanti che hanno contribuito a formare e tenere vivo il sentimento identitario locale all’interno dell’Impero Austro-Ungarico. Josef Kajetán Tyl è uno di questi: scrittore, attore e drammaturgo è noto probabilmente ai più per aver scritto nel 1834 i versi che sono poi diventati l’inno nazionale ceco Kde domov můj (it. dov’è la mia casa).

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
L’acqua scroscia sui prati,
le fronde frusciano sulle rocce,
nel giardino risplende il fiore di primavera,
il paradiso terrestre a prima vista.
Questa è la splendida terra,
la terra ceca, casa mia,
la terra ceca, casa mia!

Dov’è la mia casa? Dov’è la mia casa?
Se incontri una terra paradisiaca,
Con anime sensibili, in fisici agili,
Di mente chiara, gloriosa e prosperosa,
E con una forza che tutto sfida,
Questa è la gloriosa razza ceca,
In mezzo ai cechi è la mia casa,
In mezzo ai cechi è la mia casa!

I versi riportati, su musica di František Škroup, facevano parte di un’operetta più ampia dal titolo Fidlovačka aneb žádný hněv a žádná rvačka (it. Fidlovačka, ovvero niente rabbia e niente lotta).

La storia di Josef Kajetán Tyl (Zdeněk Štěpánek) è piuttosto travagliata e viene raccontata in forma romanzata dal regista Svatopluk Innemann in più di due ore: nato da una famiglia povera, vista la sua precoce sensibilità per la musica e la composizione, viene inviato dalla famiglia a Praga. Nelle film l’artista raggiunge una compagnia teatrale, tra cui la futura moglie Magdalena Forchheimová (Helena Friedlová), ed inizia presto a mettere in scena delle opere nello Stavovské divadlo (il teatro degli stati di Praga). Qui presenta con successo anche la Fidlovačka e conosce anche la seconda moglie, nonché sorella della prima, Anna Forchheimová-Rajská (Zdena Kavková – anche se non divorzierà mai convivendo con entrambe). Dopo lo scoppio della rivoluzione francese Josef Kajetán Tyl, come tanti, diventa attivo politicamente e sogna di dar vita, a sua volta, ad una ribellione contro i dominatori. Su influsso dello scrittore Karel Havlíček Borovský (Jan W. Speerger) partecipa effettivamente a un colpo di stato, ma viene ferito e la repressione sedata nel sangue (storicamente finsice nel Marzo 1849). Visti i suoi sentimenti sovversivi viene esiliato ed è costretto a partire portandosi dietro compagne e prole. Inizierà qui il suo declino e morirà in povertà di una malattia ignota senza aver compiuto neanche cinquant’anni.

Il film si presenta come un biopic piuttosto moderno e, almeno nell’aspetto, realistico. Prende le mosse da un saggio Josef Ladislav Turnovský di cui ignoro l’attendibilità a livello storico nonché l’aderenza dell’adattamento. Come capitato altre volte, anche qui il film era privo di sottotitoli, anche se conoscendo in generale la storia è abbastanza facile comprenderla, anche se ovviamente si perdono le sfumature. I personaggi sono tantissimi, così come le scenografie e i costumi: dovette essere una sorta Kolossal locale, immagino che la spesa finale, infatti, non fu affatto bassa. Le scene più interessanti che ho visto durante il film riguardano l’inizio, quando un giovanissimo Josef Kajetán Tyl, in procinto di partire, immagina di guadagnare tanti soldi da sfamare la sua famiglia (sopra), e il momento della composizione dell’inno, dove il regista stacca mostrando elementi paesaggistici locali e raffigurazioni pittoriche (sotto).

Il film è piuttosto interessante, la vita dell’artista è ricca e sfaccettata e per chi ama le storie del genere poeta romantico “maledetto” sicuramente potrebbe avere un appeal. Al contempo le vicende di Josef Kajetán Tyl sono fortemente ancorate alla storia locale e la mancanza di una traduzione degli intertitoli, assieme alla durata non indifferente, potrebbero essere un ostacolo piuttosto insormontabile.